Sa sinistra il principe saudita Mohammed Bin Salman e il presidente emiratino Mohamed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan

Gaza, la guerra fredda del Golfo e il crollo dell’asse sunnita

Mondo

di Anna Balestrieri
La competizione tra Riyad e Abu Dhabi non è frutto di incomprensioni diplomatiche o di rivalità personali, ma di visioni profondamente divergenti dell’ordine mediorientale.
(Nella foto: da sinistra il principe saudita Mohammed Bin Salman e il presidente emiratino Mohamed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan)

La guerra a Gaza non è solo una catastrofe umanitaria e un trauma politico regionale. È diventata il detonatore che ha reso visibile una frattura strutturale ormai insanabile tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, due potenze che per oltre un decennio l’Occidente ha trattato come un blocco strategico compatto e stabilizzante. Oggi quella rappresentazione non regge più. Al suo posto emerge una rivalità aperta che attraversa Yemen, Sudan, Mar Rosso e Palestina, producendo vuoti di sicurezza sistematicamente sfruttati dall’Iran e dai suoi alleati.

Due visioni incompatibili dell’ordine regionale

La competizione tra Riyadhe Abu Dhabi non è frutto di incomprensioni diplomatiche o di rivalità personali, ma di visioni profondamente divergenti dell’ordine mediorientale.
L’Arabia Saudita privilegia gerarchia, integrità territoriale e de-escalation controllata, una strategia pensata per proteggere i confini del Regno e garantire stabilità interna. Gli Emirati Arabi Uniti perseguono invece influenza attraverso porti, proxy armati e libertà di manovra negli Stati fragili, accettando – e talvolta favorendo – la frammentazione come prezzo dell’accesso strategico.
Questi due approcci non sono conciliabili nel lungo periodo, e Gaza ha reso la collisione impossibile da mascherare.

Yemen: da coalizione araba a conflitto ombra

Il primo laboratorio della frattura è stato lo Yemen. Quella che era nata come una coalizione araba contro gli Houthi sostenuti dall’Iran si è trasformata in un conflitto ombra tra alleati nominali. Riyad ha puntato sulla sopravvivenza di uno Stato yemenita unitario; Abu Dhabi ha sostenuto forze separatiste nel Sud e nell’Est, minando proprio quell’unità.
Il passaggio decisivo arriva a fine 2025, quando l’Arabia Saudita colpisce con raid aerei materiale militare legato a forze sostenute dagli Emirati nel porto di Mukalla. È un momento rivelatore: per la prima volta Riyad usa la forza contro un partner strategico per difendere la propria concezione di sovranità. L’effetto collaterale è devastante: gli Houthi risultano oggi più forti non per un’escalation iraniana, ma per l’autodistruzione della coalizione araba.
Teheran osserva e capitalizza. Non serve intervenire di più quando i rivali si logorano da soli.

Sudan, Mar Rosso e sicurezza israeliana

Lo stesso schema si ripete in Sudan. L’Arabia Saudita sostiene le Forze Armate Sudanesi come ultimo residuo di continuità statale; gli Emirati sono ampiamente ritenuti allineati con le Rapid Support Forces, attore paramilitare responsabile di atrocità di massa e della disintegrazione del Paese.
Questa frammentazione non è astratta. Per Israele, lo Yemen e il Sudan non sono più crisi periferiche, ma minacce dirette. Il Mar Rosso e lo stretto di Bab el-Mandeb sono arterie vitali per commercio, energia e libertà di navigazione. Una regione divisa tra patroni del Golfo in competizione e attori armati filo-iraniani trasforma l’instabilità in rischio strategico immediato.

Gaza come spartiacque politico e simbolico

Gaza rappresenta però un livello ulteriore. A differenza di Yemen e Sudan, Gaza è carica di significato simbolico, politico e religioso per l’intero mondo arabo e musulmano. Qui la divergenza tra Riyad e Abu Dhabi diventa ideologica.
L’Arabia Saudita sostiene un quadro multilaterale ancorato a una legittimazione ONU, che includa meccanismi di governance transitoria ma soprattutto un orizzonte politico credibile verso l’autodeterminazione palestinese. Per Riyad, soluzioni tecnocratiche senza un fine politico congelano il conflitto e garantiscono la sopravvivenza di Hamas o dei suoi eredi.
Gli Emirati privilegiano invece sicurezza prima di tutto: esclusione totale di Hamas, controllo diretto della ricostruzione, ridimensionamento dell’Autorità Palestinese e convergenza operativa con Israele. Una linea che rafforza il profilo emiratino come partner “affidabile” in Occidente, ma che diventa sempre più costosa sul piano reputazionale mentre Gaza domina l’opinione pubblica globale.

Il ribaltamento delle alleanze arabe

Uno degli effetti più dirompenti del conflitto è il riallineamento saudita. Riyad ha iniziato a dialogare con Turchia e Qatar, attori un tempo percepiti come avversari ideologici, considerandoli ora necessari per gestire la transizione a Gaza e contenere Hamas in un quadro politico più ampio.
Per Abu Dhabi, Ankara e Doha restano invece nemici da neutralizzare. Ciò che dieci anni fa sarebbe stato impensabile – una convergenza saudita con Turchia e Qatar – oggi appare come pragmatismo strategico imposto dalla realtà.

Accordi di Abramo e paralisi regionale

Anche la normalizzazione con Israele riflette questa competizione. Gli Accordi di Abramo avrebbero dovuto inaugurare un nuovo asse regionale. Sono invece diventati un ulteriore terreno di rivalità. Gli Emirati hanno capitalizzato rapidamente la normalizzazione in prestigio e influenza; l’Arabia Saudita, riluttante a “seguire” Abu Dhabi e vincolata da considerazioni interne, ha rallentato.
Il risultato non è progresso graduale, ma stallo. Non esiste più una “posizione del Golfo” unitaria con cui Israele e gli Stati Uniti possano interagire.

Un ordine regionale senza freni

L’aspetto più pericoloso della rivalità saudita-emiratina è la sua assenza di limiti. Non esistono meccanismi di gestione dell’escalation, gerarchie condivise o linee rosse comuni. Due Stati ricchi, ambiziosi e militarmente capaci stanno tirando la regione in direzioni opposte, indebolendo proprio il fronte che avrebbe dovuto contenere l’Iran.
Non si tratta di una crisi passeggera, ma di un riallineamento strutturale. L’era in cui l’Occidente poteva contare su un asse del Golfo coeso è finita. Al suo posto emerge un Medio Oriente più frammentato, competitivo e vulnerabile, dove i vuoti di potere non restano mai vuoti a lungo.
E sono, sistematicamente, altri a riempirli.