Business is business: dietro il disgelo tra Israele e Turchia c’è la realpolitik. Amici ma non troppo di fronte al comune nemico

Mondo

di Aldo Baquis

Dopo sei anni dalla crisi della Mavi Marmara i rapporti sono in via di normalizzazione. La diplomazia ha ricucito lo strappo in nome dei numerosi interessi in comune, dal gas al porto di Gaza alla cooperazione anti-terrorismo. Ma non è ancora un happy end

Piazza Taskim dopo il tentato golpe

 

Dopo un gelo durato sei anni, torna il sereno fra Israele e Turchia: due Paesi fondamentali per la stabilità nel Medio Oriente, almeno agli occhi dell’Occidente. Ideologicamente vicino ai Fratelli Musulmani, Recep Tayyep Erdogan resta “politicamente” molto lontano dal premier israeliano Benyamin Netanyahu anche se negli ultimi mesi si è mostrato più malleabile e ha finalmente accettato la riconciliazione con Israele, che ad agosto è stata ratificata dal suo parlamento. Fino ad arrivare all’incontro di New York, ai margini della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il primo in assoluto dopo sei anni.
I tre punti dell’accordo
In seguito alla uccisione di nove cittadini turchi a bordo della Mavì Marmara – la nave passeggeri che nel maggio 2010 fu fermata in alto mare dalla marina israeliana, mentre cercava di forzare il blocco navale a Gaza – Erdogan aveva ridotto al minimo il livello delle relazioni diplomatiche con Israele. Aveva poi condizionato la normalizzazione su tre punti: scuse israeliane per l’uccisione dei civili turchi; indennizzi adeguati alle loro famiglie; rimozione da parte di Israele del blocco di Gaza (mantenuto peraltro per contenere la minaccia militare di Hamas su Israele).
Già nel 2013 – su pressione del presidente Obama, in visita in Israele – Netanyahu accettò di telefonare a Erdogan per esprimere rammarico per le vittime turche sulla Marmara e per possibili difetti nel blitz militare israeliano (che comunque restava anche allora perfettamente giustificato, ai suoi occhi). Nel 2014 un altro passo avanti è stato compiuto quando due fra i migliori diplomatici di Israele e Turchia – dopo una serie di incontri discreti in diversi salotti europei – concordarono la istituzione di un fondo di 20 milioni di dollari a beneficio delle famiglie degli uccisi. Ma per Erdogan restava sul tavolo la questione di Gaza, resa ancora più spinosa dal conflitto del 2014 in cui Israele replicò massicciamente ai continui attacci missilistici di Hamas.
Nel 2016, una serie di brucianti insuccessi diplomatici di Ankara hanno infine costretto Erdogan a cercare di normalizzare i rapporti con Israele, che nel frattempo aveva stretto la cooperazione strategica ed economica con altri Paesi del Mediterraneo fra cui Grecia, Cipro e Bulgaria. Ancora una volta è stato necessario rivolgersi alla creatività dei diplomatici per avvicinare le posizioni di due leader molto coriacei, come appunto Erdogan e Netanyahu. Pur mantenendo sulla carta il blocco di Gaza, Israele ha accettato di diluirlo molto, consentendo alla Turchia di realizzare nella Striscia importanti progetti di sostegno alle strutture (fra cui quelle sanitarie e quelle igieniche) e rilanciando il progetto per la desalinizzazione dell’acqua marina. Da parte sua, Israele progetta di partecipare alla costruzione di un’isola artificiale (controllata internazionalmente) che funga da porto per Gaza. Quanto agli aiuti correnti alla popolazione palestinese, Erdogan accetta adesso che transitino dal porto israeliano di Ashdod.

