di Anna Balestrieri
Save a Child’s Heart è nata in Israele nel 1995. Da allora ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi nei quali l’accesso alla cardiochirurgia pediatrica è limitato o inesistente, e sviluppa programmi di formazione per medici e infermieri, soprattutto africani che tornano poi nei rispettivi Paesi per mettere a disposizione le competenze acquisite.
Per arrivare a Lusaka, Richard Mbimbi ha percorso con il padre più di novecento chilometri, lasciandosi alle spalle un villaggio remoto dello Zambia nord-occidentale. Ha nove anni e una malattia cardiaca reumatica che ha compromesso due valvole del cuore. Tutto è cominciato con un’infezione alla gola apparentemente banale, rimasta senza cura perché la famiglia non aveva accesso agli antibiotici.
Il 13 luglio Richard è entrato nella sala operatoria del National Heart Hospital della capitale. Ad attenderlo c’era un’équipe composta da medici zambiani e specialisti arrivati da Israele. L’intervento a cuore aperto è riuscito.
«Mio figlio sta bene», ha raccontato il padre dopo l’operazione. Dietro la semplicità di queste parole c’è una storia che va oltre il destino di un singolo bambino.
La missione non si limita infatti a curare piccoli pazienti: punta a costruire in Zambia una competenza medica capace, un giorno, di camminare da sola.
Non soltanto operare
Durante una settimana di attività a Lusaka, i cardiochirurghi pediatrici, gli anestesisti, gli intensivisti e gli infermieri di Save a Child’s Heart hanno partecipato a dieci interventi su bambini affetti da gravi patologie cardiache.
L’organizzazione umanitaria israeliana opera in collaborazione con il Sylvan Adams Children’s Hospital del Wolfson Medical Center di Holon. Ma il numero delle operazioni, per quanto importante, non rappresenta l’aspetto più significativo del progetto.
La priorità è un’altra: affiancare i professionisti locali, trasferire conoscenze e consolidare un reparto di cardiochirurgia pediatrica che possa diventare progressivamente autonomo.
Lo ha spiegato con chiarezza Hagi Dekel, cardiochirurgo pediatrico del Wolfson Medical Center: l’obiettivo delle missioni non è arrivare in Africa, operare e ripartire. È rafforzare i medici presenti sul territorio, accrescere la loro sicurezza professionale e permettere loro di assumersi direttamente la responsabilità delle cure.
Nella cooperazione sanitaria più efficace, il successo non coincide con la presenza permanente degli specialisti stranieri, ma con il momento in cui la loro presenza non è più indispensabile.
Una macchina per tenere in vita il cuore
La missione di luglio ha coinciso con l’inaugurazione di una nuova macchina cuore-polmone, dal valore di circa duecentomila dollari.
Durante gli interventi a cuore aperto, questo dispositivo sostituisce temporaneamente le funzioni cardiache e respiratorie del paziente, consentendo ai chirurghi di lavorare sul cuore fermo. Per un ospedale specializzato si tratta di un’apparecchiatura essenziale. In Zambia, Paese con oltre ventidue milioni di abitanti, è soltanto la seconda disponibile.
La macchina è stata donata grazie al contributo dell’American Jewish Committee e della Bergman Family Charitable Foundation. Fa parte di un più ampio programma di cooperazione e sviluppo infrastrutturale, avviato nel 2007 e finanziato con circa tre milioni di dollari.
La tecnologia, tuttavia, da sola non basta. Un macchinario sofisticato richiede équipe preparate, manutenzione, protocolli, capacità anestesiologiche e assistenza intensiva postoperatoria.
Donare strumenti senza formare le persone rischia di produrre cattedrali tecnologiche nel deserto. Il progetto zambiano prova invece a far crescere insieme infrastrutture e competenze.
I primi chirurghi pediatrici del Paese
Per lungo tempo lo Zambia non ha avuto nemmeno un cardiochirurgo pediatrico. I bambini affetti da malformazioni congenite o da patologie cardiache acquisite potevano sperare nelle cure soltanto viaggiando all’estero, quando le condizioni economiche e familiari lo permettevano.
Il primo specialista del Paese, Mudaniso Kunani Ziwa, ha completato nel 2024 un percorso di formazione di sei anni in Israele ed è poi tornato a lavorare al National Heart Hospital di Lusaka.
Ora sta per raggiungerlo Zakias Moonde Muulu, che sta completando il quinto anno della stessa fellowship al Wolfson Medical Center. Dopo il rientro, previsto al termine del percorso, diventerà il secondo cardiochirurgo pediatrico dello Zambia.
La formazione dura sei anni e comprende molto più della tecnica operatoria. Significa imparare a valutare i pazienti, selezionare i casi, coordinare l’équipe, gestire le emergenze e seguire i bambini nelle delicate ore successive all’intervento.
