Cosa vuole dire essere amici di Israele? E Trump è un amico di Israele?

Taccuino

di Paolo Salom

Ma il presidente Trump è davvero un amico di Israele? E soprattutto: cosa significa essere amici di Israele? A cinque mesi dall’entrata in carica del miliardario americano confessiamo che non abbiamo ben capito cosa abbia in mente sulla questione mediorientale. In particolare, ci sfugge la sua capacità di leadership quanto ai rapporti internazionali. Intendiamoci, non vogliamo accodarci al coro di accusatori del nuovo inquilino della Casa Bianca che viene attaccato quotidianamente per ogni sua decisione o dichiarazione, giuste o sbagliate che siano. Tuttavia alcuni episodi recenti fanno pensare. E non bene. Un esempio è la lite furibonda, di per sé un assurdo diplomatico, scoppiata a Gerusalemme durante i colloqui tra funzionari americani e israeliani che stavano mettendo a punto i dettagli della prossima visita di Donald Trump in Israele.

Il presidente americano, cosa inusuale per un leader Usa in carica, ha deciso di avvicinarsi al Muro Occidentale. Bene, hanno chiesto i rappresentanti del governo dello Stato ebraico, Netanyahu può accompagnarlo? No, è stata la risposta, si tratta di una “visita privata”. Perfetto, ma almeno la troupe televisiva che seguirà il presidente, potrà riprenderlo mentre si trova di fronte al Muro? Ecco, a quel punto, gli americani hanno replicato con stizza che “non erano affari di Israele, quel luogo non è sul vostro territorio, appartiene alla West Bank”. Potete immaginare lo choc degli israeliani: i rappresentanti del governo che si dice “il miglior alleato” alzano la voce per dire che il Muro Occidentale… non è parte di Israele! Ovviamente, a quel punto gli animi si sono scaldati e le grida si sono propagate ben oltre i confini della sala dove avvenivano i colloqui.

Ora, mi dite voi quale rappresentante di un Paese amico si permetterebbe di prendere a male parole i colleghi che lo ospitano, in più su questioni come i confini e l’appartenenza territoriale di luoghi tanto simbolici per la storia degli ebrei? Qualcosa non funziona. Anche perché, nonostante le “precisazioni” arrivate da Washington (“quanto detto non è condiviso dal presidente”), l’unico messaggio che doveva giungere di fronte a tanta arroganza e incapacità (diplomatica) era l’immediato richiamo in patria dei due giovanotti che si erano permessi tanto. A oggi, non risulta sia avvenuto.

Secondo episodio: la rivelazione da parte di Donald Trump di segreti classificati al ministro degli Esteri russo Lavrov, in visita alla Casa Bianca qualche settimana fa. Segreti, si è poi saputo, che erano stati condivisi dal Mossad. Ora, a parte il ruolo importantissimo che i servizi israeliani svolgono non solo per proteggere il proprio Paese, ruolo che dovrebbe essere considerato ogni volta che si parla di “amicizia”, qui sfugge lo scopo ultimo del presidente americano. Non sa, Trump, dei rapporti stretti che ci sono tra russi e siriani e iraniani? E poi, considerato che le rivelazioni arrivavano proprio da quell’area geografica (e riguardavano Isis e sodali), quale senso può avere fornire a Mosca una carta così preziosa, visto che per i “professionisti” dell’intelligence, a quel punto, scoprire le fonti in un territorio controllato non è affatto difficile? Non sa Trump che così facendo si mette a rischio la vita degli informatori e, soprattutto, l’intera rete di intelligence (preziosissima per tutti, come abbiamo inteso)?

Se riuscirete a rispondere a queste domande riuscirete anche a capire se alla Casa Bianca c’è un “amico” di Israele o un dilettante che guida una Ferrari senza sapere come controllare la potenza del suo motore…

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