Palazzo distrutto in Iran da attacco isrealo-americano

L’ora decisiva dell’Iran

Mondo

di Davide Cucciati
RID, Rivista Italiana Difesa, prevede la prosecuzione delle operazioni di soppressione e distruzione dei sistemi balistici, dai siti di stoccaggio agli impianti di produzione fino ai lanciatori. E mentre ci si chiede quando finirà il conflitto, si pensa al futuro: se davvero il regime cadrà, sarà la soluzione transitoria proposta dal principe Reza Pahlavi ad avere la meglio, o domineranno le fratture interne? 
(Foto: Vatican news)

 

Khamenei è stato ucciso ma il regime iraniano, come prevedibile, non è crollato. In queste ore, la cosa più interessante è che il tempo sembra stringere in due direzioni opposte. Teheran prova a trasformarlo in un’arma, chiudendo la porta alla trattativa e puntando sulla durata per logorare l’avversario. Tuttavia, sul piano operativo, il tempo può diventare un nemico anche per il regime iraniano perché ogni ora che passa riduce la finestra utile per reagire con efficacia, mentre l’apparato militare statunitense e israeliano continua a inseguire i lanciatori mobili su veicoli e a degradare il comando e controllo dei Pasdaran.

Questo è il punto di forza dell’analisi di RID, Rivista Italiana Difesa, che prevede la prosecuzione delle operazioni di soppressione e distruzione dei sistemi balistici, dai siti di stoccaggio agli impianti di produzione fino ai lanciatori. Si ipotizza anche uno spostamento dell’attenzione statunitense verso capacità antinave e interdizione navale iraniane e possibili nuovi bersagli legati ai Basij e a infrastrutture connesse al nucleare, osservando che al momento non risultano attacchi diretti alle installazioni nucleari salvo il caso della Sahand University of Technology di Tabriz.

La frase che pesa è la seguente: “Le prossime ore saranno decisive”. La finestra temporale a disposizione del regime islamico per reagire con missili balistici si restringe mentre aumenta la pressione. A rafforzare questa cornice, nelle ultime ore Pietro Batacchi, direttore di RID, ha scritto sui suoi social che le difese aeree iraniane sarebbero “completamente inesistenti”, già messe fuori uso durante la “Guerra dei 12 Giorni”. Nello stesso intervento ha aggiunto un passaggio che sposta il fuoco dalla dimensione strettamente militare a quella economica: la guerra, a suo giudizio, è già scalata, con infrastrutture industriali e petrolifere di ambo le parti nel mirino e con la prospettiva di un nuovo duro “shock geoeconomico”.

Dentro questo scenario operativo, Teheran ha formalmente deciso di non intavolare un negoziato. Infatti, secondo il Washington Post del 2 marzo 2026, Ali Larijani, Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, ha scritto su X “Non negozieremo con gli Stati Uniti”, smentendo retroscena su possibili contatti indiretti.

Potere al popolo?

Anche per gli Stati Uniti e per Israele, però, la durata del conflitto non è una variabile trascurabile. Il Washington Post del 23 febbraio 2026 riporta che il Capo dello stato maggiore degli Stati Uniti, Generale Dan Caine, avrebbe illustrato alla Casa Bianca vincoli di azione molto concreti: munizionamento e intercettori sotto pressione, tempi lunghi di ricostituzione, vulnerabilità delle basi e supporto alleato non garantito. In questa lettura, una campagna che si prolunga è una prova di scorte, logistica e relazioni regionali. La Casa Bianca prova a spostare la partita dal piano militare a quello interno iraniano, chiedendo al popolo iraniano di assumere il potere.

Qui si apre però la prima domanda che un’analisi onesta non può evitare: dopo una repressione estesa e sanguinosa, come quella avvenuta nelle scorse settimane, c’è ancora chi si solleverà davvero? Inoltre, cosa farà l’Artesh, l’esercito regolare? In un sistema in cui i Pasdaran sono anche potere economico e politico, l’esercito regolare è l’unico corpo che, in uno scenario di frattura, potrebbe essere l’elemento dirompente.

Il dilemma della diaspora iraniana

Intanto la diaspora iraniana vive un’ambivalenza: le manifestazioni sono visibili e servono a mantenere pressione e attenzione ma non risolvono da sole il problema operativo, cioè come sostenere un movimento interno in condizioni di repressione e blackout. Il quesito diventa inevitabile: cosa fare oltre i cortei?

C’è anche un punto più scomodo che riguarda la chiarezza interna: se la diaspora vuole essere forza politica e non solo voce morale deve ridurre fratture e diffidenze e ambiguità, prima che le sfrutti il regime. Qui rientra anche il tema dell’asse Teheran – Mosca, che rende inseparabili i due fronti.

Reza Pahlavi: apertura all’occidnete, ma frattura interna

Su questo sfondo si colloca Reza Pahlavi. Secondo il Washington Post del 28 febbraio 2026, Pahlavi propone una traiettoria ordinata: nuova costituzione ratificata da referendum, elezioni libere sotto supervisione internazionale e infine conclusione della fase di transizione. È un linguaggio che parla all’Occidente perché riduce l’incertezza e promette un dopoguerra governabile.

Tuttavia, negli ultimi giorni, sono emersi due segnali che vanno letti insieme. Da un lato, sul fronte curdo iraniano è stato annunciato un tentativo di coordinamento tra più sigle: un passo significativo perché prova a trasformare frammentazione storica in piattaforma comune. Dall’altro, proprio su questo terreno, secondo Associated Press, si è resa pubblica una frattura con Pahlavi. Il nervo scoperto è sempre lo stesso: unità nazionale e autonomia, paura del separatismo e memoria di centralismi repressivi. Nel momento in cui l’opposizione dovrebbe presentarsi come cabina di regia nazionale sono affiorate criticità quali la gestione delle minoranze, la legittimità politica e le catene di comando territoriali.

Eppure, nel discorso dei sostenitori di Pahlavi, la tesi è molto chiara: il campo pahlavista rappresenterebbe tutti e includerebbe anche curdi e azeri che, secondo le dichiarazioni rese a Mosaico da alcuni manifestanti iraniani a Milano, si sentirebbero tutti parte del popolo persiano.

La scommessa più grande e più incerta è quella di trasformare la pressione esterna in un movimento interno coordinato, in un Paese in cui il regime ha già mostrato di poter uccidere e arrestare su scala massiccia, e in cui il tema decisivo potrebbe non essere chi scende in piazza ma chi, dentro l’apparato dello Stato, sceglie di passare dalla parte dei manifestanti.