di Marina Gersony
Le proteste attuali segnano un passaggio critico di una crisi più ampia, coinvolgendo non solo Teheran ma Israele, le comunità ebraiche e l’opinione internazionale. Il piano dell’Ayatollah pronto a fuggire a Mosca se i disordini in Iran dovessero intensificarsi
Proteste ricorrenti e nuovo contesto. Dalla crisi economica al dissenso sociale
Da oltre una settimana l’Iran è attraversato da proteste diffuse contro il carovita, il collasso del rial, la valuta iraniana, che ha perso circa il 40% del suo valore da giugno, e un sistema politico percepito come sempre più distante dalla vita quotidiana della popolazione. Non è la prima volta che la Repubblica islamica affronta ondate di contestazione nazionale: già tra il 1999-2000 con le proteste studentesche, poi nel 2009-2010 con il Movimento Verde, nel 2017-2018 con le proteste per la crisi economica, nel 2019 in seguito a un improvviso aumento dei prezzi del carburante, nel 2021 a causa della carenza di acqua e pane e di nuovo nel 2022-2023 con le proteste “Donna, vita, libertà” innescate dalla morte in custodia di Mahsa Amini. Persone sono scese in piazza a Teheran, Isfahan, Shiraz, Mashhad e in molte altre città, spesso trovando risposta nella repressione. Ma questa volta il contesto è diverso e potenzialmente più destabilizzante.
VIDEO Manifestazioni a Teheran
Trump: «L’Iran verrà colpito duramente se i manifestanti verranno uccisi»
Di fatto la leadership iraniana si trova oggi sotto una duplice pressione: da un lato la crescente mobilitazione interna legata alla crisi economica e alla svalutazione della moneta, dall’altro le tensioni con gli Stati Uniti.
Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti a intervenire se il regime iraniano dovesse usare violenza estrema contro i manifestanti, suscitando una netta reazione delle autorità di Teheran. I vertici iraniani hanno avvertito che ogni ingerenza esterna nelle questioni interne del Paese rischierebbe di destabilizzare la regione. In questo contesto, il regime appare in un vicolo cieco: come osservano gli analisti, non dispone di una strategia credibile per arrestare il collasso economico che alimenta la protesta, né mostra segnali di voler fare concessioni sostanziali sul programma nucleare tali da ridurre il rischio di una nuova escalation regionale.
Il piano di fuga di Khamenei
Una situazione che rispecchia la complessità e la fragilità in cui si trova il Paese: le notizie delle ultime ore, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico The Times, parlano di un piano di fuga che l’Ayatollah Khamenei avrebbe già pronto per fuggire a Mosca se il regime dovesse cadere durante le proteste: definito “Piano B” nel rapporto britannico dell’Intelligence, il piano includerebbe l’86enne Ayatollah e venti persone a lui vicine, tra cui familiari e assistenti.
VIDEO Le parole di Donald Trump
Manifestazioni che scuotono il potere e attirano l’attenzione internazionale
Le manifestazioni attuali – pur non avendo ancora raggiunto l’ampiezza delle rivolte del 2019 o del movimento guidato dalle donne nel 2022 – hanno comunque scosso i vertici del potere iraniano e provocato una reazione rapida ed esplicita da parte di Washington e Gerusalemme. Con manifestazioni di sostegno a Londra e in Europa. Secondo organizzazioni per i diritti umani, almeno 16 persone, tra cui cinque manifestanti e un membro delle forze di sicurezza, sono state uccise negli scontri con le forze di sicurezza durante proteste che si sono estese in tutto il Paese.
Israele: solidarietà e strategia. Netanyahu e il sostegno ai manifestanti
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso apertamente sostegno ai manifestanti iraniani, affermando che «Israele sta in solidarietà con la lotta del popolo iraniano e con le sue aspirazioni di libertà e giustizia». Una presa di posizione ribadita anche in sede di governo e rilanciata con forza dai principali media israeliani. Parallelamente, il Ministero degli Esteri israeliano ha pubblicato messaggi in lingua farsi a sostegno dei manifestanti, una mossa comunicativa senza precedenti che mira a distinguere nettamente tra il popolo iraniano e il regime clericale. Questa strategia riflette la convinzione che l’attuale leadership di Teheran stia attraversando una fase di vulnerabilità strutturale.
Come riporta The Jerusalem Post, investendo nel futuro dell’Iran attualmente critico, Israele non solo si guadagnerebbe la gratitudine e la benevolenza durature di milioni di iraniani, ma si assicurerebbe anche un forte amico strategico. I membri di The New Iran, sostenitori del principe ereditario Reza Pahlavi e attivisti con oltre due decenni di impegno politico sia all’interno sia all’esterno dell’Iran, esprimono così il loro sincero apprezzamento per il sostegno del primo ministro israeliano al popolo iraniano nella sua lotta contro la Repubblica islamica.