Dekel parla di una seconda generazione di specialisti: prima ha formato Ziwa, ora accompagna Muulu verso l’autonomia professionale.
Non è ancora una scuola nazionale strutturata, ma è il principio di una filiera. Due medici possono formare altri colleghi, sostenere nuovi reparti e cambiare la capacità di risposta dell’intero sistema sanitario.
Sei anni lontano da casa
Muulu è arrivato in Israele nel 2022. Il suo apprendistato si è svolto durante alcuni degli anni più drammatici della storia recente del Paese: l’attacco del 7 ottobre 2023, la guerra e i successivi periodi di tensione regionale.
All’inizio, ha raccontato, vivere in un luogo coinvolto direttamente in un conflitto gli faceva paura. Con il tempo ha imparato ad adattarsi, condividendo la quotidianità dei colleghi israeliani anche nei momenti più difficili.
La sua permanenza al Wolfson Medical Center non è stata soltanto un percorso professionale. È diventata un’esperienza umana e culturale, segnata dalla distanza dal proprio Paese e dalla consapevolezza del compito che lo attende al ritorno.
In Zambia, ha spiegato, molti bambini continuano a essere trasferiti in Israele per ricevere le cure necessarie. Ma non tutte le famiglie possono affrontare un viaggio internazionale, né un modello fondato esclusivamente sull’invio dei pazienti all’estero può rispondere ai bisogni di un’intera popolazione.
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Formare un medico locale significa moltiplicare nel tempo il numero dei bambini curabili e ridurre la distanza, geografica ed economica, tra la malattia e la possibilità di guarire.
Riparare cuori, costruire sistemi
Save a Child’s Heart è nata in Israele nel 1995. Da allora ha curato quasi 8.500 bambini provenienti da 75 Paesi nei quali l’accesso alla cardiochirurgia pediatrica è limitato o inesistente.
Accanto agli interventi, l’organizzazione ha sviluppato programmi di formazione per medici e infermieri, soprattutto africani. Più di 160 professionisti sanitari hanno partecipato alle sue attività, tornando poi nei rispettivi Paesi per mettere a disposizione le competenze acquisite.
Attualmente sono otto i medici inseriti nei programmi di formazione. Provengono, tra gli altri, da Zambia, Tanzania, Etiopia e Ruanda. L’organizzazione favorisce anche la creazione di rapporti tra questi specialisti, affinché possano collaborare oltre i confini nazionali.
È una forma di cooperazione fondata sulla circolazione del sapere. Al posto di un rapporto verticale, nel quale un Paese dona e l’altro riceve, prende forma una rete di professionisti che condividono protocolli, casi clinici ed esperienze.
Il bilancio annuale dell’organizzazione ammonta a circa otto milioni di dollari ed è sostenuto da donatori privati e fondazioni filantropiche.
La diplomazia della cura
La missione sanitaria si inserisce anche nel progressivo rafforzamento dei rapporti tra Israele e Zambia. I due Paesi avevano ripristinato le relazioni diplomatiche da quasi trentacinque anni quando, nell’agosto 2025, Israele ha aperto un’ambasciata a Lusaka.
L’ambasciatrice israeliana Ofra Farhi ha definito l’iniziativa un esempio di cooperazione di lungo periodo, fondata su formazione, tecnologia e partenariato.
Il linguaggio ufficiale appartiene alla diplomazia, ma nelle corsie dell’ospedale assume una forma concreta: un medico che insegna a un altro medico, un’apparecchiatura che consente un intervento prima impossibile, un bambino che torna a respirare senza che il suo cuore debba più combattere contro una malattia non curata.
La sanità diventa così uno strumento di relazione internazionale. Non cancella le differenze politiche né risolve le disuguaglianze strutturali, ma costruisce un terreno comune nel quale la collaborazione produce risultati immediatamente riconoscibili.
La misura del futuro
Richard è soltanto uno dei bambini operati durante la missione di luglio. La sua storia offre un volto a un problema molto più vasto: la scarsità di cure pediatriche specialistiche in molte aree dell’Africa e la distanza che separa una patologia curabile dalla possibilità concreta di ricevere un trattamento.
La risposta di Save a Child’s Heart parte dagli interventi, ma prova a spingersi oltre. Ogni fellowship dura anni, ogni reparto richiede investimenti e ogni nuova équipe nasce attraverso un lento trasferimento di responsabilità.
Non è un modello rapido. È però un modello capace di lasciare qualcosa quando la missione termina e gli specialisti tornano a casa.
Muulu lo riassume pensando al proprio futuro: il suo lavoro non riguarda soltanto un bambino o una famiglia, ma un intero Paese.
La vera eredità di un intervento riuscito non è soltanto il cuore che ricomincia a funzionare. È la possibilità che, la volta successiva, a salvarlo sia un medico nato e formato per restare lì.



