di Davide Cucciati
In Italia, la vicenda venezuelana si è trasformata subito in un terreno di scontro identitario: Trump, il diritto internazionale, il petrolio e le tifoserie. La scena di Roma, con la lite tra manifestanti italiani pro Maduro ed esuli venezuelani durante una manifestazione contro l’operazione statunitense, è diventata una fotografia brutale del cortocircuito: accuse di “tradimento” e l’idea che chi è scappato non abbia titolo per parlare. Due donne, due generazioni, una stessa frattura: la diaspora ebraica venezuelana in Italia che guarda a Caracas e a Washington con l’incognita del futuro.
(Foto: manifestanti venezuelani contro il regime di Maduro al District Court for the Southern District of New York. Credits: Raffaele Coppola)
Il punto di svolta non è arrivato da un’elezione contestata o da un negoziato infinito ma da un’azione americana che ha cambiato la cronologia degli eventi in poche ore: il 3 gennaio 2026, Nicolas Maduro è stato catturato da forze statunitensi e trasferito negli Stati Uniti, dove è comparso davanti a un tribunale federale. Nel giro di due giorni, a Caracas, Delcy Rodriguez ha assunto l’incarico di presidente ad interim. Da Washington, il 7 gennaio, il segretario di Stato Marco Rubio ha presentato un piano in tre fasi: stabilità, recovery e transizione. La “recovery”, nelle parole dell’amministrazione, è legata anche al tema del petrolio e all’accesso di compagnie statunitensi e occidentali. Nella stessa cornice, una ricostruzione di Reuters ha messo a fuoco un elemento che pesa come un macigno: nella logica americana, la tenuta dell’ordine nella prima fase passerebbe anche da figure dell’apparato chavista, con Diosdado Cabello indicato come perno della sicurezza.
In Italia, la vicenda venezuelana si è trasformata subito in un terreno di scontro identitario: Trump, il diritto internazionale, il petrolio e le tifoserie. La scena di Roma, con la lite tra manifestanti italiani pro Maduro ed esuli venezuelani durante una manifestazione contro l’operazione statunitense, è diventata una fotografia brutale del cortocircuito: accuse di “tradimento” e l’idea che chi è scappato non abbia titolo per parlare.
Testimonianze da Milano
“Stiamo celebrando la cattura di un tiranno”
Shira Sara ha 27 anni, vive a Milano, studia medicina, è laureata in Scienze della salute e ha un master in psicologia. Inizia l’intervista evidenziando la complessità della situazione: “Se dovessi dirlo in termini semplici, è la considerazione che ‘una cosa non toglie l’altra’. Ho avuto amici che mi hanno scritto preoccupati, convinti che il fatto che il Presidente Trump ha rimosso Maduro dal potere sia una catastrofe. Nel frattempo, noi venezuelani stavamo festeggiando, anche coloro che si trovano ancora in Venezuela e che, per farlo, rischiano la detenzione per quello che il regime definisce ‘traición a la patria’ (‘tradimento della patria’). Per molte persone che si oppongono a Trump – soprattutto per chi ha sofferto le conseguenze di alcune politiche della sua amministrazione – è destabilizzante provare un sollievo così profondo per la cattura, tanto attesa, di Maduro, avvenuta grazie a lui. È normale provare disagio quando le proprie convinzioni vengono messe di fronte a fatti contraddittori: si chiama dissonanza cognitiva. Tuttavia, molto spesso questo porta a rifiutare o reinterpretare le nuove informazioni, invece che aggiornare le proprie convinzioni. Per noi venezuelani è chiarissimo che stiamo celebrando la cattura di un tiranno. Per chi non ha vissuto gli ultimi 27 anni della propria vita sotto il chavismo, invece, questo non è altrettanto evidente.”
