Passeggiando per Vilnius, alla ricerca del passato ebraico

Taccuino

di Paolo Salom

Passeggiare per il centro storico di Vilnius, capitale della Lituania indipendente, città conosciuta forse più con il suo nome polacco, Vilna, può regalare impressioni diverse, contrastanti ma comunque profonde. Naturalmente, la differenza dipende dallo sguardo di chi vi si trova. Occorre conoscere la storia martoriata degli ebrei lituani per riuscire a meravigliarsi di come un intero universo possa essere sparito, nel giro di poco tempo, dopo mille anni di vita nel Paese (o meglio nei Paesi che in quest’area del lontano Occidente hanno di volta in volta fatto passare le loro frontiere).

A chi nulla sa di come circa duecentomila ebrei – 45 mila dei quali soltanto nella capitale, ovvero il 50% dei residenti – abbiano popolato la nazione baltica dando vita a scuole di pensiero, artistiche, o semplicemente abbiano animato i commerci da un punto all’altro dell’Europa, non vederne più traccia non farà grande differenza. Che il 96 per cento di loro siano stati perseguitati e uccisi a partire dal 1941, anno dell’invasione nazista, con l’entusiastico concorso della popolazione lituana cristiana, è una statistica da cercare, nei libri di storia o nei (rari) musei che a Vilnius cercano con fatica di conservarne il ricordo.

Ecco dunque che il vecchio quartiere ebraico di Vilna, a un passo dalla Cattedrale e dal (ricostruito) Palazzo del Granduca – orgoglio nazionale – si confonde con il resto della Città Vecchia e solo qualche rara iscrizione su un muro sbreccato, o il busto del Gaon di Vilna, nascosto in un giardino stento, ricordano al visitatore come, un tempo non troppo lontano, il selciato fosse percorso da carretti sgangherati i cui conduttori parlavano yiddish; che i vicoli risuonavano, almeno in estate, dall’alba al tramonto, delle voci di bambini con le peot scarmigliate sulle tempie; e che il venerdì mattina le massaie ebree si affrettavano a comprare il pesce nei mercatini per cucinarlo alla maniera askenazita.

La vita ebraica era parte dell’orizzonte da Vilnius al Mar Baltico. Sono stati sufficienti tre anni o poco più per annichilirlo, nella brutalità, per far piazza pulita delle cento e più sinagoghe e shul di Vilna: e oggi soltanto una è rimasta, la più “recente”, costruita nel 1903 e risparmiata dalla distruzione soltanto perché trasformata in deposito dai tedeschi invasori.

Ecco, basta una passeggiata in questi luoghi, dove solo mille ebrei rimangono, ognuno con una storia terribile alle spalle, ma neanche un bambino, per capire come mai quel fenomeno impetuoso chiamato sionismo ha portato al miracolo della rinascita di Israele. Ancor più oggi, quando la memoria fa difetto della verità. Quando nessuno si chiede più chi abitasse in quella casa decorata con lettere misteriose e invece ricomincia a sputare veleno e sentenze contro il sempiterno “complotto giudaico”.

Vilna era la Gerusalemme dell’Europa Orientale. Oggi non è che la capitale della Lituania, dove vivono solo lituani (e russi). Abbiamo ripreso in mano il nostro destino, nonostante tutto: non permetteremo più a nessuno di deciderne il fato.

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