Israele colpisce una base militare in Siria, gli Stati Uniti criticano l’«escalation inutile»

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di Anna Balestrieri
Israele avrebbe colpito nella notte tra lunedì 17 e martedì 18 agosto la pista dell’aeroporto militare di Abu Duhur, nel nord-ovest della Siria, vicino a Idlib. Damasco ha attribuito l’attacco all’aviazione israeliana, denunciandolo come un’«aggressione ingiustificata», mentre Washington ha definito i raid una «escalation inutile» che non contribuirebbe alla stabilità regionale. Secondo la televisione di Stato siriana, otto attacchi avrebbero colpito la pista dell’aeroporto, provocando danni alle infrastrutture ma senza causare vittime. Israele non ha ufficialmente rivendicato l’operazione.

Israele avrebbe informato in anticipo Washington

Nonostante l’assenza di una conferma pubblica da parte israeliana, un alto funzionario israeliano ha dichiarato a Fox News che Gerusalemme aveva informato preventivamente gli Stati Uniti dell’operazione e aveva condiviso con Washington informazioni di intelligence «altamente sensibili».

Secondo il funzionario, le informazioni sarebbero state trasmesse ai massimi livelli delle diverse agenzie e istituzioni americane. Il contenuto dell’intelligence non è stato reso pubblico, proprio in ragione della sua natura classificata.

Il funzionario israeliano ha inoltre sostenuto che il presidente ad interim siriano Ahmed al-Sharaa non dovrebbe poter ricostituire le capacità militari del precedente regime di Bashar al-Assad, aggiungendo tuttavia che è possibile che il governo siriano non fosse pienamente consapevole di ciò che stava accadendo.

La dura reazione di Damasco

Il ministero degli Esteri siriano ha condannato «nei termini più forti» gli attacchi, definendoli una violazione della sovranità siriana e un atto di aggressione privo di giustificazione.

Damasco ha inoltre chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di assumere una posizione ferma contro quelle che definisce violazioni israeliane della sovranità siriana.

La vicenda assume particolare rilevanza perché la Siria sta cercando di ricostruire le proprie forze armate dopo la caduta di Bashar al-Assad alla fine del 2024.

La critica americana: «Escalation inutile»

A sorprendere è soprattutto la presa di posizione americana. Tom Barrack, ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia e inviato speciale per Siria e Iraq, ha definito «confermati» gli attacchi israeliani, pur senza fornire ulteriori dettagli sull’intelligence condivisa da Gerusalemme.

Secondo Barrack, i raid costituiscono «un’escalation inutile che non fa avanzare la stabilità regionale».

L’inviato americano ha sottolineato che il nuovo governo siriano, guidato da al-Sharaa, non avrebbe assunto un atteggiamento aggressivo né manterrebbe forze per procura e avrebbe invece espresso più volte la volontà di ridurre le tensioni con Israele.

Washington ha quindi invitato tutte le parti a privilegiare la moderazione, il dialogo e il confronto diplomatico, anziché nuovi incidenti militari.

Anche la Turchia accusa Israele

La reazione più dura, oltre a quella siriana, è arrivata dalla Turchia. Ankara ha condannato gli attacchi definendoli una violazione del diritto internazionale e ha chiesto alla comunità internazionale di assumere una posizione più decisa nei confronti di Israele.

Il coinvolgimento turco è particolarmente significativo. Abu Duhur si trova a circa 70 chilometri dal confine con la Turchia e, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, gli attacchi sarebbero avvenuti dopo la visita di una delegazione militare turca all’aeroporto, nell’ambito degli sforzi per riattivarlo.

Israele considera infatti con crescente preoccupazione l’eventuale rafforzamento della presenza e dell’influenza militare turca in Siria.

Il nodo della ricostruzione dell’aviazione siriana

Abu Duhur non viene utilizzato come aeroporto militare operativo dal 2013. Durante la guerra civile siriana la base è passata più volte di mano tra le forze fedeli ad Assad e le fazioni dell’opposizione.

Dopo la caduta del regime, tuttavia, la struttura sarebbe stata trasformata in un centro di addestramento per il nuovo esercito siriano.

La preoccupazione israeliana riguarda soprattutto la possibile ricostruzione dell’aviazione militare siriana. Secondo quanto riferito dalla televisione israeliana Kan, nelle ultime settimane i servizi di sicurezza israeliani avrebbero rilevato segnali di un’accelerazione del programma siriano, comprendente il reclutamento di nuovi piloti, l’addestramento al volo e l’impiego di aerei da combattimento.

All’inizio di agosto, inoltre, la Siria avrebbe condotto nel nord del Paese esercitazioni aeree con caccia MiG-21 di fabbricazione russa, le prime di questo tipo dalla caduta di Assad.

Il timore israeliano per la presenza turca

La questione non riguarda soltanto la Siria. Israele guarda con particolare attenzione al crescente ruolo della Turchia nel Paese dopo la caduta di Assad.

Negli ultimi mesi Gerusalemme ha cercato di impedire un consolidamento militare turco in Siria e, secondo precedenti rapporti, ha già condotto attacchi volti a impedire ad Ankara di contribuire alla ricostruzione delle capacità aeree del nuovo governo siriano.

Il raid di Abu Duhur si inserisce dunque in un quadro regionale sempre più complesso, nel quale la Siria rappresenta contemporaneamente il terreno della ricostruzione del nuovo Stato, dell’espansione dell’influenza turca e del tentativo israeliano di impedire la formazione di nuove minacce militari lungo i propri confini.

L’attività militare israeliana in Siria

Se confermato come attacco israeliano, il raid rappresenterebbe la prima operazione di questo tipo dell’Aeronautica israeliana dalla primavera del 2026.

Nel marzo scorso l’IDF aveva annunciato attacchi contro campi militari siriani nel sud del Paese, sostenendo che fossero una risposta alle violenze contro la popolazione drusa nella regione di Sweida.

Prima ancora, nel luglio 2025, Israele aveva bombardato l’edificio dello Stato maggiore siriano a Damasco, sempre in relazione agli attacchi contro i drusi.

Dalla caduta del regime di Assad, inoltre, le forze israeliane mantengono una presenza in nove postazioni nel sud della Siria, principalmente nell’area della zona cuscinetto pattugliata dalle Nazioni Unite.

L’esercito israeliano opera anche in alcune aree situate fino a circa 15 chilometri oltre il confine, sostenendo che l’obiettivo sia individuare e sequestrare armi che potrebbero rappresentare una minaccia per Israele qualora finissero nelle mani di forze ostili.

Un nuovo fronte di tensione regionale

Il raid di Abu Duhur rischia così di aprire un nuovo capitolo nelle già delicate relazioni tra Israele e la nuova Siria. Da una parte Gerusalemme sostiene di voler impedire la ricostituzione di capacità militari potenzialmente ostili; dall’altra Damasco, Ankara e ora anche Washington accusano Israele di alimentare un’escalation.

Il fatto che Israele abbia, secondo un alto funzionario, condiviso in anticipo informazioni riservate con gli Stati Uniti indica tuttavia che l’operazione non sarebbe stata condotta senza un confronto preliminare con Washington, nonostante la successiva critica pubblica americana.

La questione centrale resta quindi quella del futuro assetto militare della Siria: quanto spazio sarà concesso al nuovo governo di ricostruire le proprie forze armate e, soprattutto, fino a che punto Israele considererà tale processo compatibile con la propria sicurezza.