n° 3 - Marzo 2012

Tsahal, lo scudo di David

2012
Editoriale

Cari lettori, care lettrici,

lo stato di allarme sta crescendo in Israele. L’eventualità che si vada a un attacco preventivo all’Iran si fa concreta e prossima. Scrivere su questo tema mi fa venire i brividi ma sento il dovere di farlo, se non altro per anticipare la macchina del fango che potrebbe travolgere Israele -e noi-, il giorno in cui Gerusalemme dovesse radere al suolo le centrali nucleari iraniane, macchina orchestrata dalla consueta faziosità dei nostri media. Tanto per capire quanto l’imminenza del pericolo sia sentita, cito i giornali delle ultime settimane. Il 15 febbraio, il quotidiano Yedioth Ahronot ha pubblicato una lista delle città-rifugio dove è meglio vivere in caso di emergenza. Il quotidiano Mahariv ha illustrato il buon uso delle maschere antigas in caso di Lohama Kimit, guerra chimica, spiegando che la Siria è il paese più avanzato nella costruzione di armi chimiche, segue lungo elenco delle varie tipologie. Su quotidiani e siti israeliani è apparsa la cronaca della simulazione avvenuta a Haifa, a fine gennaio 2012, di un attacco missilistico con “bomba sporca” al cesio radioattivo 137. E si calcola che oggi siano 200 mila i missili puntati su Tel Aviv, una potenza di fuoco mai vista finora.

Il prestigioso mensile Usa Foreign Policy (segnalato dall’eccellente blog di Giulio Meotti, de Il Foglio), spiega la visione israeliana dello strike all’Iran. Il tempo per fermare l’atomica di Teheran starebbe scadendo; le sanzioni sono arrivate tardi e non hanno rallentato il programma nucleare; il regime di Assad in Siria è in crisi e non è certo che Hezbollah intraprenderà una nuova guerra dolorosa con Gerusalemme; lo strike non distruggerà il programma iraniano, ma lo paralizzerà e lo rinvierà di alcuni anni, durante i quali si lavorerà per un cambio di regime. Così riassume Meotti. In ogni caso, se non accade nulla di nuovo l’Iran entrerà fra pochi mesi nella “zona di immunità”, dopo di che Israele non potrà più fare niente per cambiare i progetti nucleari degli ayatollah. E questo, in nessuna circostanza e sotto nessuno governo israeliano, sarà permesso. In tutto ciò, Israele non sa fino a che punto contare sull’appoggio Usa. Obama si è rivelato finora il presidente più ostile allo Stato ebraico. Secondo Newsweek, Israele avrebbe smesso di condividere con Washington informazioni sensibili sull’Iran da almeno un anno. Adesso arriva la richiesta di Obama di tagliare i contributi alla difesa israeliana. Lunga è la lista degli scontri tra i due governi, a cominciare dalla guerra fomentata da Obama contro le case israeliane costruite oltre la linea del 1967. Nessuno vuole essere pessimista. Ma realista sì.

Fiona Diwan

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