Respinto perché israeliano: il cuoco che non è stato ammesso al corso di un’accademia italiana

Italia

di Nina Deutsch
Yonatan, 23 anni, cuoco israeliano, voleva studiare come fare la pizza romana in una nota accademia italiana. Dopo essersi presentato, è stato rifiutato non per motivi professionali ma per la sua nazionalità e per il servizio militare svolto: «Sosteniamo la Palestina, dovresti vergognarti». Il giovane ha sporto denuncia contro l’accademia.

 

Voleva venire in Italia per imparare, studiare, perfezionarsi. Non per discutere di geopolitica, non per sventolare bandiere, ma per mettere le mani in pasta e capire fino in fondo i segreti della pizza romana. Il suo sogno, però, si è infranto davanti allo schermo di uno smartphone, in una chat WhatsApp che in poche righe ha trasformato un corso professionale in un processo politico sommario. Quella che segue è una storia assurda e discriminatoria, figlia di un clima che fa paura. Una storia difficile da raccontare senza indignazione, sgomento e inquietudine.

Protagonista della vicenda è Yonatan, 23 anni, cuoco israeliano, da anni impegnato nella ristorazione e specializzato nella pizza napoletana. Da tempo coltivava l’idea di frequentare un corso intensivo in Italia, alla Pizza Italian Academy, una delle scuole più conosciute del settore, capace di rilasciare un diploma internazionale riconosciuto nel mondo. Otto settimane di studio, un investimento importante, un progetto di vita: portare lo stile romano in Israele e farne una proposta professionale.

Yonatan scrive, si presenta, racconta il suo percorso. Poi, quasi subito, arriva la risposta che lo lascia a bocca aperta. Non una richiesta di curriculum, non un chiarimento sui requisiti. Solo una chiusura netta, ideologica: l’accademia non accetta studenti provenienti da Israele perché «i nostri valori sono allineati al sostegno della Palestina».

Da quel momento la conversazione degenera rapidamente anche se il ragazzo fa il possibile per mantenere un tono misurato e cortese. Quando prova a far notare l’assurdità di essere escluso per la sola nazionalità, la replica è brutale: «Dovresti vergognarti, come tutta la tua gente». E ancora: «I soldati dell’IDF stanno uccidendo bambini». Una sentenza collettiva, senza appello, che non distingue individui, storie personali, responsabilità.

Yonatan – che per il momento ha chiesto di non pubblicare il suo nome completo – non nasconde ai suoi interlocutori di aver prestato servizio militare in un’unità d’élite, come accade a moltissimi giovani israeliani. Ma non è questo, sottolinea, il punto. «Io volevo studiare pizza, non parlare di guerra», racconta a Ynet, il sito israeliano che ha portato alla luce la vicenda. «Nel momento in cui ha saputo che ero israeliano, il mio interlocutore ha visto nero. Non ha voluto sapere nient’altro di me».

Le risposte della scuola diventano via via più violente: «Hai occupato illegalmente terre palestinesi per 80 anni», «sei parte di un genocidio», «discrimino tutti gli assassini dell’IDF». Frasi che Yonatan conserva, una per una, consapevole della loro gravità. «Due miei migliori amici sono stati uccisi il 7 ottobre», spiega. «Leggere che i soldati dell’IDF sono definiti assassini mi ha sconvolto».

Il giovane cuoco decide di reagire per vie formali. Nella chat richiama apertamente le leggi italiane ed europee contro la discriminazione basata sulla nazionalità e annuncia di aver preparato un reclamo ufficiale. «Siate brave persone, questo viene prima della politica», scrive. Ma dall’altra parte non c’è alcun passo indietro, anzi: «Puoi mostrare questi messaggi a chi vuoi, ne sono orgoglioso».

Yonatan si rivolge all’ambasciata israeliana in Italia e a un’organizzazione italiana che si occupa di contrastare le discriminazioni. Non nasconde l’amarezza, ma neppure la determinazione: «Il mio sogno di studiare lì è stato distrutto, ma verrò comunque a Roma. Studierò da un’altra parte».

Di fronte alla bufera mediatica, la Pizza Italian Academy diffonde una nota ufficiale. Rivendica il proprio diritto, come istituzione privata, di basare le attività su «valori etici e umanitari». Sostiene di non discriminare e di distinguere tra identità ebraica e politiche dello Stato di Israele, ma conferma la scelta di non collaborare con membri attivi delle Forze di Difesa Israeliane, per non «normalizzare» azioni militari ritenute responsabili di sofferenze civili.

Una posizione che, però, solleva interrogativi pesanti: può una scuola di formazione professionale trasformare l’accesso allo studio in un test politico? Può la cittadinanza – o il servizio militare obbligatorio – diventare una colpa sufficiente a chiudere le porte dell’istruzione? E soprattutto: quando il confine tra presa di posizione e discriminazione viene superato?

In questa storia non c’è solo un giovane cuoco respinto. C’è l’idea inquietante che l’identità nazionale basti per essere marchiati, esclusi, insultati. Anche quando si parla di pizza, di cultura, di mestiere. Anche quando, teoricamente, la politica dovrebbe restare fuori dalla cucina.