Ancora due questioni spinose
Concordati gli scambi degli ambasciatori e la ripresa di piene relazioni diplomatiche, restavano ancora due spine. La prima: quella delle attività del braccio armato di Hamas che dalla Turchia progettava attentati terroristici in Israele e nei Territori. In futuro Hamas potrà mantenere una presenza politica, ma non operativa. La seconda: la minaccia che tribunali turchi tentino di processare responsabili militari israeliani per il blitz sulla Marmara. Anche qui, a quanto pare, c’è un impegno turco che ogni iter già iniziato venga congelato e che non ce ne siano altri in futuro.
Il nuovo clima si è subito avvertito quando all’inizio dell’estate Israele ha appreso che avrebbe potuto aprire un proprio ufficio nei vertici della Nato, perché la Turchia aveva finalmente rimosso un veto in merito. Ancora non si è dunque tornati ad anni passati – quando su iniziativa della Nato le aviazioni e le marine di Israele e Turchia si addestravano insieme nel Mediterraneo –, ma è pur sempre un passo avanti: tanto più necessario nel momento in cui una coalizione eterogenea cerca di unire le forze contro lo Stato islamico in Siria. E nei mesi scorsi, quando città turche sono state teatro di sanguinosi attentati terroristici, la stampa israeliana ha scritto che i due Paesi stanno adesso riprendendo la cooperazione nella lotta al terrorismo.

L’ombra del golpe
Dopo anni di letargo, nei giornali israeliani tornano adesso a comparire gli annunci pubblicitari che magnificano le vacanze a poco prezzo nelle località turistiche dell’Antalia. L’estate è stata turbata dal fallito golpe in Turchia, che in pochi giorni ha cancellato tutte le prenotazioni che già si erano accumulate. Ma la sensazione è che presto o tardi il turismo economico degli israeliani torni a scegliere le mete turche.
Malgrado il gelo diplomatico, gli scambi commerciali fra Israele e Turchia non ne hanno mai risentito. In particolare, intenso è il traffico al porto di Haifa dove merci turche dirette in diversi Paesi del Medio Oriente vengono subito inoltrate al vicino confine con la Giordania. Questo itinerario sostituisce quello, ormai impraticabile, che in passato passava per la Siria. Nella stessa zona è in fase di avanzata realizzazione la nuova linea ferroviaria Haifa-Afula-Beit Shean. Nei progetti anch’essa dovrebbe raggiungere il confine con la Giordania.
Il riavvicinamento fra Israele e Turchia – che evidentemente piace non poco alla Nato – ha invece inquietato i Paesi della zona. Netanyahu ha prontamente rassicurato Grecia, Cipro, Bulgaria ed Egitto che non verrà a loro detrimento. Sul tavolo c’è, fra l’altro, lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale nel tratto di mare compreso fra Israele e Cipro, che interessa non poco anche alla Turchia.
Ancora è presto per parlare di un “happy end” fra Erdogan e Netanyahu, due leader a volte umorali e imprevedibili. Durante le ore convulse del colpo di Stato in Turchia, Israele è stato in apprensione e poi ha espresso una sorta di sollievo nell’apprendere che il putsch era fallito. L’accordo con Erdogan non era stato ancora ratificato allora dalla Turchia e c’era il timore che venisse invalidato. A fine settembre, un nuovo lancio di razzi da Gaza ha indotto Israele a reagire col bombardamento di decine di obiettivi di Hamas nella Striscia. Ankara ha subito lanciato una dura condanna a cui il Ministero degli esteri israeliano ha replicato con stizza. Pochi giorni dopo, nell’asserito intento di difendere i propri cittadini da attacchi di guerriglieri, mezzi blindati turchi sono entrati in territorio siriano creandovi una sorta di Fascia di sicurezza. I diplomatici israeliani non hanno nascosto mezzi sorrisi: proprio quelli che hanno sempre condannato questo genere di operazioni, quando sono condotte da Israele, adesso si vedono costretti ad emularle. Volenti o nolenti, Erdogan e Netanyahu si trovano ormai di fatto dalla medesima parte della barricata

 

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