Il caso Corbyn: se la tollerante Inghilterra si scopre antisemita

Mondo

di Ilaria Myr

Dal Parlamento alle pagine dei giornali divampa lo scandalo di un Labour Party
che va a braccetto con i terroristi arabi, si schiera violentemente contro Israele ed è ostile
al mondo ebraico. Un antisemitismo “elegante”, molto ben mimetizzato all’interno
di astiose argomentazioni antisioniste. Per i 270 mila ebrei di Gran Bretagna è la resa
dei conti. E la società inglese sembra essersi finalmente accorta di avere un problema

C’è un uomo che depone una corona di fiori davanti a una lapide, nel 2014 in Tunisia, durante una cerimonia in ricordo di Atef Bseiso, uno dei terroristi palestinesi che nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco, massacrò gli undici atleti israeliani. Lo stesso uomo, nel 2010, partecipa, a Doha, a una conferenza con dei terroristi palestinesi colpevoli di attentati in cui morirono oltre 100 israeliani. E, ancora, rieccolo, in un video del 2013 dire che «alcuni sionisti non comprendono l’ironia inglese». La persona in questione è Jeremy Corbyn, leader del partita laburista britannico, che negli ultimi mesi è al centro di una grande polemica nel Paese. In realtà sono anni che gli ebrei inglesi – 270.000 in tutto il Regno Unito – parlano di un sempre crescente antisemitismo all’interno del Labour Party, ma sembra che solo questa estate l’opinione pubblica inglese abbia capito la gravità della situazione che si è venuta a creare. Da giugno non è passata settimana in cui non uscisse sui giornali una notizia sull’antisionismo e antisemitismo che cova nel partito e nel suo stesso leader, candidato a diventare futuro Premier inglese. Come è emerso da un recente sondaggio del The Sun, in Gran Bretagna un elettore su quattro (27%) pensa che Corbyn sia un antisemita e il 31% che sia molto permissivo nei confronti del pregiudizio contro gli ebrei. A dimostrazione che – finalmente! – si sono accesi i riflettori su quello che è diventato un vero e proprio caso all’interno del mondo britannico, con un crescendo di scontri con la comunità ebraica inglese.

Il Labour: una centralina di odio?
Che Corbyn e il Labour fossero grandi sostenitori della causa palestinese non è mai stato un segreto, ma la loro avversione nei confronti di Israele ha, negli ultimi due anni, rivelato un pregiudizio molto più profondo, sia dello stesso leader sia all’interno del suo partito. Basti pensare al sostegno da parte di Corbyn di Ong palestinesi che sostengono Hamas e che inneggiano alla distruzione di Israele, così come alle dichiarazioni dell’ex sindaco di Londra, Livingstone, su “Hitler sionista” e alle esternazioni e azioni di altri esponenti del Labour.
Ma nell’ultimo mese, grazie anche a importanti inchieste dei quotidiani britannici, sono venuti alla luce fatti eloquenti: primo fra tutti, la partecipazione di Corbyn, nel 2014, a una cerimonia in ricordo di Atef Bseiso, uno dei terroristi palestinesi che nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco, assassinò gli atleti israeliani. In quell’occasione, Corbyn è stato anche fotografato con Maher al Taher, leader in esilio del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, che un mese dopo rivendicò la strage alla sinagoga di Har Nof a Gerusalemme, in cui quattro rabbini furono trucidati durante le preghiere del mattino. Come se non bastasse, pochi giorni prima, si era saputo che Corbyn aveva partecipato nel 2010 a una manifestazione in cui Israele era paragonata ai nazisti.
Domenica 19 agosto, poi, il Telegraph ha rivelato che nel 2012 Corbyn era a Doha a una conferenza con alcuni leader militari di Hamas, fra cui Khaled Meshaal, ex leader di Hamas, nella blacklist dei terroristi in Gran Bretagna, e Abdul Aziz Umar. Entrambi erano stati condannati per sanguinosi attentati in Israele che avevano fatto in tutto oltre 100 morti fra la popolazione: quello alla discoteca Dolphinarium, in cui morirono più di 20 ragazzi, a due ristoranti a Gerusalemme e Haifa, a una stazione ferroviaria, a due autobus e al Park Hotel a Netanya (il peggior attentato terroristico nella storia israeliana). Mai però, Corbyn si è recato alle tombe degli atleti israeliani trucidati a Monaco – fatto questo criticato anche dalle stesse vedove di due delle vittime – e neanche allo Yad Vashem, dove era stato invitato da Yitzhak Herzog nel 2016. E, ancora: che dire del video del 2013, emerso di recente, in cui, partecipando a una riunione convocata dal Centro di ritorno palestinese, Corbyn dichiarava serafico: “alcuni sionisti non comprendono l’ironia inglese”; pur avendo vissuto nel Regno Unito “per molto tempo, probabilmente per tutta la vita”?
Eppure, già da qualche anno la comunità ebraica locale aveva espresso la propria preoccupazione nei confronti di un crescente antisemitismo all’interno del Paese e del Labour Party. Se nel recente passato la Gran Bretagna era considerata un paese ideale per gli ebrei oggi non è più così, come rivelava già un’inchiesta di Bet Magazine-Bollettino del dicembre 2016. Becero nei contenuti ma non nella forma, un antisemitismo “elegantemente” astioso e vagamente snob, quello del Labour.

