Nella foto: il principe saudita Mohammed Bin Salman (Wikimedia Commons)
di Davide Cucciati
L’Arabia Saudita vuole rafforzare la propria leadership in Medio Oriente: la nomina di Fahd Al Saif a ministro degli Investimenti e la posizione del ministro degli Esteri, Faisal Al-Saud, sulla West Bank segnano la linea politica ed economica della monarchia in un contesto regionale frammentato
Negli ultimi giorni, l’Arabia Saudita ha eseguito due mosse che evidenziano la volontà di Riad di imporre la propria centralità in Medio Oriente e non solo: la nomina di Fahd bin Abduljalil bin Ali Al Saif, appartenente alla minoranza sciita (secondo Afghan Voice Agency e International Quran News Agency), quale nuovo ministro degli Investimenti, nonché l’affermazione del Ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al-Saud volta a negare qualsivoglia diritto israeliano sui territori contesi in Giudea e in Samaria (Cisgiordania – West Bank).
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Investimenti
Il ministero degli Investimenti è una leva di potere perché incrocia attrazione di capitali, credibilità internazionale e grandi eventi. Il Financial Times racconta che il cambiamento arriva mentre Riad sta rivalutando le sue priorità di spesa e riducendo i progetti, cercando di gestire la liquidità e il deficit di bilancio nonché concentrandosi sulle scadenze mentre si prepara a ospitare la fiera commerciale Expo 2030 e la Coppa del Mondo di calcio 2034. Al Saif è un dirigente di investimento esperto avendo ricoperto in precedenza ruoli di alto livello presso il fondo sovrano saudita da 925 miliardi di dollari, il Public Investment Fund. In precedenza, ha avuto incarichi di primo piano presso Saudi British Bank (SABB) e HSBC Saudi Arabia nonché al ministero delle Finanze dove ha contribuito a delineare la strategia del governo sul debito.
Il dettaglio sciita
Alcuni media regionali hanno evidenziato che Al Saif apparterrebbe alla minoranza sciita saudita. È un dettaglio che può avere peso anche alla luce del rapporto del Dipartimento di Stato USA sulla libertà religiosa, che ha evidenziato le difficoltà della comunità sciita nell’accesso all’impiego pubblico o nelle promozioni. Ad ogni buon conto, il valore non sarebbe quello di una improvvisa parità ma quello di un’eccezione significativa dentro un quadro che resta asimmetrico. Soprattutto, non cambia la chiave principale della nomina che resta tecnocratica e legata alla macchina economica.
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West Bank, la postura che serve a segnare il tempo politico
Arab News del 16 febbraio 2026 riporta che il ministero degli Esteri saudita Al-Saud ha dichiarato che gli atti amministrativi e giuridici autoritativi israeliani sulla West Bank (in particolare, l’avvio di una procedura di registrazione fondiaria) “minano gli sforzi per raggiungere pace e stabilità” e indeboliscono la prospettiva dei due Stati.
Per Riad, anche alla luce della frammentazione stessa della Lega Araba, si tratta di presidiare il registro indispensabile nel campo arabo e di fissare il tono rimarcando, dal punto di vista politico e religioso, il proprio ruolo guida.
Le fratture vere, quando l’unità è un comunicato e la competizione è un fatto
L’azione dell’Arabia Saudita va letta anche nell’ottica della fattuale fragilità della Lega Araba che ha deluso la narrazione (occidentale) che vedeva in essa un elemento quasi risolutivo della crisi in Medio Oriente. È lo Yemen ad aver offerto, a fine 2025, la prova più brutale dell’inconsistenza politica della Lega Araba quale soggetto politico unitario. Infatti, secondo Reuters del 30 dicembre 2025, la coalizione saudita ha sostenuto di aver preso di mira un carico di armi “legato agli Emirati” destinato a forze separatiste del Sud sostenute da Abu Dhabi. Nelle ore successive, gli Emirati hanno annunciato l’intenzione di ritirare le forze residue dal Paese.
Il filo che unisce tutto, Riad vuole essere il metronomo
La nomina di Al Saif indica il punto in cui l’Arabia Saudita vuole focalizzarsi: investimenti e credibilità. La dichiarazione sulla West Bank serve invece a presidiare l’altra metà della centralità, quella identitaria. In mezzo, la Lega Araba. Per anni, tra gli analisti occidentali, è stata invocata come “panacea”, un dispositivo quasi automatico capace di trasformare l’unità in decisione. Tuttavia, lo scenario yemenita ha mostrato che l’unità spesso è un comunicato mentre la competizione è un fatto.
È per questo che le due mosse di Riad vanno lette insieme. In un sistema arabo frammentato, l’Arabia Saudita sta provando a fare l’unica cosa che davvero garantisce supremazia: imporre il passo e i temi.



