Rav Giuseppe Laras

Per-Correre la Shoah sui passi di Giuseppe Laras bambino: il 3 ottobre a Torino un progetto con i ragazzi delle scuole

AGGIORNAMENTO: La Marcia Laras è stata rimandata a data da destinarsi a causa dell’altolà dagli uffici tecnici del Comune di Torino, esso stesso patrocinatore dell’evento. Tali uffici non hanno concesso le autorizzazioni per l’avvio della manifestazione per esigenze di sicurezza non prospettate durante la fase di co-progettazione dell’evento. La Rete delle scuole piemontesi per la didattica della Shoah sta presentando richiesta al Comune di Torino dell’indicazione di una nuova data per la marcia nel mese di novembre, entro la quale tutte le pratiche necessarie vengano chiaramente enumerate e poi correttamente espletate.

Intanto però lunedì 3 ottobre  la giornata vedrà un incontro di parte degli studenti iscritti alla Marcia nell’aula magna del Liceo Berti (scuola capofila della Rete), in cui sarà presentata la messa in scena di alcuni bambini della primaria della storia del bambino Giuseppe, destinata originariamente alla piazza, con alcuni contributi musicali delle studentesse e degli studenti dello stesso Berti e l’intervento di Vittorio Robiati Bendaud.

Il programma del pomeriggio rimane invariato.

 

 

di Ilaria Ester Ramazzotti
Comprendere la Shoah attraverso le storie delle persone perseguitate con le diverse vicissitudini di persecuzione, deportazione o salvamento, attraversando i luoghi in cui abitavano e in cui vissero nei tragici frangenti della loro esistenza. È l’approccio con cui la Rete delle scuole piemontesi per la didattica della Shoah ha proposto e organizzato a Torino per il prossimo 3 ottobre l’iniziativa Per-Correre la Shoah, Marcia Laras. Quaranta classi di bambini e ragazzi delle scuole primarie e secondarie ripercorreranno il tragitto fatto per salvarsi, correndo terrorizzato, da un bambino di nove anni il 2 ottobre del 1944, ritrovatosi solo negli anni delle persecuzioni razziali antiebraiche: Giuseppe Laras. Usando come lente la sua storia di bimbo salvatosi dalla cattura con una corsa dal suo quartiere, San Salvario, a una casa accogliente in borgo San Donato, i bambini e i ragazzi delle scuole torinesi partecipanti approfondiranno la conoscenza degli anni della Shoah attraverso la storia di Rav Giuseppe Laras z’’l.

“Chi come noi è sensibile ai temi della memoria e sa come l’insegnamento della Shoah sia uno strumento potente nell’educazione alla cittadinanza – scrivono gli organizzatori della Rete – è consapevole anche del fatto che il tramonto del tempo dei testimoni richieda la messa a punto di nuove modalità di proposta alle giovani generazioni della storia e delle storie della persecuzione, della deportazione e dello sterminio. Noi, come Rete delle scuole piemontesi per la didattica della Shoah, proponiamo una possibile via: scoprire concretamente la città e le strade in cui tutte e tutti noi, insegnanti e discenti, viviamo, come luogo di testimonianza”.

“A modellare questa proposta ci ha aiutati una storia personale, una storia che una volta conosciuta non potrà lasciarvi indifferenti: è la storia di Rav Giuseppe Laras (Torino 1935 – Milano 2017) – proseguono gli organizzatori -, una personalità che ha vissuto a Torino un momento cruciale della sua esistenza e che una volta adulto è diventato una figura di riferimento dell’ebraismo italiano e l’iniziatore di una delle più profonde esperienze di dialogo con il mondo cristiano nell’incontro a Milano da rabbino capo con l’allora vescovo Carlo Maria Martini. Una personalità che Torino e il Piemonte devono onorare, facendo conoscere la sua vicenda di vita, esemplare tanto per comprendere la Shoah quanto per la grandezza umana cui è pervenuto dopo e nonostante la sua drammatica esperienza”.