È in questo intreccio di fattori – crisi interna iraniana e pressioni esterne – che Israele e le comunità ebraiche in diaspora stanno ridefinendo il proprio discorso pubblico sull’Iran. Da un lato Israele, avversario diretto e dichiarato della Repubblica islamica; dall’altro una diaspora ebraica tutt’altro che monolitica, che vive e si esprime all’interno di Paesi – a partire dagli Stati Uniti – coinvolti da decenni in una relazione conflittuale con Teheran. Ne emerge un panorama articolato di posizioni, spesso divergenti sul piano politico, ma accomunate da un senso condiviso di appartenenza, memoria storica e attenzione alla sicurezza.
Anche all’interno di Israele, tuttavia, questo riposizionamento non genera un consenso uniforme. Analisti e commentatori mettono in guardia contro un’eccessiva esposizione retorica a sostegno delle proteste iraniane, che rischierebbe di rafforzare la narrativa del regime di Teheran, pronto a descrivere ogni forma di dissenso come il risultato di complotti orchestrati dall’estero. Altri osservatori sottolineano i rischi di instabilità regionale: un Iran indebolito sul piano interno, ma non trasformato sul piano politico, potrebbe rivelarsi ancora più imprevedibile e pericoloso, soprattutto sul fronte militare e nucleare.
Dibattito globale nella diaspora ebraica. Voci diverse, preoccupazioni condivise
Se in Israele il dibattito si muove soprattutto sul piano strategico, nelle comunità ebraiche della diaspora – in particolare negli Stati Uniti e in Europa – la discussione assume toni più identitari e morali. Testate come il Jewish Journal descrivono le proteste iraniane come una lotta che richiama valori profondamente radicati nella tradizione ebraica: libertà, dignità umana, resistenza all’oppressione. Allo stesso tempo, ricordano come ondate simili di mobilitazione siano già state soffocate in passato, lasciando un senso di amara ricorrenza. Anche se, come conclude l’articolista, «le proteste di piazza sono elettrizzanti. Ci commuovono in solidarietà con il popolo iraniano. Ma ci siamo già passati. Gli iraniani non hanno bisogno di un altro déjà vu. Questa volta hanno bisogno della vittoria».
Timori per la sicurezza e l’antisemitismo
Altre voci della diaspora, rilanciate da JewishPhilanthropy e Jewish News, esprimono preoccupazione per le ricadute sulla sicurezza delle comunità ebraiche all’estero, temendo che l’escalation con l’Iran possa tradursi in un aumento di retorica ostile o atti di antisemitismo.
Gruppi ebraici organizzati hanno da tempo messo in guardia sulle implicazioni dell’attuale crisi per la sicurezza delle comunità ebraiche nella diaspora, temendo possibili attacchi o propaganda anti-ebraica legati al conflitto regionale. Secondo reportage di organizzazioni come Combat Antisemitism Movement, la polarizzazione di alcune proteste pro-Iran nel mondo occidentale ha visto slogan o messaggi che sono stati interpretati come incitamento contro gli ebrei o il popolo ebraico, un fenomeno che molte comunità denunciano come pericoloso e divisivo.
Accanto a queste posizioni, emergono anche voci critiche, soprattutto in ambienti progressisti e tra ebrei di origine mediorientale, che mettono in guardia contro una lettura esclusivamente geopolitica delle proteste e invitano a non strumentalizzare il dissenso iraniano in chiave di confronto Israele–Iran.
La comunità ebraica in Iran. Silenzio e prudenza tra una minoranza fragile
Mentre il dibattito infiamma Israele e la diaspora, la piccola comunità ebraica rimasta in Iran – circa 8.000 persone – adotta un profilo estremamente prudente trovandosi in una posizione tutt’altro che facile. Molte di loro evitano le aree delle proteste e riducono al minimo l’esposizione pubblica, consapevoli della fragilità della propria posizione in un clima di crescente repressione. La loro situazione rappresenta uno degli aspetti meno visibili ma più delicati della crisi: una minoranza storica che cerca di sopravvivere mentre il Paese intorno a lei si agita.
Una partita cruciale tra Realpolitik e solidarietà morale
Le proteste in Iran non stanno solo mettendo alla prova la tenuta del regime di Teheran. Stanno anche riattivando un confronto profondo all’interno del mondo ebraico globale, tra Israele e diaspora, tra realpolitik e solidarietà morale, tra memoria storica e paure contemporanee. Le posizioni possono divergere, ma un filo comune resta evidente: ciò che accade oggi nelle strade iraniane non è un episodio isolato. È un passaggio cruciale di una crisi più ampia, in cui identità, sicurezza e valori si intrecciano. In questo scenario, Israele, le comunità ebraiche e il mondo che condivide con loro interessi e prospettive – che lo vogliano o meno – non restano semplici osservatori, ma diventano parte integrante della vicenda, contribuendo a scrivere la storia che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.
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