di Anna Balestrieri
Nel filmato, Khatib parla apertamente della necessità di “decolonizzare” non solo Israele, ma anche Stati Uniti, Canada, Australia ed Europa, descrivendo l’Occidente come un sistema da smantellare “con ogni mezzo”. Dichiarazioni che hanno suscitato forti reazioni per il loro carattere apertamente rivoluzionario e per il riferimento implicito alla legittimazione della violenza politica.
Nel filmato, Khatib parla apertamente della necessità di “decolonizzare” non solo Israele, ma anche Stati Uniti, Canada, Australia ed Europa, descrivendo l’Occidente come un sistema da smantellare “con ogni mezzo”. Dichiarazioni che hanno suscitato forti reazioni per il loro carattere apertamente rivoluzionario e per il riferimento implicito alla legittimazione della violenza politica.
“Israele è solo l’inizio”. È la frase pronunciata da Mohammed Khatib, coordinatore europeo di Samidoun, in un video che sta circolando online (in Italia è stato condiviso dall’Associazione Setteottobre) e che ha alimentato nuove polemiche sul ruolo delle organizzazioni radicali attive nel panorama dell’attivismo pro-palestinese internazionale.
Nel filmato, Khatib parla apertamente della necessità di “decolonizzare” non solo Israele, ma anche Stati Uniti, Canada, Australia ed Europa, descrivendo l’Occidente come un sistema da smantellare “con ogni mezzo”. Dichiarazioni che hanno suscitato forti reazioni per il loro carattere apertamente rivoluzionario e per il riferimento implicito alla legittimazione della violenza politica.
Normalizzare Hamas
Secondo quanto riportato, il dirigente di Samidoun arriva anche a chiedere la “normalizzazione” di Hamas e sostiene che “la gente dovrebbe armare i palestinesi”. Frasi considerate particolarmente controverse alla luce del contesto internazionale successivo al 7 ottobre e delle crescenti tensioni legate alle mobilitazioni filo-palestinesi in Europa e Nord America.
Le accuse di legami con il PFLP
Samidoun è un network internazionale fondato nel 2011 e attivo soprattutto nelle campagne a sostegno dei detenuti palestinesi incarcerati da Israele. Negli ultimi anni l’organizzazione è stata però accusata da diversi governi occidentali di operare come struttura di supporto del Popular Front for the Liberation of Palestine (PFLP), gruppo classificato come terroristico sia dall’Unione Europea sia dagli Stati Uniti.
Israele ha designato Samidoun come entità terroristica nel 2021. Nell’ottobre 2024, anche Stati Uniti e Canada hanno inserito il gruppo nelle rispettive liste terroristiche, definendolo una “falsa organizzazione benefica” utilizzata per raccogliere fondi a favore del PFLP. La Germania aveva già vietato l’organizzazione nel novembre 2023, accusandola di diffondere propaganda antisemita e anti-israeliana.
Secondo dichiarazioni ufficiali del Dipartimento del Tesoro statunitense, Samidoun opererebbe come una vera e propria “facciata” del PFLP in diversi Paesi occidentali. Tra i nomi citati compare quello di Khaled Barakat, esponente dell’organizzazione residente in Canada e indicato come figura di riferimento del PFLP all’estero.
I legami con ambienti della Flotilla
Le accuse rivolte a Samidoun si intrecciano anche con la presenza di attivisti vicini all’organizzazione all’interno di iniziative internazionali legate alla cosiddetta “Freedom Flotilla”. Tra i nomi citati vi sarebbero Thiago Ávila e Saif Abu Keshek, figure che secondo diversi osservatori avrebbero avuto contatti o collaborazioni con ambienti riconducibili al network.
Per i critici, il caso rappresenterebbe la dimostrazione di come una parte dell’attivismo pro-palestinese internazionale non si limiti alla denuncia delle politiche israeliane, ma promuova una più ampia visione ideologica anti-occidentale.
La replica di Samidoun
Dal canto suo, Samidoun ha sempre respinto le accuse. L’organizzazione sostiene che le designazioni terroristiche e i divieti imposti da alcuni governi occidentali siano tentativi di mettere a tacere il sostegno internazionale alla causa palestinese e alla “liberazione della Palestina”.
Il network continua a definirsi un movimento di solidarietà per i prigionieri palestinesi e denuncia quella che considera una criminalizzazione dell’attivismo politico filo-palestinese.
Nel frattempo, il dibattito resta acceso, soprattutto in Europa, dove le autorità monitorano con crescente attenzione i rapporti tra alcune reti militanti, le manifestazioni pro-palestinesi e organizzazioni accusate di sostegno al terrorismo internazionale.