“Se nel tempo si è lontani da quei fatti, bisogna trovare una vicinanza nello spazio”

Per conoscere la genesi dell’iniziativa, Mosaico ha parlato con il professor Luca Bonomo, fra gli organizzatori e ideatore dell’iniziativa. “Si tratta di una questione di vicinanza umana alle vicende – ha spiegato l’insegnante -; nella didattica della Shoah ci confrontiamo ormai con la generazione pari per età ai bisnipoti di chi visse in quel periodo. Nell’ambito delle iniziative per il Giorno della Memoria, qualche anno fa ero andato a parlare nel liceo torinese Berti e a proposito della vicinanza o estraneità generazionale ho provato allora a fare un’ipotesi: se per la generazione più giovane c’è sempre meno vicinanza nel tempo, poteva esserci una vicinanza nello spazio con chi visse nella Shoah. Così, con i ragazzi, siamo andati a ricercare tutte le testimonianze storiche presenti lì vicino, intorno alla scuola, a partire dalle pietre d’inciampo posate dal Comune di Torino. Da alcune banche dati, abbiamo poi identificato le quattro storie più vicine al liceo, vicino a piazza Castello, svoltesi nel giro di pochi isolati. In una delle nostre giornate di studio era inoltre intervenuta la storica Liliana Picciotto, cosicché nel suo volume Il Libro della Memoria, fra le storie di salvataggio riportate, avevo poi approfondito quella del bambino Giuseppe Laras. Una testimonianza che poi ho riportato e che ha colpito e coinvolto molto i ragazzi del liceo”.

Ma come coinvolgere al meglio anche i bambini della scuola primaria e i più giovani? “È nata l’idea di coinvolgerli nella vicenda del bambino Giuseppe Laras accompagnandoli lungo la strada da lui materialmente percorsa dopo la separazione dalla madre e dalla nonna catturate – sottolinea l’insegnante -, proprio nei luoghi che oggi sono quelli della nostra quotidianità, che attraversano la nostra città per quattro chilometri”. Così, la Marcia Laras ripercorrerà la strada e la storia di un bambino in grado di parlare ad altri bambini superando il tempo che li separa attraverso la condivisione dello spazio fisico. “La grande storia è fatta anche di tante storie individuali e famigliari, che permettono a chi le studia di confrontarsi e di mettersi nei panni dell’altro, chiedendosi che cosa si avrebbe fatto al posto loro – evidenzia Bonomo -. Non solo, una singola storia può suscitare riflessioni e sviluppare ragionamenti in classe. L’anno scorso è stata così approvata la proposta della Marcia Laras, a cui parteciperanno più di quaranta classi, più di mille ragazzi. Non ci aspettavamo una simile partecipazione – svela il docente -, ma la proposta, seppur cada all’inizio dell’anno scolastico, ha raggiunto e coinvolto davvero molte persone”.

“C’è un aspetto cruciale nella storia del bambino Giuseppe Laras, rilevato da Liliana Picciotto – conclude Luca Bonomo -: fu messa in atto una vera e propria strategia di salvataggio che esclude che le persone coinvolte fossero passive e in balia del loro destino. Quel bambino in fuga non correva a caso per la città, ma sapeva dove andare e trovò un posto di ricovero grazie a una strategia famigliare che andava dall’ottenimento di documenti falsi ad altre azioni messe in campo per sopravvivere. In questo senso, viene a decadere lo stereotipo delle passività delle vittime della Shoah”.

Il programma della giornata Per-Correre la Shoah

La Marcia Laras

La mattina del 3 ottobre oltre mille fra studenti e insegnanti del territorio piemontese, dalla primaria alla secondaria di II grado, affronteranno quella stessa distanza percorsa il 2 ottobre 1944 da Giuseppe Laras, per avere un riscontro sulla propria pelle del peso che quel bambino dovette sopportare. La partenza della marcia è prevista attorno alle 09:30 dai luoghi di raccolta in San Salvario per convergere attraverso diversi itinerari alle 11:30 in piazza Barcellona, dove ci sarà un momento di accoglienza e di riflessione.

L’iniziativa gode del patrocinio del Comune di Torino (assessorati alle Politiche culturali e alle Politiche educative e giovanili), dell’Ufficio scolastico regionale, del Museo diffuso della Resistenza, oltre al sostegno dell’Istoreto e della Comunità ebraica di Torino, che ospiterà la partenza della marcia delle bambine e i bambini della primaria in piazzetta Primo Levi.

Il pomeriggio di studio

 

Nel pomeriggio, dalle 14:45 alle 18:00 al Polo del Novecento in via del Carmine 14, la vicenda del futuro Rabbino Laras sarà analizzata dallo storico Bruno Maida e attraverso i riscontri della data art dal gallerista Davide Fuschi e la grafica Michela Lazzaroni; si allargherà il campo al tema del ritorno alla vita con la testimonianza di Rav Luciano Caro, suo compagno di studi nel dopoguerra, e al ruolo di Rav Laras, specialmente come Rabbino Capo a Milano fra 1980 e 2005, nell’apertura del dialogo ebraico-cristiano, nell’intervento di Vittorio Robiati Bendaud. Modererà il professor Luca Bonomo.