Gli ebrei inglesi uniti nella protesta
In diversi momenti gli ebrei britannici hanno fatto sentire la propria voce, come ad esempio quando l’ex sindaco di Londra Livingstone venne sospeso ma non espulso dal partito per le sue dichiarazioni su “Hitler sionista”. Nel marzo del 2018, poi, si erano dimessi dal Labour due deputati ebrei criticando Corbyn per non fare nulla contro l’antisemitismo e, pochi giorni dopo, circa 500 persone avevano manifestato davanti al Parlamento inglese contro Corbyn e l’antisemitismo nel Labour. Una manifestazione, questa, organizzata in sole 24 ore, che aveva riunito famiglie, avvocati e businessmen in giacca e cravatta davanti al Parlamento di Westminster a gridare: “Dayenu. Ora basta”.
Ad accrescere l’indignazione, a fine luglio, la decisione del Labour di adottare solo parzialmente la definizione di antisemitismo, elaborata nel 2016 dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), omettendo le parti relative a Israele: non sarebbe antisemita, ad esempio, accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele che alle loro stesse nazioni, sostenere che l’esistenza dello stato di Israele è uno sforzo razzista e paragonare le azioni israeliane a quelle dei nazisti. In quell’occasione, 68 rabbini britannici delle più diverse tradizioni – ortodossa, tradizionalista, reform, liberal, ecc… – hanno pubblicato sul Guardian una lettera congiunta, in cui chiedevano al Labour di ascoltare la Comunità ebraica. “La dirigenza del partito laburista ha scelto di ignorare coloro che capiscono meglio l’antisemitismo, ossia la comunità ebraica – si legge nella lettera dei rabbini -. Sostenendo di sapere cosa è buono per la nostra comunità, la dirigenza del partito laburista ha scelto di agire nel modo più offensivo e arrogante”. Dopo solo una settimana, a fine luglio, tre periodici ebraici inglesi, normalmente rivali tra loro, sono usciti tutti e tre con la stessa prima pagina, per mettere in guardia le comunità ebraiche britanniche da ciò che li aspetta se il leader laburista diventasse primo ministro. Le testate in questione sono: The Jewish Chronicle, che oltre a essere il più letto dagli ebrei inglesi è anche il giornale ebraico più vecchio al mondo (è stato fondato nel 1841); il Jewish News, nato in tempi più recenti, diffuso soprattutto a Londra; e il Jewish Telegraph, riferimento delle comunità ebraiche di Manchester e Liverpool.
“Lo facciamo poiché il partito che, fino a poco tempo fa, era l’ambiente naturale per le nostre comunità, ha visto i suoi valori e la sua integrità erosi dal disprezzo corbyniano per gli ebrei e Israele”, affermavano gli editoriali in prima pagina pubblicati mercoledì 25 luglio, in riferimento al Partito Laburista. “C’è il serio e attuale rischio che un uomo con una cecità predefinita di fronte alle paure della comunità ebraica, un uomo che non riesce a vedere che l’odio mirato a Israele può facilmente sconfinare nell’antisemitismo, potrebbe diventare il nostro prossimo primo ministro”, concludeva l’articolo.
Parole pesanti e critiche indignate, che hanno portato il Labour a rivedere la propria posizione sulla definizione di antisemitismo e, il 5 settembre, in una votazione interna, ad accettare la definizione dell’IHRA, senza postille o distinguo che avrebbero permesso di esprimere posizioni antisemite mascherate da antisionismo. Eppure, nonostante l’adozione del documento intero sia stata votata da ben 205 voti favorevoli e solo 8 contrari, Corbyn ha voluto precisare, in un documento separato, che “ciò non pregiudica in alcun modo la libertà di espressione su Israele o i diritti dei palestinesi”.

Un’opinione pubblica indifferente
Molto preoccupato si è detto anche Rabbi Lord Jonathan Sacks, rabbino capo del Regno Unito dal 1991 al 2013, grande intellettuale molto seguito in patria e all’estero, anche dai non ebrei e molto ascoltato dai leader politici. All’emittente inglese Radio 4, dove è tra i curatori del programma interreligioso Thought for the Day, ha dichiarato: «Ho fatto il mio ‘thought for the Day’ (pensiero del giorno) per trent’anni – ha continuato -, ma non avrei mai pensato che nel 2018 avrei ancora dovuto parlare di antisemitismo. Io faccio parte di una generazione, nata dopo l’Olocausto, che ha creduto alle nazioni del mondo quando hanno detto: mai più. Ma questa settimana è in atto un dibattito senza precedenti sull’antisemitismo di alcuni membri all’interno del Parlamento. Diversi deputati hanno parlato in modo sentito degli abusi che hanno subito perché erano ebrei, o peggio, perché hanno affrontato il tema antisemitismo».
Secondo il Community Security Trust, gli atti di antisemitismo in Gran Bretagna sono aumentati al loro massimo livello dal 1984 – quando si è iniziato a calcolare gli incidenti -, con una media di 4 al giorno. «Questa non è la Gran Bretagna che conosco e amo», ha precisato Sacks. A preoccuparlo è soprattutto l’indifferenza, terreno fertile per la crescita del pregiudizio. «Tutto ciò che occorre al Male per prosperare è che le brave persone non facciano niente. Oggi vedo troppa brava gente che non fa niente e me ne vergogno». E Jeremy Corbyn? Parlerà con Sacks della situazione? «No – ha ribattuto il Rav con convinzione -. Vorrei vedere segni più chiari e azioni risolute da un partito e dal suo capo, fosse anche solo prima di sedermi a parlare con loro».

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