Primi timidi segnali di un anno forse meno anti-israeliano

Taccuino

di Paolo Salom

Dunque, proviamo a fare il punto di questo anno civile appena iniziato. Possiamo scrivere, senza tema di essere smentiti, che Trump, ancora prima di insediarsi alla Casa Bianca, ha già dato vita a una rivoluzione nel “politically correct“? In realtà, la rivoluzione, nel lontano Occidente, sembra incidere ben oltre le apparenze. Un esempio? La Conferenza di Parigi sul Medio Oriente (leggi: su Israele e i palestinesi), avvenimento più prossimo al teatro dell’assurdo che alla necessità politica (i destinatari degli “sforzi di pace” di settanta nazioni erano assenti) avrebbe dovuto portare a una dichiarazione se possibile ancora più dura della disgraziatissima risoluzione 2334 approvata dal Consiglio di Sicurezza prima di Natale con la (maligna) astensione dell’America di Obama.

Invece: il testo, pur incentrato più sulle responsabilità di Israele che sulle violenze e il rifiuto dei palestinesi di trattare, si è rivelato sfumato nei toni e tendente all’equilibrio. Per di più, il progetto di trasformarlo in un’ulteriore risoluzione Onu a tre giorni dall’uscita di scena di Barack Obama è tramontato. E non è finita: al momento della firma conclusiva è mancata l’unanimità, visto che Gran Bretagna e Australia si sono rifiutate di apporre la loro sigla sul testo concordato.

Niente male come inizio, vero? Se pensate che Londra, in odore di Brexit, ha fatto mancare inoltre l’unanimità anche nel consiglio dei ministri degli Esteri europei che doveva adottare a livello Ue la dichiarazione di Parigi, dunque bloccandone la ratifica e facendo infuriare l’alto rappresentante Federica Mogherini (e i palestinesi), questo debutto di 2017 promette bene. Intendiamoci, il fine ultimo è e sempre resterà la pace tra israeliani e palestinesi. Ma che la nebbia cosparsa negli ultimi decenni sulla realtà dei fatti cominci a essere finalmente diradata non potrà che fare bene a tutti. Non è possibile continuare a raccontare la fiaba del “conflitto che destabilizza il Medio Oriente”, mettendo in pericolo “il mondo”, quando Israele (e i territori controllati dopo una guerra difensiva, quella del 1967) è l’unica isola di stabilità di quella martoriata regione. Soprattutto, è bene che si fermi questo processo pernicioso di pressione univoche su Israele perché ritorni ai “confini di Auschwitz” (la Linea Verde nelle parole di Abba Eban) invitandolo all’autodistruzione. E, non di meno, è ora di togliere ai palestinesi la protezione universale qualunque cosa dicano e facciano (in particolare: il pervasivo incitamento alla violenza anti israeliana fisica e morale), compresi tutti i riconoscimenti negli organismi internazionali in palese violazione, non dimentichiamolo, degli accordi di Oslo.

Se nel mondo tornerà uno spirito di realtà, di pragmatismo e di riconoscimento di ragioni e torti effettivi, il processo di pace potrà, magari lentamente, andare avanti. Usiamo l’avverbio lentamente non per disfattismo. Tutt’altro: l’esperienza di Gaza non può essere ignorata. Non si può far finta che il ritiro unilaterale (quello che oggi si chiede a Israele da Giudea e Samaria) non abbia provocato altro che lutti e guerra e mai per volontà esplicita dello Stato ebraico, costretto a subire un costante stillicidio di razzi e attentati che l’hanno obbligato a rispondere militarmente per ripristinare la deterrenza.

Dunque, se a Ramallah si capirà finalmente che non c’è nulla da guadagnare dall’arrogante pretesa di ottenere tutto senza dare nulla in cambio, se i palestinesi saranno educati non all’odio ma all’accettazione convinta di ciò che è una realtà della Storia, l’esistenza di Israele, allora il conflitto che appare eterno andrà spegnendosi. Alla faccia del lontano Occidente.

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