Il mondo è in rapida evoluzione. Ma l’attenzione verso ebrei e Israele è macchiata dallo stesso sentimento: l’antisemitismo

di Paolo Salom

[Voci dal lontano Occidente] Il mondo sta cambiando. Velocemente. Se soltanto pensiamo a dove eravamo un anno fa, prima che la guerra tornasse a insanguinare l’Europa, è facile rendersi conto di come la Storia abbia deciso di rimettersi in marcia.

Difficile dire verso dove, al momento: tutto può accadere. Tuttavia, c’è un aspetto della vita nel lontano Occidente che sembra immune a qualunque cambiamento: il rapporto con Israele e, più in generale, con gli ebrei della diaspora. Avrete notato come invettive e promesse – a seconda delle parti politiche – abbiano colorato la campagna elettorale italiana appena terminata. Chi ha usato il conflitto con i palestinesi per attaccare Israele (e raccogliere i voti di una parte) e chi si è lanciato in promesse ardite (“se vinciamo riconosceremo Gerusalemme capitale”) per acchiappare la simpatia dell’altra parte.

Considerando le statistiche demografiche, direi che chi attacca gli ebrei ha buone probabilità di ottenere più voti, generalmente. Ma in verità il punto è un altro. E cioè: perché mai gli ebrei dovrebbero essere chiamati in causa a proposito di elezioni, in Italia (ma non solo), che certamente hanno ben altre priorità? E, per tornare al mondo che cambia: perché l’atteggiamento nei confronti dello Stato ebraico è sempre caratterizzato da ostilità, richieste che non si farebbero a nessun’altra nazione, invettive, accuse? La Russia invade l’Ucraina, Israele (piccolo Stato del Medio Oriente che certo non ha influenza o possibilità di avere un ruolo) è messo con le spalle al muro soltanto perché prova a starne fuori (e che altro potrebbe fare?). Una giornalista palestinese di Al Jazeera, Shirin Abu Aqleh, resta uccisa durante uno scontro tra soldati israeliani e miliziani palestinesi, a Jenin, e il mondo insorge contro i “perfidi ebrei”. Che magari – ammissione di Tsahal – possono aver colpito per errore la poveretta ma soltanto perché rispondevano al fuoco scriteriato dei nemici. Negli ultimi anni, dodici reporter di Al Jazeera sono stati uccisi in aree di conflitto mediorientali, dalla Siria all’Iraq: Shirin Abu Aqleh è l’ultima a cadere, qualcuno ricorda i nomi degli altri undici? Per non parlare dei giornalisti, ucraini e non soltanto, morti mentre cercavano di raccontare la guerra scatenata da Vladimir Putin.

Insomma, l’equilibrio seguito alla Seconda guerra mondiale è messo in discussione, con le armi, da una grande Potenza, la Russia, ma gli strepiti intorno al piccolo Israele restano identici. Ora, la domanda che occorre fare è questa: perché energie e atteggiamenti impositivi non vengono diretti contro la parte che alimenta il conflitto (gli arabi palestinesi)? Perché Israele è definito dalle principali organizzazioni umanitarie (difficile definirle tali, lo riconosco) uno Stato di apartheid quando la verità è esattamente l’opposto? Provate a entrare, da israeliani, nei Territori palestinesi, provate a proporre un futuro Stato arabo palestinese che comprenda anche quei nostri fratelli che hanno casa in Giudea e in Samaria… Ricordate le parole di Abu Mazen? “Non un solo ebreo calpesterà con i suoi luridi piedi il sacro suolo di Palestina”.
Non so voi, ma io sono stanco di tutto questo teatro. È ora di guardare la realtà per quello che è. La pace non è cosa che si fa da soli. Soprattutto, non è nemmeno pensabile raggiungerla se l’avversario ritiene di avere dalla sua il “sentimento del mondo”. Che in questo caso si chiama antisemitismo ed è il veleno più antico e pervicace che alberga nelle vene del lontano Occidente.