n° 11 - Novembre 2015

Angela Merkel e la paura degli Ebrei tedeschi

2015
Caro lettore, cara lettrice,
pensavo che la faziosità dei titoli di giornale e la macchina del fango di cui Israele è bersaglio da parte dei media occidentali, arabi e terzomondisti, avesse raggiunto il suo apice l’anno scorso, dopo l’assassinio dei tre ragazzi israeliani e la guerra a Gaza Protective Edge. Mi sbagliavo. Oggi è peggio. Guardo i Tg italiani e stranieri, leggo i titoli dei quotidiani e c’è qualcosa che mi sfugge. La disinformazione tocca vertici ancora più alti. Assassini col coltello alla mano messi sullo stesso piano delle vittime accoltellate. Assaliti e assalitori, moralmente equiparati. Il periodico Famiglia Cristiana, organo della CEI (15 ottobre), ha scaricato la colpa dell’attuale ondata di violenza palestinese contro civili inermi solo su Israele, incolpandolo di ogni nefandezza: in un servizio raggelante -“Israele e Palestina, voglia di guerra” -, compariva un’intervista a Fouad Twal, patriarca di Gerusalemme, che diceva, – senza contraddittorio né dubbi -, che quello che sta accadendo è più che legittimo, «Netanyahu ha scelto di far crescere l’oppressione e i palestinesi hanno reagito».
Nei titoli dei quotidiani spesso mi chiedo qual è il soggetto e non c’è modo di capire chi sta attaccando chi. L’autodifesa dei soldati di Tsahal diventa “un’esecuzione” a sangue freddo. Gli attacchi terroristici diventano “tensione”. “In fiamme la tomba di Giuseppe a Nablus”, e non si capisce se è stato un meteorite o se si tratti di un deposito di benzina. “Palestinese ucciso a Gerusalemme Est”, e non si specifica che aveva appena accoltellato degli haredim nella Città vecchia. “Polizia israeliana spara: tre morti”, e anche qui si omette l’appena avvenuto accoltellamento. “Intifada dei coltelli, nuovi attacchi, uccisi quattro palestinesi”, senza dire che i quattro in questione erano assassini e le vittime, gente alla fermata del bus. In Inghilterra la BBC è sotto accusa. La celebre emittente è incolpata dal suo ex presidente Michael Grade di voler “promuovere l’equivalenza tra vittime israeliane del terrorismo e palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza israeliane nell’atto di rispondere agli attentati”. E neppure la CNN, la Nbc, la Reuters, il quotidiano The Independent, solo per citare i più famosi, sono immuni. L’ambiguità regna sovrana.
Su queste grandi autostrade dell’informazione dove la tristezza dura chilometri interi, è davvero difficile trovare, per noi ebrei, un navigatore che tracci una rotta ragionevole. Tristezza e rabbia. Dopo duemila anni di antigiudaismo persecutorio, dopo secoli di sistematica colpevolizzazione della vittima, siamo ancora qui a interrogarci sul perché del doppio standard con, dall’Impero romano in avanti, il mondo ebraico chiamato a un’autodifesa sempre vana, visto l’epilogo di roghi e massacri e oggi della demonizzazione di Israele.
Personalmente, non ne posso più di quelli che confiscano la tua sofferenza per trarne unicamente un profitto mediatico, salottiero o di consenso politico. Basta con quelli che il dolore, -ad esempio quello dei parenti dei 20 cittadini israeliani accoltellati per strada mentre andavano a prendere i bambini all’asilo o a trovare un amico, o al lavoro -, non conta nulla perché “se la sono cercata, stanno in casa d’altri”, o perché qualcuno ha deciso a priori che sei tu il cattivone, quello da far fuori.
Quegli stessi, alla fine, che redigono i titoli di giornale o gli strilli dei Tg citati più sopra. Gli stessi contro cui oggi scendiamo in piazza. Dimenticando, per un momento, rabbia e tristezza.

Fiona Diwan

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