Shira prova a dare un nome al meccanismo che vede in tanti commenti occidentali, lo chiama Horn effect, un bias che fa passare ogni valutazione sul Venezuela attraverso l’impressione negativa formata altrove. Il risultato è una dissonanza che diventa giudizio morale contro chi ha vissuto quel sistema sulla propria pelle: “Potete assolutamente mantenere le vostre convinzioni su Trump. Avete il diritto di mettere in discussione il quadro giuridico delle sue azioni, di sentirvi a disagio per ciò che questo potrebbe significare per altri Paesi e per le motivazioni che vi stanno dietro. Ma non osate dirci ‘studia la storia’, come ha fatto quel manifestante pro-Maduro a Roma. È ironico che ci venga chiesto di ‘studiare’ la nostra stessa storia mentre rischiamo la vita protestando pacificamente; mentre i nostri cari vengono imprigionati e torturati per lo stesso motivo; mentre organizziamo il bucato e le docce in base ai rari momenti in cui arriva l’acqua dopo giorni di assenza; mentre chiediamo agli amici all’estero di portarci i medicinali di cui hanno bisogno i nostri nonni; mentre non troviamo latte o beni di prima necessità al supermercato; mentre facciamo ore di fila per la benzina; mentre salta la corrente mentre stiamo facendo un compito scolastico; mentre riceviamo minacce di morte via email perché nostro padre ha scritto su un giornale; mentre veniamo colpiti dai paramilitari di Maduro mentre aspettiamo al seggio elettorale che i nostri genitori possano votare.”
E aggiunge un ricordo personale che sposta l’asse emotivo del discorso e mostra quanto la polarizzazione possa arrivare anche fuori dal Venezuela: “Purtroppo non si è trattato solo di qualche video visto online. Ho vissuto tutto questo anche il 5 gennaio, davanti al Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Sud di New York, durante il processo a Maduro. È stato estremamente doloroso e rabbioso sentire persone non venezuelane dirci in faccia ‘noi sosteniamo il ‘Presidente’ Maduro’, mentre a due metri di distanza c’era un’anziana donna a cui il regime aveva bruciato la pelle per aver chiesto pacificamente un cambiamento.”
Su tematiche e argomentazioni frequentemente citate nei dibattiti, Shira propone un esame di coscienza: “Il mio messaggio a chi oggi si dice preoccupato per il nostro petrolio è questo: se non vi siete preoccupati mentre il nostro petrolio veniva sfruttato da Cuba, Russia e Cina, mentre noi facevamo ore di fila per avere benzina nel nostro stesso Paese, ma improvvisamente vi preoccupate ora che il Presidente Trump ha rimosso un tiranno e intende investire in un’industria petrolifera devastata, vi invito a fare un serio esercizio di introspezione. Il mio messaggio a chi oggi invoca il diritto internazionale per il Venezuela è questo: se non vi siete indignati per l’assenza totale di azioni da parte dei leader mondiali quando l’80% della nostra popolazione viveva già in povertà; quando oltre 8 milioni di venezuelani sono stati costretti a fuggire; quando più di 800 prigionieri politici sono ancora oggi torturati all’Helicoide; quando Neomar Alejandro Lander Armas e più di 250 persone sono state uccise in pieno giorno durante proteste pacifiche, vi prego: fermatevi e fate un esercizio d’introspezione.”
Poi c’è la parola più ambigua del piano Rubio: “stabilità”. Per Shira, stabilizzazione non è uno slogan. è un passaggio inevitabile e rischioso perché Maduro non era l’unico ingranaggio: “Maduro è il volto del regime, ma ci sono ancora molte persone profondamente coinvolte nel sistema e che dispongono di apparati paramilitari per continuare una repressione feroce. Hanno persino creato applicazioni attraverso cui i cittadini ‘denunciano’ i propri vicini, in modo inquietantemente simile alla marchiatura delle case con una stella nel 1944. Abbiamo eletto Edmundo González alle elezioni del 2024 con oltre il 70% del sostegno popolare, insieme a María Corina Machado. Se questa fase di stabilizzazione (anche dialogando con elementi del regime) può evitare un nuovo bagno di sangue e creare le condizioni per una vera elezione legittima, allora che sia così.”
