Francesca Albanese

Francesca Albanese, la relatrice che divide l’Europa e infiamma Hollywood (e ottiene i plausi di Hamas)

Personaggi e Storie

di Nina Prenda
Dopo le dimissioni dell’Albanese richieste dalla Francia, si accodano anche la Germania, Austria e Repubblica Ceca. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani schiera anche l’Italia, e si aggiungono alcuni parlamentari britannici ed esponenti dell’Ue. La stessa Onu ammette di non condividere molte delle sue posizioni. Ma per molti rimane un’eroina, nonostante le sue dichiarazioni pronunciate negli anni parlino da sole.

 

Da mesi Francesca Albanese è diventata molto più di una relatrice speciale delle Nazioni Unite: è un caso politico, mediatico e culturale. L’ultima dichiarazione – «come umanità abbiamo un nemico comune», riferita a Israele, pronunciata durante un evento di Al Jazeera a cui partecipavano anche il ministro degli esteri iraniano e uno dei cpai di Hamas, Khaled Mashaal, – ha riacceso una polemica che non si è mai davvero spenta, trasformando la giurista italiana in uno spartiacque tra governi, partiti e mondo dello spettacolo.

Al centro del ciclone c’è Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi, accusata da più capitali europee di aver oltrepassato il perimetro di neutralità richiesto dal suo incarico.

L’asse europeo contro Francesca Albanese

Dopo le dimissioni dell’Albanese richieste dalla Francia, si accoda anche la Germania, che chiede la revoca dell’incarico Onu della relatrice per la sua «posizione insostenibile su Israele». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani schiera anche l’Italia: «Le posizioni di Albanese non rispecchiano quelle del governo italiano. Le sue affermazioni e iniziative non sono adeguate all’incarico che ricopre all’interno di un organismo di pace e garanzia come le Nazioni Unite». 

Seguono i governi di Austria e Repubblica Ceca chiedono le dimissioni di Francesca Albanese. Quaranta parlamentari del Regno Unito si rivolgono al Foreign Secretary, Yvette Cooper, chiedendo di premere nella stessa direzione. Con una lettera all’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri, Kaja Kallas, poi, Elena Donazzan, europarlamentare di FdI, esprime «forte preoccupazione» per quello che definisce un comportamento «non consono al ruolo» e chiede un intervento formale della Commissione europea.

La stessa Onu, tramite il portavoce del segreteario generale Antonio Guterres, ha preso le distanze dalla relatrice. “Non siamo d’accordo con gran parte di ciò che dice” ha dichiarato  Stephane Dujarric. “Non userei i termini che lei sta usando per descrivere la situazione“, ha aggiunto Dujarric in un incontro con i giornalisti, riportato da Adnkronos. Commentando le richieste di dimissioni, il portavoce Onu ha poi spiegato che “se gli Stati membri hanno un problema con i relatori speciali, è una questione che spetta a loro affrontare”.

Invece, intorno ad Albanese fanno quadrato Avs e singoli esponenti del Pd e del M5S. Nicola Fratoiani e Angelo Bonelli protestano contro «il linciaggio mediatico e istituzionale senza precedenti, che travalica i confini dei singoli Stati».

In difesa della relatrice, si è schierata anche l’organizzazione terroristica di Hamas, sostenendo che l’Occidente vorrebbe «punirla perché difende i palestinesi».

Il mondo del cinema dalla parte di Albanese

Oltre cento figure del cinema e della cultura mondiale, da Mark Ruffalo a Javier Bardem, hanno firmato una lettera aperta a sostegno di Francesca Albanese. Gli artisti chiedono di tutelare l’indipendenza di chi documenta quanto accade sul campo. Tra i firmatari figurano Mark Ruffalo, Javier Bardem, Annie Lennox, Ken Loach, Brian Eno, Viggo Mortensen, Jim Jarmusch, la Nobel per la Letteratura Annie Ernaux e, per l’Italia, Asia Argento. Nel documento, gli artisti affermano di voler difendere l’autonomia del mandato di Albanese, il cui compito è monitorare e documentare eventuali violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi. La lettera esprime “pieno supporto” alla relatrice, ritenuta una figura essenziale per garantire un’osservazione indipendente sul campo.

 

Le dichiarazioni di Francesca Albanese

La dichiarazione della Albanese secondo la quale Israele sarebbe il “nemico comune” che abbiamo come umanità è solo l’ultima esternazione di una lunga serie che qui, brevemente, riporteremo.

A fine dicembre 2025, dopo l’assalto alla sede giornalistica de La Stampa di Torino da parte dei collettivi di sinistra, Francesca Albanese dichiarò: “Condanno la violenza contro la stampa ma anche voi giornalisti”. Secondo lei, l’assalto oltraggioso e violento alla sede di un giornale italiano da parte di rivoltosi sarebbe dovuto servire da “monito” ai giornalisti per “tornare a fare il proprio lavoro”.

Nell’ottobre del 2025, avevano avuto risalto le parole della rappresentante Onu contro Liliana Segre, giudicata “non imparziale” e “non lucida” per pronunciarsi sul termine “genocidio”.

Nell’ottobre del 2025, la relatrice correggeva il sindaco di Reggio Emilia che invocava la liberazione degli ostaggi e diceva: “La pace non ha bisogno di condizioni. Mi deve promettere che questa cosa non la dice più”.

Nel maggio del 2025, in diretta televisiva, Francesca Albanese rispondeva “no” alla domanda di Francesco Giubilei se lei considerasse Hamas un gruppo terroristico.

Nell’ottobre del 2024, la relatrice, tramite un post sui social, paragonava lo Stato ebraico alla Germania nazista di Hitler.

Nel febbraio del 2024, la rappresentante Onu scriveva in un tweet in risposta ad Emmanuel Macron: “Le vittime del 7/10 sono state uccise non a causa del loro ebraismo, ma in risposta all’oppressione di Israele”.

È dal 2023 che le indagini di UN Watch che documentano la sua cattiva condotta finanziaria, l’antisemitismo, gli abusi etici e il suo viaggio all inclusive in Australia e Nuova Zelanda finanziato dai gruppi pro-Hamas.

 

Nel novembre 2022 partecipava al summit “Sedici anni di assedio a Gaza” dove erano presenti i vertici dei gruppi terroristici della Striscia e lei diceva loro: “Avete il diritto di resistere”.

Nel lontano 2014 aveva già dato ampia prova delle sue posizioni: scriveva che gli Stati Uniti fossero soggiogati dalla lobby ebraica.

Il tutto avveniva mentre la difensora di Gaza si definiva “avvocato, lawyer” nonostante non risulti iscritta ad alcun Ordine degli Avvocati.