Israele e il mondo arabo, rapporti che cambiano. Intervista ad Anna Mahjar-Barducci

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di Nathan Greppi
Prima degli attacchi di Hamas del 7 ottobre, Israele sembrava essere in procinto di trovare un accordo di pace con i sauditi, grazie alla mediazione americana. Ma adesso, viene da chiedersi che impatto avrà la guerra a Gaza sui legami con i paesi arabi costruiti negli ultimi anni: ne usciranno intatti o compromessi?

Ha provato a rispondere la giornalista e scrittrice italo-marocchina Anna Mahjar-Barducci: fondatrice nel 2006 a Roma dell’Associazione Arabi Democratici Liberali, negli anni ha collaborato con diverse testate italiane (Il FoglioIl RiformistaItalia Oggi) e straniere (HaaretzThe Daily StarMaroc Diplomatique).
Da anni vive a Gerusalemme, dove è ricercatrice del MEMRI (Middle East Media Research Institute) e corrispondente da Israele per il quotidiano italiano La Ragione.

Come viene vissuta la situazione a Gerusalemme, in questo momento?

È da varie settimane che non ci sono missili su Gerusalemme. La città si sta risvegliando a poco a poco anche se le strade non sono piene come prima della guerra. Il mercato di frutta e verdura, Machane Yehuda, che solitamente pullula di gente (specialmente di venerdì), rimane abbastanza vuoto. Le strade rimangono anche vuote perché non ci sono più turisti e questo è un problema per i commercianti e i ristoratori, che faticano ad arrivare a fine mese.

Non ci sono però divisioni fra ebrei ed arabi in città. Se vado alla farmacia Superpharm sulla Yaffo Street, la maggior parte dei farmacisti sono arabi. Così se vado alla fermata dell’autobus, trovo la signora con il hijab seduta accanto al signore con la kippah.

In questo momento, gli alberghi sono pieni di rifugiati israeliani interni, che sono dovuti evacuare dal sud (i villaggi vicino a Gaza) e dal nord (i villaggi vicino al Libano). Si calcola che in totale gli evacuati dovrebbero essere più di 300.000. Il futuro di molti di loro è incerto, perché non sanno quando potranno tornare alle loro case (molti non hanno nemmeno più una casa, perché sono state bruciate dai terroristi di Hamas).

Il centro di Gerusalemme è tappezzato di foto degli ostaggi, che vanno dai 9 mesi ai quasi novant’anni. Fra di loro, ci sono israeliani ebrei, beduini, ma anche tailandesi (più di trenta), filippini, studenti nepalesi, un ragazzo della Tanzania, ecc. Ci sono vari ragazzi di Gerusalemme, che sono adesso ostaggi a Gaza. La città soffre. Tutti quanti hanno almeno un familiare impegnato al fronte. Tutti conoscono qualcuno che è stato ferito o morto al fronte. C’è però molta voglia di rialzarsi in piedi.

Su La Ragione, hai riportato come i giornalisti sauditi abbiano criticato duramente l’operato di Hamas. Come viene giudicata la guerra in corso sui media dei paesi arabi?

Da quando Hamas ha dichiarato guerra lo scorso 7 ottobre, il tono dominante nella stampa nel mondo arabo è quello di ostilità nei confronti di Israele. Ci sono però dei giornalisti e degli intellettuali del mondo arabo che hanno deciso coraggiosamente di schierarsi contro il terrorismo.

La poetessa Mouna Al-Hilmi, figlia della nota scrittrice femminista Nawal Al-Sa’dawi, ha criticato Hamas, definendolo come un movimento terroristico, i cui leader vivono in hotel di lusso, senza preoccuparsi della sorte dei palestinesi e della distruzione di Gaza.

Così ha parlato: «Chiunque legga lo statuto di Hamas si convincerà che si tratta di un’organizzazione terroristica per eccellenza, motivo per cui molti paesi hanno accettato di designarla come tale. Come affermato nel suo statuto, dal 1988, Hamas cerca esplicitamente di distruggere e smantellare Israele, nascondendosi dietro lo slogan di liberare la Palestina, che considera terra “musulmana”. Da quando ha vinto le elezioni legislative (nel 2006), il potere del movimento terroristico è cresciuto e, poiché è un ramo dei Fratelli Musulmani, partecipa alla jihad per stabilire un califfato islamico globale».

