Coraggio e voglia di vivere, fiducia nel futuro e consapevolezza di essere padroni del proprio destino: Shanà tovà al popolo di Israele

Taccuino

di Paolo Salom

[Voci dal lontano occidente] 

Quando leggerete queste righe, i mille giorni trascorsi dal 7 ottobre 2023 saranno ormai mille e trenta. E forse anche di più. Tra poco cadranno i tre anni da quel terribile massacro, quei 1.200 esseri umani, uomini, donne e bambini, ciascuno con una propria storia, un’aspettativa di vita, gioie, sogni, pensieri, progetti, uccisi in un giorno di festa. Il loro mondo cancellato nel nome di un odio inumano e perverso, il loro futuro obliterato nel nome di un’ideologia che muove tuttora le menti di chi vorrebbe ripetere tutto daccapo, di chi si crede investito del potere di decidere chi ha il diritto di esistere e chi no.

Quella decisione folle, quell’idea malata che ha portato a immaginare di poter distruggere Israele si è ritorta sui suoi autori. Esattamente come accadde ai nazifascisti 80 anni fa. E noi, ora, con il cuore ancora gonfio di dolore, dobbiamo comunque cominciare a fare un bilancio. Perché niente è come prima né lo sarà nel futuro. Dunque vale la pena riflettere su cosa è cambiato e su come noi, ebrei della Diaspora, possiamo e dobbiamo vivere la nostra identità. Sapete cosa intendo: l’esplosione di antisemitismo scatenata dal 7 ottobre ha coinvolto tutti. In Europa, negli Stati Uniti, in Australia, ovunque ci fosse una comunità ebraica, le falangi degli odiatori di professione – già pronti con slogan e bandiere – hanno reso la nostra esistenza di nuovo precaria e appesa alla volontà delle autorità nazionali e locali di difenderla, quasi fossimo tornati indietro all’era più buia del Ventesimo secolo. Noi ebrei italiani, rispetto a chi vive in altri Paesi, come Gran Bretagna, Stati Uniti e Australia (già, la lontana Australia), possiamo anche dirci fortunati. Polizia, carabinieri, l’esercito: tutti si sono fatti in quattro per difenderci, il governo si è mosso con tempestività ed efficacia.

Ma il punto è un altro: perché questa non può essere accolta come una nuova “normalità”. Questo è invece un conflitto vero anche se combattuto con armi improprie lontano dal vero campo di battaglia. Un conflitto che non si può ignorare. Molti si sono spaventati, hanno cercato di superare l’angoscia come potevano. Altri hanno cercato di trovare una spiegazione logica a quanto accadeva: Israele aveva risposto con troppa durezza, e questo ha provocato una reazione “di segno opposto”. A costo di ripetermi, insisto: no, Israele non c’entra. La guerra che Hamas ha voluto e scatenato non poteva che essere condotta come è stata condotta. Le conseguenze sono comunque responsabilità dei terroristi, i quali, peraltro, avevano già previsto l’assalto agli ebrei della Golah. E ad ogni modo, di fronte a un atto di guerra tanto violento e crudele, qualunque Stato al mondo avrebbe risposto distruggendo gli aggressori.

Certo, in un mondo che è tornato ad essere volatile e violento, non è facile ritrovare serenità e capacità di affrontare con speranza il futuro. Tuttavia, questa è la realtà in cui ci troviamo. È giusto considerare che abbiamo superato tre anni davvero difficili. Ma mai come i nostri fratelli in Israele, sottoposti ad attacchi, bombardamenti e ogni sorta di minaccia. Eppure, ogni volta che ci troviamo a parlare con un israeliano – vi sarà capitato – leggiamo nelle sue espressioni coraggio e voglia di vivere, fiducia nel futuro e gioia data dalla consapevolezza di essere padroni del proprio destino. Esattamente quello che per secoli gli ebrei non hanno potuto nemmeno immaginare: perché non avevano uno Stato indipendente. Voi direte: ma Israele è pieno di problemi, circondato da nemici, soggetto a divisioni. Vero, tutto vero: ma quale comunità al mondo vive nella perfezione? Quello che, a mio avviso, non deve oscurare il nostro giudizio è la consapevolezza che il miracolo della rinascita di un Israele, sovrano nella sua Terra, non è qualcosa che si possa oscurare, sminuire, delegittimare. Se siamo sopravvissuti a due millenni di pogrom e odio ingiustificabili se non per la folle incapacità dei popoli ospiti di misurarsi con la propria Storia, lo dobbiamo al fatto che siamo una nazione, una comunità, una famiglia. Abbiamo, noi ebrei, un destino comune, una ragione unica per continuare a testimoniare al mondo chi siamo e da dove veniamo. Con coraggio e speranza: Shanà Tovà uMetukah.

 

Foto in alto: Western-Wall.-UNSPLASH-Anton-Mislawsky-CC Creative commons