di Anna Balestrieri
Il testo adottato dai Verdi definisce il sionismo un «progetto politico etnonazionalista» e stabilisce che debba essere «trattato come qualsiasi altra forma di razzismo». Ma soprattutto, il documento non si limita a criticare le politiche del governo israeliano: sostiene la creazione di «un unico Stato democratico palestinese» in tutta la Palestina storica, con Gerusalemme capitale e uguali diritti per tutti.
Il Green Party britannico ha compiuto una netta svolta politica sul conflitto israelo-palestinese, approvando una mozione che definisce il sionismo una forma di razzismo e inserisce formalmente l’antisionismo nella linea politica del partito. La mozione, approvata a Brighton con 1.022 voti contro 813, chiede inoltre il superamento dell’attuale Stato di Israele a favore di un unico Stato palestinese in tutta la Palestina storica.
Il testo adottato dai Verdi definisce il sionismo un «progetto politico etnonazionalista» e stabilisce che debba essere «trattato come qualsiasi altra forma di razzismo». Ma soprattutto, il documento non si limita a criticare le politiche del governo israeliano: sostiene la creazione di «un unico Stato democratico palestinese» in tutta la Palestina storica, con Gerusalemme capitale e uguali diritti per tutti.
In altre parole, la posizione approvata dai Verdi abbandona la prospettiva dei due Stati e propone un unico Stato palestinese al posto dell’attuale Stato di Israele, pur descrivendolo come democratico e fondato sull’uguaglianza dei diritti. È proprio questo passaggio a rendere la decisione particolarmente controversa anche all’interno del partito: quattro dei cinque deputati Verdi si erano opposti alla mozione.
La nuova politica riafferma inoltre il sostegno dei Verdi alla «liberazione palestinese», al diritto al ritorno dei palestinesi, al movimento BDS e a un embargo totale sulle armi verso Israele. Il partito si è così formalmente trasformato in una forza anti-sionista, diventando il primo grande partito europeo ad adottare una posizione di questo tipo, secondo quanto riportato dalla stampa britannica e israeliana.
La decisione ha provocato una dura reazione da parte di Israele. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha annunciato il divieto di ingresso nel Paese per Zack Polanski, leader dei Verdi britannici. Il ministero degli Esteri israeliano ha definito la risoluzione un testo antisemita perché, secondo il governo israeliano, nega al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione. Israele accusa inoltre i Verdi di aver adottato una posizione che porta alla cancellazione dello Stato ebraico.
Polanski, che è ebreo e si definisce anti-sionista, non ha partecipato al voto: al momento della conferenza era impegnato nella campagna elettorale per una suppletiva a Londra. Il leader aveva tuttavia sostenuto alcuni emendamenti destinati ad attenuare il testo della mozione. La sua mancata partecipazione non ha impedito che la linea anti-sionista diventasse ufficialmente politica di partito.
La svolta ha suscitato forti reazioni anche nel Regno Unito. Il Labour Party ha condannato il voto, sostenendo che sia «vergognoso» respingere la soluzione dei due Stati e accusando i Verdi di aver oltrepassato il confine tra la legittima critica al governo israeliano e la delegittimazione del diritto di Israele a esistere. Anche le principali organizzazioni ebraiche britanniche hanno definito la mozione un attacco alla comunità ebraica.
La questione non è però soltanto diplomatica: la nuova linea dei Verdi potrebbe aprire una frattura interna al partito e avere conseguenze legali. Alcuni membri stanno valutando un ricorso sulla base della legislazione britannica sull’uguaglianza, mentre la responsabile dei Jewish Greens, Vivien Lichtenstein, ha dichiarato di stare considerando l’uscita dal partito.
La decisione britannica riporta così nel dibattito politico una formula che sembrava appartenere soprattutto alla storia del conflitto mediorientale: «il sionismo è razzismo». Nel 1975 l’Assemblea generale dell’Onu aveva approvato una risoluzione analoga, poi revocata nel 1991. Oggi quella formula è stata trasformata in una posizione ufficiale di un partito politico britannico, accompagnata dalla richiesta di sostituire l’attuale assetto a due Stati con un unico Stato palestinese nella Palestina storica.