Al-Hilmi ha poi dichiarato: «Hamas non può ingannare tutti. I leader di Hamas e le loro famiglie vivono nell’agio e nell’abbondanza nei loro palazzi in Qatar… Vanno in palestra, fanno sport, mangiano il cibo migliore e si vestono in modo costoso. Hamas non è interessato a liberare la patria palestinese perché, in ultima analisi, non riconosce l’idea di Stato nazionale e considera l’Islam come unica patria. Ciò che gli interessa veramente è sbarazzarsi degli ebrei ed espellerli da ogni luogo... Stiamo attenti, poiché Hamas è un braccio crudele dei Fratelli Musulmani».

Dopo l’Iran, il principale sponsor di Hamas nella regione è il Qatar. Che ruolo ha quest’ultimo nel sostenere il terrorismo islamista?

Dopo, il famoso Qatargate, lo scandalo politico di corruzione e riciclaggio di denaro, scoppiato al Parlamento europeo nel dicembre 2022, in molti si stanno nuovamente interrogando sul ruolo del Qatar. Yigal Carmon, il presidente del MEMRI ed ex-consigliere di due primi ministri israeliani, ha scritto vari articoli su questo tema. Carmon ha affermato che nei cosiddetti negoziati per liberare gli ostaggi detenuti da Hamas a Gaza, il Qatar è al servizio di Hamas, e per questo motivo non può essere considerato come un «intermediario onesto».

Carmon ha spiegato che, da molti anni, il Qatar porta avanti un letale doppio gioco con gli Stati Uniti, sostenendo tutte le organizzazioni terroristiche islamiste (ISIS, Al-Qaeda, talebani, Hamas). Nel 1996, il Qatar nascose a Doha Khalid Sheikh Mohammed (KSM), la futura mente dell’11 settembre. Quando l’FBI venne ad arrestarlo, informando anticipatamente soltanto l’emiro, KSM scomparve nel giro di poche ore.

Come ha affermato Richard Clarke, ex consigliere dell’antiterrorismo per due presidenti americani, «se il Qatar ci avesse consegnato [KSM] nel 1996, il mondo sarebbe stato un posto molto diverso».

Per quanto riguarda il legame fra Hamas e Qatar, Carmon ha detto: «Il Qatar è Hamas e Hamas è il Qatar. Ogni missile, ognuno dei 30.000-40.000 terroristi di Hamas, ogni drone, ogni motocicletta, ogni arma e proiettile e tutte le munizioni, e ogni chilometro dei tunnel di Gaza è stato pagato con il denaro del Qatar».

Il Qatar è anche il paese dove ha sede Al Jazeera, del quale è la TV di Stato. Che differenze ci sono tra l’edizione in inglese e quella in arabo?

La guerra a Israele è stata dichiarata sulla televisione del Qatar Al-Jazeera dal comandante militare di Hamas Muhammad Deif, la mattina del 7 ottobre.

In uno dei suoi scritti, Carmon ha dichiarato: «Ciò equivale a una dichiarazione di guerra del Qatar a Israele attraverso Hamas. Da allora il canale ha trasmesso tutti i messaggi di Hamas. Al-Jazeera in arabo è il megafono di tutti i messaggi di Hamas. Quel che è peggio, i loro reporter girano per tutto Israele, con i pass della stampa israeliana, e di fatto spiano l’IDF e trasmettono le informazioni a Hamas sotto forma di reportage». Al-Jazeera in inglese è invece la maschera che indossa Al-Jazeera quando parla all’Occidente.

Di recente, si è tenuto un vertice dei paesi arabi a Riad sulla guerra in corso. In generale, che effetto ha questa situazione sui rapporti di pace sorti tra Israele e diversi paesi in seguito agli Accordi di Abramo? Stanno reggendo o rischiano di essere danneggiati?

In parte sono già stati danneggiati. La popolazione di molti paesi arabi, che hanno firmato la pace, sono scesi in piazza contro Israele, schierandosi contro gli Accordi di Abramo. Gli ambasciatori israeliani al Cairo e anche a Rabat sono dovuti tornare in Israele, almeno fino a quando la guerra sarà in corso.

I governi di questi paesi arabi non hanno comunque intenzione di rompere le relazioni con Israele, e stanno aspettando che le acque si calmino.

Prima del 7 ottobre, gli USA stavano mediando un possibile accordo di pace tra Israele e l’Arabia Saudita. Ritieni che, a guerra finita, le trattative verranno riaperte o ci vorrà del tempo?

Ci vorrà comunque del tempo, perché rischiano di trovarsi la popolazione del mondo arabo contro di loro. Comunque, come riportato da Al-Araby Al-Jadeed, durante il meeting a Riad, quattro “paesi influenti” della Lega Araba hanno impedito l’adozione di proposte che comportano misure concrete contro Israele, mentre hanno proposto clausole più vaghe e non impegnative. Fra questi Paesi, ci sarebbe l’Arabia Saudita.