Così uscimmo dall’Egitto, per la seconda volta

di Raffaele Picciotto

I moti di piazza che hanno rottamato il governo Mubarak pongono serie preoccupazioni al governo di Israele. Non a caso: la drammatica vicenda della comunità ebraica egiziana del XX secolo basterebbe per temere l’avvento di nuovi faraoni. Come ci racconta questa accurata ricostruzione storica.

Per secoli la vita fu dolce in Egitto, per gli ebrei. Specie quelli dal 1700 al 1900 inoltrato. Basterebbe leggere la tetralogia scritta dallo scrittore inglese Lawrence Durrell su Alessandria d’Egitto (Quartetto di Alessandria, Einaudi), per cogliere il profumo di una città che per secoli fu il crogiolo più fecondo e felice del Mediterraneo. E non si trattava solo dello sguardo esotista e tardo coloniale di Durrell che su Alessandria scriveva, “cinque razze, cinque lingue, una dozzina di religioni, cinque flotte che si muovono nel gioco dei loro riflessi oleosi dietro la protezione del porto…”.  Anche per l’egiziano Andrè Aciman, le emozioni sono le stesse, nella ricostruzione che fa della vita delle famiglie ebraiche nel romanzo Ultima notte a Alessandria (Guanda): dominano il rimpianto per la luce delle mattine terse sul lungomare della Corniche, per la vita cosmopolita; e la ricostruzione di quella cacciata. Sì, proprio una cacciata, un’altra uscita dall’Egitto, avvenuta nel XX secolo. Quando il governo nazionalista di Nasser cacciò dall’Egitto migliaia di europei, nel tentativo di eliminare ogni ricordo del protettorato britannico e di disperdere una comunità ebraica tra le più ampie dell’ex impero ottomano. Per l’Egitto fu la fine di quella temperie che aveva fatto di Alessandria e de Il Cairo città di straordinaria vivacità culturale, in cui le donne ebree potevano spettegolare in sei lingue diverse… Quello che colpì la Comunità ebraica egiziana all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, fu un autentico esodo. Un esodo silenzioso, cupo, pieno di disperazione e mestizia. Di cui per anni le cronache internazionali non avrebbero dato conto. Ma vediamo di ricostruirne la storia, collocandola tra i vari accadimenti del XX secolo. La popolazione ebraica-egiziana originaria era composta da immigrati di origine spagnola e nordafricana ma aumentò in seguito alle ripercussioni positive dell’apertura del Canale di Suez; in seguito, i pogrom nell’Europa dell’Est, causarono l’arrivo anche di Ebrei Askenaziti che presero dimora nel quartiere cairota di Darb al-Barabira. Nel 1926 l’Egitto divenne indipendente; il primo atto del nuovo governo fu di promulgare il Codice della Nazionalità (26 maggio 1926). Esso stabiliva che la nazionalità egiziana poteva essere attribuita solo a chi appartenesse razzialmente alla maggioranza della popolazione di un paese la cui lingua è l’Arabo e la cui religione è l’Islam. Ciò nonostante, tra le due guerre la vita ebraica prosperava. Albert Mosseri fondò nel 1920 il settimanale Israel che sarebbe rimasto per vent’anni la pubblicazione principale in Egitto. L’ex Rabbino Capo di Turchia, Haim Nahum Effendi, divenne Rabbino Capo d’Egitto e fu nominato Senatore nel Parlamento egiziano. L’Ebreo egiziano Joseph Aslan Cattaui fu nominato Ministro delle Finanze e divenne in seguito Senatore. Tuttavia nel 1928 vi fu anche uno sviluppo negativo; a Ismailia Hassan el Banna fondò il movimento dei Fratelli Musulmani propugnando la lotta contro il Sionismo e gli Ebrei.

Negli anni ‘30 vi erano nove scuole ebraiche ad Alessandria e cinque al Cairo e il livello degli studi era alto. Nel quartiere cairota di Zamalek, il Primo Ministro interveniva tradizionalmente alla lettura del Kol Nidrè a Kippur in un Tempio pieno di fedeli.

Ma le cose sarebbero presto cambiate. Scoppiata la guerra, nell’Ottobre del 1942 fu costituito un Einsatzgruppe Egypt al comando del Colonnello delle SS Walter Rauf, un esperto di camere a gas in Europa dell’Est, con il compito di accompagnare l’Afrika Korps dopo conquistato l’Egitto. Per fortuna la sorte decise altrimenti e la squadra fu dissolta dopo la battaglia di El Alamein.

La situazione precipita

La situazione tuttavia era destinata comunque a peggiorare per gli Ebrei d’Egitto. Il 22 marzo 1945 fu fondata al Cairo la Lega Araba la cui prima risoluzione chiedeva agli Egiziani di evitare contatti con chi appoggiava il Sionismo, cioè con tutti gli Ebrei Egiziani. Tumulti antisemiti scoppiarono il 2 novembre 1945; una sinagoga fu data alle fiamme e vi furono cinque morti e 200 feriti; nel frattempo arrivava in Egitto il Mufti di Gerusalemme Haj Amin El Husseini, proveniente dalla Francia (dove era ricercato dagli Alleati come criminale di guerra).

Il 29 luglio 1947 fu promulgata la Legge per le Società Egiziane che stabiliva che il 75% di tutti gli impiegati delle ditte doveva essere Egiziano. Poiché l’80% degli Ebrei Egiziani aveva passaporto straniero questo era un grave colpo per loro.

