Quando una intellettuale progressista la pensa come Hamas. Come si arriva a questo punto? L’antisemitismo che cova

di Paolo Salom

[Voci dal lontano occidente] È un’intellettuale molto nota in Italia, spesso chiamata in televisione a commentare fatti di costume e ragionamenti sulle questioni più urgenti quanto a uguaglianza di genere, femminismo e via discorrendo. Ovviamente da posizioni progressiste. Parliamo della scrittrice Michela Murgia, vincitrice di premi e riconoscimenti, che, di fronte all’ennesima aggressione di Hamas a Israele, cosa fa? Dichiara il suo “ovvio” sostegno ai terroristi servi dell’Iran: “Io la penso come Hamas”, ha rivendicato  l’autrice di Accabadora e tante altre opere apprezzate e premiate, pubblicando su Instagram una sua conversazione privata precedente.

Dunque, vediamo di chiarire: Michela Murgia, dichiaratamente antifascista, è sulle stesse posizioni di un’organizzazione apertamente antisemita che, nella sua carta fondamentale, si pone il fine di distruggere Israele (e immaginiamo che questo significhi voler uccidere milioni di esseri umani) e che, peraltro, è nella lista dei gruppi terroristici non soltanto di Israele e Stati Uniti, ma anche dell’Unione Europea. Come è possibile? Come può una figura pubblica, che certo non manca di istruzione, dotata di un talento e una sensibilità tali da scrivere pagine memorabili, affermare una cosa tanto scioccante, violenta e palesemente illogica?

Non si tratta di un’opinione come tante. Certo non è l’unico personaggio pubblico a pensare (e dire) cose indegne a proposito dello Stato ebraico. Il punto è che nel suo caso è come se avesse deciso di eliminare, in una sola uscita, tutto quello che lei aveva sostenuto fino a un minuto prima. È noto che Hamas appartenga alla “famiglia” dei Fratelli musulmani e sia su posizioni islamofasciste (provare a chiedere ai pochi cristiani rimasti a Gaza) oltre che suprematiste quanto al ruolo dell’uomo nella società e infine omofobe al punto di uccidere senza pietà chi sia sorpreso in relazioni “contro natura”. Basterebbe questo per starne alla larga, almeno per una militante “libertaria” come la nostra scrittrice. Invece, quando si arriva alla questione mediorientale, la lucidità dei ragionamenti si perde, l’obiettività lascia il posto alle pulsioni malsane, l’odio per una parte prende il sopravvento su ogni altra considerazione.

Come si arriva a questo punto? È il solito, mai cancellato rigurgito anti ebraico che cova sotto le ceneri della Storia degli ultimi duemila anni. Una disperazione che si nasconde nell’ovvio, che riemerge vitale quando stimolata appropriatamente. Cos’altro serve per dimostrare come l’antisemitismo sia un prodotto culturale che nel lontano Occidente si assimila crescendo? Una coazione a pensare che si matura quasi senza accorgersene? Non è altrimenti spiegabile un’affermazione come quella di Michela Murgia e di altri come lei (chi non si è trovato almeno una volta di fronte a qualcuno convinto che Israele sia uno Stato di sanguinari?). Non c’è umanità nello schierarsi con chi fa dell’odio uno strumento legittimo di un conflitto che perdura da oltre un secolo ed è sostanzialmente costruito sulla negazione di ogni diritto degli ebrei (e solo degli ebrei) all’autodeterminazione. C’è solo la volontà di spazzare via il proprio “nemico”: a qualunque costo e in qualunque modo. Non è la prima volta nella Storia che gli ebrei hanno a che fare con un Aman e con i suoi complici più o meno consapevoli. È dura: ma sappiamo che in questi momenti avere una voce sola e solidale ci rende più forti.

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