Volo FlyDubai, copilota accoltella il pilota per far schiantare l’aereo. Ma i media parlano di «lite» e di «aspetti da chiarire»

Mondo

di Ludovica Iacovacci
Non torna la minimizzazione dell’intervento degli eroi israeliani che hanno salvato la vita a circa 180 persone irrompendo nella cabina di pilotaggio per fermare il terrorista. Non torna il mancato riconoscimento del coraggio di Smit Machchhar, il pilota indiano che ha resistito alla ferocia del collega. Non torna, soprattutto, la sproporzione tra la gravità dei fatti e il linguaggio utilizzato per raccontarli, al limite del copmplottismo.

 

La cabina di pilotaggio di un aereo di linea, un pilota accoltellato dal proprio copilota, 174 passeggeri a bordo e un atterraggio d’emergenza. Eppure, nel racconto di una parte della stampa nazionale e internazionale, un episodio di questa gravità diventa una «lite», un «litigio», uno «scontro tra piloti», un «incidente».

È quanto accaduto sul volo FlyDubai diretto da Dubai a Tel Aviv, dove, secondo le ricostruzioni, il copilota, di nazionalità omanita, ha accoltellato il comandante indiano Smit Machchhar. A fermare il terrorista sono stati alcuni passeggeri israeliani, intervenuti in cabina di pilotaggio. Il velivolo è quindi atterrato in emergenza in Arabia Saudita. Una vicenda che avrebbe potuto trasformarsi in una strage. Israele sta trattando il caso come un attacco terroristico a tutti gli effetti.

Basta però scorrere i primi titoli dei media nazionali e internazionali per imbattersi in una rappresentazione che ridimensiona la gravità dei fatti. Per la CNN si è trattato di “un litigio violento tra due piloti”, un “violento incidente tra piloti”. Per AFP  “due piloti sono rimasti feriti dopo aver combattuto a bordo dell’aereo”. Per Sky News c’è stato uno “scontro tra piloti”. Per il New York Times la breaking news è “uno scontro tra pilota e copilota”. Per il Wall Street Journal c’è stato un “evidente litigio nella cabina di pilotaggio”. Per la BBC si è trattato di un “combattimento tra piloti”. Insomma: un incidente, una lite, uno scontro tra piloti. Una scaramuccia. Anche la stampa italiana ha parlato di “lite fra piloti”. Possibile che uno sventato attacco terroristico sia stato narrato in questo modo? Possibile.

Il problema non riguarda soltanto i titoli. Il giorno dopo l’evento, le teorie cospirazioniste sono immancabili: “Le cose da chiarire sul tentativo di attentato sul volo per Tel Aviv”, scrive Il Post. “Dagli “eroi” – tra virgolette – ai motivi del dirottatore: i punti oscuri del dirottamento del volo Flydubai” scrive La Repubblica, sulla cui homepage non compaiono articoli in riferimento alla vicenda. Nell’articolo il giornalista si chiede: “Perché l’aereo non ha puntato sullo Stato ebraico? Gli uomini che hanno sventato il presunto attentato erano agenti dei servizi di sicurezza israeliani in incognito? Sono alcune delle domande ancora senza risposta sul caso dell’aereo che andava da Dubai a Tel Aviv?”. “Cosa non torna sul volo Flydubai” titola Onepodcast. Giornalisticamente parlando è giusto porsi domande, ma non torna questa narrazione.

Non torna la minimizzazione dell’intervento degli eroi israeliani che hanno salvato la vita a circa 180 persone irrompendo nella cabina di pilotaggio per fermare il terrorista. Non torna il mancato riconoscimento del coraggio di Smit Machchhar, il pilota indiano che ha resistito alla ferocia del collega. Non torna, soprattutto, la sproporzione tra la gravità dei fatti e il linguaggio utilizzato per raccontarli, al limite del copmplottismo. La vicenda avrebbe potuto concludersi con una tragedia. Per fortuna, i passeggeri e il pilota sono sopravvissuti. È da qui che dovrebbe cominciare il racconto: dalla gravità di ciò che è accaduto e dalle persone che hanno contribuito a evitare il peggio.