La normalizzazione tra Israele e Mondo arabo è il presupposto per una pace globale

Taccuino

di Paolo Salom

[Voci dal lontano Occidente]

L’estate ci ha portato diverse sorprese. La più eclatante: il riconoscimento pieno di Israele da parte degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein. Cui si è aggiunto poi l’annuncio dell’avvio delle relazioni diplomatiche con il Kosovo, Stato a maggioranza musulmana che aprirà la sua ambasciata a Gerusalemme; e la contestuale promessa della Serbia di fare altrettanto, ovvero di spostare la rappresentanza diplomatica da Tel Aviv alla capitale. Mi è parso interessante, e anche commovente, siamo sinceri, l’entusiasmo seguito all’accordo con gli Emirati.

Mi riferisco non tanto alle bandiere comparse sugli edifici e le strade delle città israeliane o ai messaggi di amicizia e riconoscenza diffusi da politici e cittadini dello Stato ebraico. Quanto al calore mostrato negli Emirati nei confronti degli “ex nemici” sionisti: inviti ai turisti, menù kosher nei ristoranti degli alberghi, piena normalizzazione dei rapporti politici, economici e culturali. Qualcosa che nemmeno l’Egitto, il primo Stato arabo a firmare un trattato di pace con Israele (1979), o la Giordania (1994) hanno mai osato fare. Al contrario: per un cittadino egiziano o giordano mostrare amicizia nei confronti di Israele (non parliamo di viaggi o scambi di qualunque tipo) si trasforma in una immediata messa all’indice (se non peggio) nel proprio Paese.

Vi chiederete, a questo punto: che c’entra tutto questo con il lontano Occidente, peraltro attraversato in queste settimane dalle consuete teorie complottiste (gli ebrei responsabili di tutti i mali del mondo, Covid compreso); attacchi antisemiti; movimenti antirazzisti (!) che per difendere i neri attaccano “i giudei”.

Bene, a mio avviso il punto di contatto è il seguente. Molti Stati arabi hanno capito finalmente che Israele è parte del Medioriente, che le sue (le nostre) radici sono esattamente dove si trova. Che gli ebrei sono “cugini”, vicini o lontani non ha importanza: la parentela c’è (basta studiarne la lingua per capirlo). Dunque che senso ha questo continuo desiderio di “ributtare i sionisti a mare” come ci siamo sentiti ripetere per decenni? Molto meglio riconoscere la realtà e trattare da amici tutte le questioni rimaste in sospeso.

Nel lontano Occidente l’idea che gli ebrei siano qualcosa d’altro è presente da millenni. E questa percezione è stata all’origine di ingiustizie, dolore e tanto, tanto sangue. Solo la modernità, l’apertura dei ghetti, ha avviato un principio di integrazione che la Shoah ha annichilito sul nascere. I più anziani tra noi avranno una memoria diretta degli insulti che prima della Seconda guerra mondiale si rivolgevano agli ebrei europei: “Tornate in Palestina!”. Insulti che poi si sono trasformati in: “Andatevene dalla Palestina!”.

Dunque: adesso che diverse nazioni arabe riconoscono Israele e la sua rinascita nella sua Patria storica, cosa si dirà nel lontano Occidente? In effetti, la nostra presenza – qui o là – è perfettamente naturale. Gli ebrei che vivono nella Diaspora sanno essere cittadini degli Stati dove si trovano a vivere, magari da prima ancora della nascita di quella nazione (pensiamo alla Comunità di Roma). Chi vive in Israele si ricongiunge a una Storia millenaria che proprio lì ha le sue costanti. Dunque, in definitiva, l’insegnamento che arriva dagli Emirati potrebbe essere questo: “Gli ebrei sono un popolo come gli altri”.

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