Quando il discorso tocca gli apparati, però, il tono cambia: “Posso parlare solo come cittadina, non come politica: finché il regime avrà figure come Diosdado Cabello a capo dei paramilitari e dell’esercito, nulla potrà davvero cambiare. Non abbiamo i mezzi per affrontarli. Continuiamo a combattere una guerra armata a mani nude.”
“Era un Paese all’avanguardia, lo hanno smembrato”
La seconda voce arriva da un’altra generazione. Un’iscritta venezuelana alla Comunità Ebraica di Milano, che ha scelto di rimanere anonima, la quale vive in Italia da vent’anni e guarda al Venezuela con un doppio sguardo: la memoria di un Paese che, racconta, era all’avanguardia, e il giudizio su un sistema che ha divorato risorse e istituzioni: “Il comunismo distrugge qualsiasi cosa, mascherato da socialismo o da altre formule. L’unico obiettivo è succhiare risorse per interessi personali. Narcotraffico e terrorismo. L’unica cosa che non sono riusciti a rubare è il bel tempo.”
La sua fotografia del collasso è economica e sociale: la moneta che si disintegra, la classe media che scompare, l’idea di un Paese smembrato. “Era un Paese all’avanguardia. C’era di tutto e di più. Lo hanno smembrato al nulla. La classe media è sparita.” E porta anche un punto centrale per Mosaico: nella sua esperienza, la condizione ebraica in Venezuela è peculiare. Infatti, ha precisato che “in Venezuela, per gli ebrei, grazie a Dio, non ci sono mai stati veri problemi” connessi all’identità. “La Comunità è al margine; non c’è antisemitismo. È stato quasi un paradiso per gli ebrei. Dopo la Seconda guerra mondiale il Venezuela ha accolto migliaia e migliaia di ebrei oltre a tante persone immigrate.”
Sulla stabilità, la fonte anonima spinge l’argomento nella direzione più realistica e tipica delle transizioni post dittatura: “esistono almeno migliaia di sostenitori” che beneficiano di vantaggi e privilegi garantiti loro dal regime. “Se si cambia drasticamente, si rischia una rivolta.”
In questo quadro Delcy Rodriguez è una figura chiave: “Rodriguez può essere anche peggio di Maduro. È responsabile in prima persona di cose atroci. Però sono convinta che sia stata lei a vendere Maduro. Può essere l’elemento per smembrare la struttura creata in trent’anni.”
Su Cabello il giudizio è ancora più duro e torna lo stesso dilemma: tenerlo nella stanza dei bottoni può pacificare, anche se significa rinviare la resa dei conti: “Cabello è un demone. Grazie alla scelta di tenerlo al momento il Venezuela è pacato. Si evita la rivolta. Sono stati intelligenti. Evitiamo la guerra civile.”
Maria Corina Machado, simbolo e progetto
Per entrambe, il nome che dà un volto alla domanda sul dopo è Maria Corina Machado, ma con accenti diversi. Shira la racconta come progetto e simbolo, e soprattutto come oggetto di un dibattito interno, anche tra chi è anti Maduro: “È la leader di un progetto politico concreto, ma anche il nostro simbolo di speranza. Dopo aver fondato nel 1992 la Fondazione Atenea per aiutare i bambini di strada di Caracas, è attiva in politica dal 2002. È stata deputata all’Assemblea Nazionale dal 2011 al 2014 e nel 2012 ha fondato il partito Vente Venezuela, un movimento liberale conservatore. Una critica ricorrente (non solo a lei, ma a molti leader dell’opposizione) è la continua ricerca di un cambiamento pacifico dialogando con un regime omicida. È un dibattito profondo: abbiamo perso troppe vite per la libertà, e molti pensano che ‘basta così’, mentre altri credono sia l’unica via possibile. Nessuno ha un figlio, un padre o un amico ‘da sacrificare’, ma capisco che tempi disperati richiedano soluzioni disperate. Un’altra critica, prima della cattura di Maduro, riguardava i tempi: Maria Corina ci ripeteva che eravamo sulla strada giusta, ma dopo mesi dalle elezioni del 2024 molti avevano perso la speranza.”
