di Anna Balestrieri
La crisi nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico spinge l’ONU a mobilitarsi su più fronti, tra risoluzioni militari, condanne diplomatiche e dibattiti sui diritti umani. Il Bahrain ha guidato l’iniziativa più recente, proponendo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU l’uso di “tutti i mezzi necessari” per garantire il passaggio delle navi, ma la proposta incontra resistenze tra i membri permanenti, Cina e Russia in testa.
È particolarmente sensazionale che una proposta di questo tipo arrivi da un paese arabo, tradizionalmente non alleato di Israele (gli accordi di Abramo sono del 2020), mostrando l’allarme regionale per le azioni iraniane.
L’eccezionalità del ruolo del Bahrain
L’iniziativa del Bahrain assume ancora più peso se si considera il contesto: negli ultimi giorni, l’Iran ha intensificato la pressione regionale, richiedendo a certe navi il pagamento di una “tassa di transito” nello Stretto di Hormuz e minacciando la navigazione commerciale, inclusi passaggi di navi cinesi, mentre continua il lancio di missili e droni verso Israele e altri paesi del Golfo.
Allo stesso tempo, Teheran ha rafforzato la propria linea militare nominando Mohammad Bagher Zolghadr come segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale, figura legata ai vertici militari e alla repressione interna, segnale della determinazione iraniana a mantenere una posizione ferma nonostante le pressioni esterne.
Sul fronte militare, Israele continua la sua campagna mirata a indebolire le capacità missilistiche e industriali dell’Iran: oltre 600 strike ai siti missilistici e industriali hanno colpito basi e fabbriche in tutto il Paese, riducendo l’efficacia delle unità IRGC e mostrando la precisione e l’intensità della risposta israeliana. Nel frattempo, l’Iran ha aumentato l’uso dei droni contro Bahrain e altri vicini, compensando la sospensione degli attacchi contro il Qatar, a testimonianza della complessità e della pericolosità della situazione regionale.
Anche il Libano vive un momento insolito: il governo ha recentemente preso provvedimenti diretti contro Hezbollah e l’IRGC, arrestando membri della milizia e ritirando l’accredito all’ambasciatore iraniano, una mossa che sottolinea come la pressione iraniana stia producendo reazioni straordinarie tra gli Stati vicini.
In questo contesto, la proposta bahrainita appare non solo sensazionale ma anche strategicamente significativa: riflette la volontà di alcuni paesi arabi di agire concretamente di fronte alle minacce iraniane, pur in assenza di un tradizionale allineamento con Israele.
La proposta militare del Bahrain
Il progetto di risoluzione autorizza paesi o alleanze navali a usare la forza per proteggere la navigazione nello Stretto, e mira a “reprimere, neutralizzare e scoraggiare tentativi di chiusura o interferenza” da parte dell’Iran. Il testo richiede anche a Teheran di cessare immediatamente gli attacchi contro navi mercantili, assicurando il libero transito in una delle rotte più strategiche per il commercio globale.
Alcuni paesi hanno espresso dubbi sull’inserimento della risoluzione nel Capitolo Sette della Carta dell’ONU, che consente misure che vanno dalle sanzioni all’uso della forza, e il testo è in fase di revisione. È improbabile che la votazione avvenga questa settimana, vista la complessità degli equilibri diplomatici.
Risoluzione del 11 marzo: condanna unanime degli attacchi iraniani
L’11 marzo, il Consiglio di Sicurezza aveva adottato una risoluzione guidata dal Bahrain, condannando gli attacchi iraniani contro Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania. Il testo, approvato con 13 voti favorevoli e due astensioni (Cina e Russia), definisce gli attacchi iraniani una violazione del diritto internazionale e una seria minaccia alla pace e sicurezza globale.
La risoluzione chiedeva la cessazione immediata delle ostilità e il pieno rispetto degli obblighi di Teheran, compresa la protezione dei civili. In parallelo, una proposta russa, più generica e non indirizzata specificamente all’Iran, è stata bocciata per mancanza del quorum necessario, dimostrando le divisioni del Consiglio sui modi di affrontare la crisi.
Dibattito urgente sui diritti umani
Mercoledì 25 marzo, il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU ha tenuto un dibattito urgente sulle offensive iraniane nella regione, richiesto dal Bahrain a nome dei sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) e della Giordania. La sessione, rara per urgenza, si concentra sull’impatto dei bombardamenti su civili e infrastrutture, con perdite di vite innocenti. Il dibattito si è concluso senza l’adozione di una risoluzione, e al momento non è previsto un voto.
L’ambasciatore bahrainita Abdulla Abdullatif Abdulla ha sottolineato che i Paesi del GCC e la Giordania non sono parte del conflitto né hanno attaccato l’Iran, pur continuando a subire aggressioni dirette. Il progetto di risoluzione in discussione condanna in termini durissimi gli attacchi e richiede a Teheran di cessare tutte le azioni non provocate e di fornire “riparazioni complete ed efficaci per tutti i danni causati”.
Impatto sul traffico marittimo e l’economia globale
L’Iran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, pur dichiarando di consentire il passaggio sicuro a navi di paesi non nemici. Circa un quinto del petrolio mondiale transita nello Stretto, ma gli attacchi hanno bloccato quasi tutto il traffico dei petroliere, contribuendo a un’impennata dei prezzi energetici e accentuando le tensioni globali.
Gli Stati Uniti, guidati dal presidente Donald Trump, hanno proposto una coalizione internazionale per proteggere la rotta, ma la mancanza di adesione degli alleati ha spinto Washington a indicare che altri paesi dovranno farsi carico della sicurezza del passaggio.
Prospettive
La crisi nello Stretto di Hormuz e nel Golfo rimane un nodo critico per la stabilità regionale e l’economia mondiale, con l’ONU chiamata a conciliare misure militari, pressioni diplomatiche e tutela dei diritti umani, in un contesto di crescenti tensioni tra potenze globali e regionali.



