Mojtaba Khamenei

Chi è Mojtaba Khamenei, il figlio nell’ombra che guiderà l’Iran

Mondo

di Nina Deutsch
Religioso, alleato delle Guardie rivoluzionarie e accusato dagli oppositori di aver contribuito alla repressione delle proteste del 2009, è diventato la nuova Guida Suprema della Repubblica islamica. Una prospettiva che divide il Paese e accende lo scontro internazionale. Donald Trump avverte che lanomina del figlio della Guida Suprema è «inaccettabile».

In questi giorni febbrili di un mondo sempre più in ebollizione – un’escalation che molti analisti definiscono ormai una «terza guerra mondiale frammentata» – il focus mediatico si è improvvisamente concentrato su un nome rimasto per anni dietro le quinte del potere iraniano: Mojtaba Hosseini Khamenei, figlio dell’ayatollah Ali Khamenei.

 

Il figlio cresciuto dentro la rivoluzione

Ma chi è davvero Mojtaba Hosseini Khamenei? Mojtaba nasce l’8 settembre 1969 a Mashhad, città santa dello sciismo iraniano. La sua infanzia coincide con il momento più turbolento della storia moderna del Paese: la caduta dello scià e la rivoluzione islamica del 1979. Il padre Ali Khamenei, allora giovane religioso rivoluzionario, è già una figura in ascesa nel movimento guidato dall’ayatollah Ruhollah Khomeini. La famiglia non vive nel lusso. Il nonno paterno, Javad Khamenei, era un religioso povero ma molto rispettato nella comunità sciita.  La genealogia familiare ha anche un peso simbolico: i Khamenei rivendicano una discendenza da Husayn ibn Ali, nipote del profeta Maometto, un dettaglio che nella tradizione sciita conferisce prestigio religioso e identitario.

La madre, la donna invisibile del potere

Nella storia della famiglia c’è una figura quasi dimenticata: la madre di Mojtaba, Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh. Nata nel 1947 a Mashhad in una famiglia religiosa e benestante, incontrò Ali Khamenei durante una cerimonia privata organizzata dalla madre di lui nel 1964. Si sposarono lo stesso anno: lei aveva appena 17 anni, lui 25.  Durante gli anni della lotta clandestina contro lo scià svolse un ruolo discreto ma concreto nella rete rivoluzionaria del marito: distribuiva volantini, trasportava messaggi e nascondeva documenti dei militanti.

In un’intervista raccontò che il suo compito principale era «mantenere un’atmosfera pacifica in casa», anche quando attivisti e religiosi ricercati passavano segretamente dalla loro abitazione. La donna sarebbe rimasta ferita negli stessi attacchi militari che hanno colpito la leadership iraniana il 28 febbraio. La coppia aveva sei figli: quattro maschi e due femmine. Mojtaba è quello che, negli anni, ha costruito il rapporto più forte con gli apparati di sicurezza dello Stato.

L’uomo che non appare

Per decenni Mojtaba è stato definito dagli analisti «l’uomo più potente dell’Iran senza incarichi ufficiali». Non ha mai ricoperto ruoli formali nel governo, ma per anni avrebbe controllato l’accesso al padre e influenzato decisioni politiche cruciali.

Dietro le quinte, raccontano osservatori e diplomatici, agiva come una sorta di gatekeeper, ossia guardiano, del potere, filtrando chi poteva parlare con la Guida Suprema. Molti iraniani lo chiamano semplicemente «Agha Mojtaba», un titolo rispettoso che indica un’autorità non ufficiale ma riconosciuta. Nel 2019 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti lo ha inserito nella lista delle sanzioni, accusandolo di rappresentare gli interessi del padre e di esercitare influenza diretta sugli apparati di sicurezza dello Stato iraniano.

Il retroscena londinese

Uno dei dettagli più curiosi della sua biografia riguarda la sua vita privata. Secondo documenti dell’Intelligence americana citati da alcuni media occidentali, Mojtaba avrebbe trascorso periodi nel Regno Unito per cure mediche negli anni Novanta. Durante quei soggiorni avrebbe frequentato ospedali privati di Londra, tra cui il Wellington e il Cromwell Hospital. La vicenda – un retroscena mai confermato ufficialmente – avrebbe ritardato il suo matrimonio fino al 2004. Quando finalmente sposò Zahra Haddad-Adel, figlia di uno dei più influenti politici conservatori iraniani, la famiglia considerò l’unione quasi una questione di Stato. Il primo figlio della coppia nacque nel 2007 e fu chiamato Ali, come il nonno. Durante gli attacchi militari statunitensi e israeliani, Zahra sarebbe morta.

L’accusa di essere «l’eminenza grigia» e il mistero della ricchezza

Le accuse più gravi contro di lui risalgono alle elezioni presidenziali iraniane del 2009. Quando milioni di persone scesero in piazza contro la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, diversi leader riformisti accusarono Mojtaba di essere la mente dietro la repressione. Il candidato riformista Mehdi Karroubi arrivò a scrivere una lettera pubblica alla Guida Suprema denunciando l’esistenza di «una rete» che avrebbe manipolato il voto. Molti analisti definirono Mojtaba «l’eminenza grigia del regime», l’uomo che muoveva i fili senza comparire

Un altro capitolo controverso riguarda il patrimonio economico. Negli ultimi anni alcune inchieste giornalistiche hanno collegato Mojtaba a una rete finanziaria internazionale con proprietà immobiliari e investimenti all’estero, tra cui residenze di lusso a Londra e attività commerciali legate al settore alberghiero. Secondo alcune ricostruzioni, questi asset sarebbero gestiti attraverso intermediari e società registrate in più paesi. Teheran ha sempre respinto queste accuse definendole propaganda.

Il paradosso della successione

Il paradosso è che lo stesso Ali Khamenei, negli anni, avrebbe espresso dubbi sulla possibilità che il figlio gli succedesse. Secondo alcune ricostruzioni interne al regime, la Guida Suprema temeva che una successione familiare potesse sembrare una trasformazione della Repubblica islamica in una monarchia religiosa. Eppure, nonostante queste riserve, il nome di Mojtaba è tornato ciclicamente come il più probabile successore, fino a essere poi confermato.

L’uomo più misterioso dell’Iran

Oggi Mojtaba Khamenei ha 56 anni. È un religioso di medio rango, insegna teologia nel seminario di Qom e appare raramente in pubblico. Non rilascia interviste. Non tiene discorsi televisivi. Non partecipa quasi mai a eventi internazionali. Eppure – nel mezzo di una crisi globale – è ora uno degli uomini più potenti del pianeta. Un leader cresciuto nell’ombra, figlio di una rivoluzione, erede di un sistema politico che non ha mai previsto davvero un erede. E proprio per questo, forse, la sua storia è appena cominciata.