Shira aggiunge un elemento che sposta il discorso dalla figura alla rete e al rischio personale: “Poco tempo fa hanno imprigionato una persona molto cara” alla mia famiglia, “ed è stato terrificante. Sono persone che rischiano la vita per un futuro migliore e che sono estremamente preparate per ciò che verrà. Molti hanno studiato all’estero, imparando da altre culture e ideologie. Sono figure che ammiro profondamente, ma mentirei se dicessi di immaginare una leadership perfetta. La nostra storia ci insegna a mantenere sempre uno sguardo critico.”
La fonte anonima, invece, la inquadra con una frase che condensa tutto il realismo delle transizioni post dittatura: “Machado è ideale per transizione futura ma oggi come oggi non ha la forza per parlare ai delinquenti del regime.”
Trump: un salvatore?
La frattura più visibile tra le due testimonianze emerge nel rapporto con Washington. Shira lo chiama pragmatismo, una soglia morale abbassata da anni di fallimenti, proteste, repressione, con la priorità di aprire una finestra concreta di libertà: “Abbiamo provato con diversi leader dell’opposizione, protestando dal 2002 e votando, e il risultato è stato solo censura, terrore, torture e morte per milioni di noi. Vorrei poter dire che esiste un limite chiaro, ma dopo tutto il dolore causato dal regime, l’asticella è molto bassa. In altre condizioni, anche questa fase verrebbe rifiutata. Ma oggi rappresenta, di gran lunga, la speranza più grande che abbiamo avuto da anni.”
La fonte anonima usa invece una formula emotiva e definitiva, che misura l’intensità di una parte della diaspora: “Per noi, Donald Trump è Masciach.”
Come già evidenziato su Mosaico nel 2025, negli Stati Uniti è stato presentato il No Hezbollah in Our Hemisphere Act, promosso dai senatori Jacky Rosen e John Curtis, con l’idea di rafforzare strumenti di pressione sui Paesi indicati come “santuari” per le attività di Hezbollah e dei suoi facilitatori. In quel dibattito, il Venezuela veniva descritto come nodo centrale dell’influenza iraniana nell’emisfero. Testate come il Times of Israel hanno riportato, citando una fonte diplomatica argentina, movimenti di quadri di Hezbollah verso Paesi latinoamericani incluso il Venezuela, un elemento che per le comunità ebraiche rende la regione un tema di sicurezza oltre che geopolitico.
La transizione non sarà istantanea. Sarà un processo lungo, pieno di compromessi e rischi. Shira lo dice nella forma più personale e narrativa, parlando dei venezuelani negli Stati Uniti: “Tutte queste cose insieme: entusiasmo, prudenza e paura. Tornare è il sogno di molti, ma dopo anni di esilio molti hanno un lavoro costruito con fatica, una laurea da completare, una ‘casa lontana da casa’. Il rientro richiede tempo e pianificazione. Nel mio caso, qui in Italia, indipendentemente da ciò che il futuro mi riserva e dalle opportunità che ho di aiutare dall’esterno, non vedo l’ora del giorno in cui potrò tornare in Venezuela in sicurezza, anche solo per visitarla.”
Sul versante personale, Shira aggiunge una cautela che pesa come un dettaglio di realtà: “Non ho ancora contattato nessuno dopo la cattura di Maduro, per il rischio di controlli e detenzioni. È troppo presto, e potrebbe metterli in pericolo.”
In Italia, dove la tentazione è ridurre tutto a una disputa su Trump, le parole di Shira fissano un limite semplice: una cosa non toglie l’altra. Si può discutere di diritto internazionale e di interessi energetici, e nello stesso tempo riconoscere la legittimità di una gioia che non nasce da ideologia ma da anni di paura. Si può sperare in una transizione e non farsi illusioni sugli uomini che la gestiranno. Si può chiedere giustizia e temere il caos.





