di Nina Deutsch
Ancora bufera sulla relatrice speciale per i territori palestinesi occupati: Francia, Germania, Italia, Austria e Repubblica Ceca chiedono le sue dimissioni, mentre oltre cento personalità della cultura internazionale le hanno espresso sostegno. Il caso di Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano invitato al Consiglio per i Diritti Umani, e poi, forse, rimosso. Tra lettere di sostegno, petizioni online e silenzi selettivi, il dibattito mette in luce le tensioni tra ambiguità istituzionale, pressioni politiche e indipendenza dei funzionari ONU.
Continua la tempesta diplomatica che in questi giorni investe Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, riportando al centro del dibattito una questione più ampia e strutturale: il rapporto, spesso ambiguo, tra l’ONU, i suoi funzionari indipendenti e le pressioni politiche esercitate dagli Stati membri.
Francia, Germania, Austria, Repubblica Ceca e Italia hanno chiesto apertamente le dimissioni di Albanese, definendo «insostenibili» le sue posizioni su Israele. In Italia, il caso ha assunto immediatamente una dimensione politica interna, dividendo maggioranza e opposizione e trasformando una figura tecnica delle Nazioni Unite in un terreno di scontro parlamentare e mediatico.
A livello ONU, la risposta è arrivata tramite il portavoce del Segretario generale António Guterres, che ha dichiarato che l’Organizzazione «non condivide gran parte di ciò che dice» la relatrice speciale, precisando però che eventuali contestazioni nei confronti dei relatori speciali rientrano nelle prerogative degli Stati membri. Una posizione formalmente corretta, ma che ha sollevato non poche perplessità, proprio per l’assenza di un percorso chiaro di verifica o di tutela dell’indipendenza del mandato.
Albanese, dal canto suo, ha respinto con fermezza le accuse più gravi, smentendo di aver mai definito Israele «nemico dell’umanità» e ribadendo di aver parlato, nei suoi rapporti e interventi pubblici, di genocidio, apartheid e crimini di guerra, in linea – sostiene – con il mandato di scrutinio affidatole dalle Nazioni Unite. «Tutto ciò che è stato detto di me è falso e quindi diffamatorio», ha affermato in un’intervista televisiva.
Nota per le sue posizioni filo-palestinesi, resta tuttavia una figura altamente divisiva. Le sue dichiarazioni contro Liliana Segre e i commenti sull’assalto a La Stampa hanno suscitato ampie polemiche. Non meno controverse sono state le vicende legate alla cittadinanza onoraria: Bologna ha confermato il riconoscimento, Firenze lo ha bloccato e Napoli lo ha revocato. Senza contare la critica al sindaco di Reggio Emilia sugli ostaggi israeliani che ha scatenato durissimi scontri suo social e online.
Nel frattempo, lo scorso 14 febbraio è uscita la notizia che oltre cento personalità del mondo della cultura e dello spettacolo internazionale hanno firmato una lettera aperta di sostegno alla relatrice, respingendo le richieste di dimissioni avanzate dai Paesi sopra citati. Tra i firmatari figurano attori come Mark Ruffalo e Javier Bardem, la musicista Annie Lennox, la scrittrice premio Nobel Annie Ernaux e numerosi registi, artisti e intellettuali, che nella lettera difendono l’indipendenza del mandato ONU e il diritto di documentare le violazioni dei diritti umani senza interferenze politiche.
Il nodo centrale, tuttavia, non riguarda solo il contenuto delle dichiarazioni di Albanese, ma il comportamento dell’ONU nei confronti di una propria relatrice. Da un lato, l’Organizzazione rivendica l’indipendenza dei relatori speciali, che non parlano a nome del Segretariato ma operano come esperti autonomi. Dall’altro, prende pubblicamente le distanze dalle loro posizioni quando queste diventano politicamente esplosive, senza avviare procedure formali di verifica o di contestazione dei rapporti prodotti. Una dinamica già vista in passato, che contribuisce ad alimentare zone grigie e ambiguità istituzionali.
- Leggi anche: «Israele come la Germania di Hitler»: i nuovi post antisemiti della relatrice dell’ONU Francesca Albanese. La WJC ne chiede le dimissioni
- Leggi anche: L’Onu indaga su Francesca Albanese: la relatrice per i diritti umani in Palestina viaggerebbe a spese di Hamas
Medio Oriente, le ambiguità di Guterres tra Israele, UNRWA e il dopo 7 ottobre
In un contesto internazionale sempre più instabile, le posizioni del Segretario generale António Guterres continuano a suscitare critiche contrastanti, soprattutto per il linguaggio e il bilanciamento delle responsabilità tra Israele e Hamas. Dichiarazioni pensate per mantenere un equilibrio diplomatico vengono interpretate, da più parti, come segnali di ambiguità istituzionale.
Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 di Hamas, Guterres ha condannato con forza l’azione terroristica contro i civili israeliani, aggiungendo però che «nulla avviene nel vuoto», richiamando il contesto dell’occupazione e del conflitto israelo-palestinese. Una frase che, pur chiarita successivamente dal Segretariato, ha provocato una dura reazione del governo israeliano, che ha accusato il Segretario generale di relativizzare l’attacco.
Un ulteriore punto di frizione riguarda l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi. Dopo le accuse israeliane secondo cui alcuni dipendenti dell’agenzia sarebbero stati coinvolti negli attacchi del 7 ottobre, Guterres ha difeso il ruolo dell’organismo, sottolineando che eventuali responsabilità individuali non possono giustificare il blocco dei finanziamenti o lo smantellamento di un’agenzia essenziale per l’assistenza umanitaria a Gaza. Una posizione che ha rafforzato il sostegno di diversi Paesi del Sud globale, ma ha alimentato le critiche di Stati Uniti e Israele, che chiedono riforme profonde o una revisione del mandato dell’UNRWA.
- Leggi anche: Gaza: insegnanti UNRWA celebravano i massacri del 7 ottobre
- Leggi anche: Uno studio rivela: i docenti dell’UNRWA istigano l’antisemitismo
Sul piano internazionale, Guterres ha inoltre espresso preoccupazione per il clima politico negli Stati Uniti, intervenendo indirettamente sulle tensioni nelle università legate alle proteste pro-Palestina. In più occasioni ha richiamato il diritto alla libertà di espressione, invitando però a distinguere tra critica a Israele e antisemitismo. Anche in questo caso, il tentativo di equilibrio è stato letto in modo opposto dai diversi attori: troppo indulgente per alcuni, e troppo prudente per altri.
Nel complesso, la linea del Segretario generale appare coerente con la tradizione ONU di mediazione, ma sempre più difficile da sostenere in un conflitto altamente polarizzato. Le sue dichiarazioni su Israele, UNRWA e il 7 ottobre mostrano il tentativo di tenere insieme principi giuridici, esigenze umanitarie e pressioni politiche, ma finiscono spesso per scontentare tutte le parti, contribuendo a una progressiva erosione dell’autorevolezza e obiettività politica delle Nazioni Unite.
Il caso Araghchi
Negli ultimi giorni è circolata anche la notizia secondo cui il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sarebbe stato rimosso dall’elenco aggiornato degli oratori per l’apertura della prossima sessione del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, in programma a Ginevra dal 23 febbraio 2026, dopo una campagna di pressione pubblica internazionale contro la partecipaizone di un Ministro della repubblica islamica , che da anni reprime i diritti umani e che nelle ultime settimane ha ucciso migliaia di manifestanti. Tuttavia, a oggi non esistono comunicati ufficiali delle Nazioni Unite che confermino formalmente la cancellazione o ne chiariscano le motivazioni: alcune testate hanno rilevato l’assenza del suo nome nell’agenda aggiornata del 13 febbraio, ma senza riscontri istituzionali indipendenti.
Nel frattempo Araghchi è a Ginevra per colloqui sul dossier nucleare, ribadendo che l’Iran «non si piegherà alle minacce degli USA» e invocando «iniziative concrete per un accordo equilibrato». Secondo diversi media, le indiscrezioni sulla sua possibile esclusione sarebbero legate anche a una petizione online che avrebbe superato le 100.000 firme, con cui si chiedeva il ritiro dell’invito e si sollecitava l’applicazione del principio della giurisdizione universale, senza però alcun seguito formale da parte delle autorità svizzere.
In parallelo, l’ONG UN Watch ha annunciato l’invio di una lettera al Segretario generale António Guterres, ma anche in questo caso non vi sono conferme ufficiali di un impatto concreto sulle decisioni organizzative del Consiglio. Un silenzio che, secondo varie analisi, riflette una linea di cautela dell’ONU volta a preservare l’equilibrio interno, ma che finisce per alimentare ulteriori ambiguità e polarizzazioni in un contesto internazionale già profondamente segnato da tensioni e conflitti.