Il 29 novembre 1947 l’ ONU approvò la risoluzione 181 sulla spartizione della Palestina.

Pochi giorni dopo, il 5 dicembre 1947 una folla inferocita convergeva sul quartiere ebraico del Cairo dopo che Al-Ikkhwan al Muslimum, il quotidiano della Fratellanza Musulmana, aveva chiesto agli Ebrei di provare la loro lealtà all’Egitto finanziando gli eserciti arabi. Il Governo proclamò lo stato di emergenza e proibì ogni manifestazione, preoccupato di scontrarsi con i Fratelli Musulmani.

Il 14 Maggio del 1948 veniva proclamato lo Stato di Israele. In Egitto Re Farouk incontrò una delegazione di Ebrei Egiziani, assicurando loro circa il suo impegno nel proteggere gli Ebrei. Nel frattempo il Primo Ministro al-Nukrashi Pasha decideva di proclamare lo stato di emergenza e di arrestare tutti i Comunisti.

Inoltre dichiarava che tutti gli Ebrei erano potenziali Sionisti e che tutti i Sionisti erano Comunisti.

Centinaia di Ebrei furono arrestati al Cairo e ad Alessandria e portati in una ex base americana i primi e a Camp Aboukir sulle sponde del Mediterraneo i secondi. Il governo chiese inoltre al Rabbino Capo d’Egitto Haim Nahum Effendi di pregare per la vittoria degli Egiziani sulle forze Israeliane, cosa che egli si rifiutò di fare.

Il 25 Maggio fu emesso un decreto che affermava che nessun Ebreo avrebbe potuto lasciare l’Egitto senza un visto di uscita rilasciato dal Ministero degli Interni; ciò si applicava anche agli Ebrei con passaporto straniero. I visti in realtà furono rilasciati con il contagocce.

Nel mese successivo, furono lanciate delle bombe nel vecchio Quartiere Ebraico del Cairo che provocarono ventidue morti; nei mesi successivi continuò la violenza anti ebraica. Il 22 settembre altre bombe furono lanciate nel Quartiere Ebraico, facendo diciannove vittime. Ciò provocò un primo esodo tra gli Ebrei Egiziani; tra il 1949 e il 1952 oltre 25.000 Ebrei lasciarono l’Egitto; 15.000 di essi andarono in Israele. Vi furono altre manifestazioni aizzate dai Fratelli Musulmani; il governo egiziano però era timoroso del fondamentalismo islamico. Nel febbraio 1952 Hassan el Banna veniva assassinato.

L’avvento di Nasser

Il 23 luglio 1952 il colpo di stato degli Ufficiali Liberi rovesciò il regime di Re Farouk; all’inizio ciò sembrò un fatto positivo per gli Ebrei. Il nuovo Presidente, il Generale Neguib, si recò in visita a scuole e sinagoghe, alcune proprietà requisite furono restituite e molti prigionieri furono rilasciati.

Nel giugno del 1954 il Generale Neguib fu sostituito dal Colonnello Gamal Abdel Nasser; un mese dopo scoppiò in Egitto il cosiddetto affare Lavon, cioè il tentativo fallito da parte del Mossad di organizzare una serie di attentati attribuendoli ai Fratelli Musulmani. Furono arrestati gli agenti israeliani, tutti Ex Egiziani e in conseguenza di ciò vi fu un’ondata di arresti nel luglio del 1954; ma il peggio doveva ancora arrivare.

Nell’Ottobre del 1956 scoppiò la guerra del Sinai e Israele occupò la penisola del Sinai fino al canale di Suez; un centinaio di Ebrei fu portato via da un commando israeliano a Port Said comandato da Lova Eliav (uno dei fondatori del Partito Laburista).

Il resto degli Ebrei Egiziani restò intrappolato, mentre le urla sinistre Yahud!, risuonarono nelle strade delle città egiziane.

L’ultimo esodo

Vi furono centinaia di arresti e il 22 novembre 1956 un nuovo Codice della Nazionalità Egiziana tolse la nazionalità egiziana ai cosiddetti Sionisti; nelle moschee fu letto un proclama che recitava: tutti gli Ebrei sono Sionisti e nemici dello Stato.

In pochi giorni 3000 Ebrei furono arrestati e detenuti senza processo; 24.000 ricevettero l’ordine di espulsione e dovettero lasciare l’Egitto in pochi giorni. Chi aveva passaporto Britannico o Francese ebbe dieci giorni per andarsene portando con sé due valigie e 10 sterline egiziane.

Il 20 luglio 1961 circa 800 società, industrie o banche possedute da Ebrei furono nazionalizzate. Altre proprietà immobiliari furono sequestrate; una di esse, Villa Castro, divenne la residenza ufficiale del Presidente Sadat.

L’esodo continuò fino a circa la metà degli anni ‘60 e portò all’emigrazione di gran parte della Comunità Ebraica Egiziana; allo scoppio della guerra dei Sei Giorni, duecento dei circa mille Ebrei rimasti furono arrestati e portati alla prigione di Abu Za’abal e successivamente internati in un campo a El-Tur dove rimasero quasi due anni, prima di essere espulsi dal Paese. Nel 1970 il Presidente Nasser ordinò che fossero cancellati dai libri di storia egiziani tutti i riferimenti al contributo degli Ebrei all’Egitto nel corso dei secoli. Oggi gli Ebrei in Egitto sono meno di duecento e contano sui turisti ebrei per avere minian.