Riportiamo di seguito il programma degli interventi:

Prima sessione, “Leggere la persecuzione”

Prof. Bruno Maida, Fuggire, nascondersi. La salvezza dell’infanzia ebraica durante la Shoah.

Dott. Davide Fuschi, Curatore della Galleria di arte design “Wild Mazzini” e Dott.ssa Michela Lazzaroni, visual designer Data Visualisation, Dalla memoria individuale al fatto sociale: la data art di “Una notte lunga sedici mesi”

 Seconda sessione, “Costruire il futuro dopo la Shoah”

Rav Luciano Caro, Il ritorno alla vita dei figli della Shoah

Prof. Vittorio Robiati Bendaud, Costruire il futuro con il dialogo: Rav Giuseppe Laras e il Cardinal Carlo Maria Martini a Milano

La storia di Rav Giuseppe Laras

È il 2 ottobre 1944, Giuseppe è nascosto da due mesi con la madre e la nonna nell’appartamento prestato da una vicina nello stabile della nonna in via Madama Cristina a Torino. A mezzogiorno si presentano alla porta due SS italiane per arrestare nonna e madre, tradite dalla delazione della portinaia dello stabile.

Gli sgherri decidono di trattenersi nella casa fino al coprifuoco per paura di essere aggrediti da qualche squadra di gappisti, così le donne, approfittando di quelle ore, li corrompono con una grossa cifra, tenuta in serbo proprio per casi come questo, perché sia lasciato andare almeno il bambino. L’accordo prevede che tutti escano di casa insieme, ma che, all’angolo fra corso Vittorio Emanuele II e via Accademia Albertina, Giuseppe corra via fino a una casa sicura in un altro quartiere della città.

Giunti su quel marciapiede il milite non accenna ad allentare la presa: il bambino perciò con uno strattone si libera fuggendo (si lascia alle spalle madre e nonna che non rivedrà) e corre da solo per quattro chilometri per strade deserte a causa del coprifuoco.

Le persone che lo accolgono in casa, lo portano in salvo a Casalborgone (TO) nella cascina dove è riparata l’altra parte della famiglia (il padre è partigiano e a fine guerra rinuncerà a ogni ritorsione contro la delatrice), Giuseppe però per alcuni mesi rimane privo della parola, che riacquista grazie al contatto con una capretta della cascina, Bianchina.

Dopo la guerra, la famiglia ricomincia a vivere con fatica. Giuseppe, conseguita la maturità classica, si iscrive al collegio rabbinico di Torino e alla facoltà di Legge a Milano: nel 1959 è nominato Rabbino della comunità ebraica di Ancona; successivamente si laurea anche in filosofia, si sposa e da Ancona si sposta presso la Comunità di Livorno. Nel 1980 la nomina a Rabbino Capo di Milano, dove rimane in carica per un quarto di secolo: la caratura umana e la profondità di studioso ne fanno una voce autorevole all’interno del rabbinato internazionale; il suo incoraggiamento è determinante per Liliana Segre nelle vicende che portano alla riscoperta del Binario 21 e al Memoriale della Shoah.

Negli stessi anni è vescovo della diocesi ambrosiana Carlo Maria Martini e fra i due nascono un’amicizia e una importante collaborazione che segna l’avvio del dialogo ebraico cristiano.

Rav Giuseppe Laras scompare nel 2017, all’età di 82 anni e il suo pensiero sulla memoria e su ciò che è accaduto nella Seconda guerra mondiale resterà uno dei suoi grandi lasciti: «Ricordare vuol dire attualizzare il passato e lo si può fare con diversi intenti. Si può cercare di attualizzare il passato per odiare, ma si può anche attualizzare il passato per costruire. E io credo che sia questo il senso della memoria: sarebbe ben poca cosa, non sarebbe gratificante non ci lascerebbe niente. Ci distruggerebbe ulteriormente. Quindi il discorso del mantenimento della memoria è un discorso molto difficile. Bisogna ricordare per fare in modo che quelle condizioni che esistevano settant’anni fa non si ripresentino e quindi non accadano più quelle cose brutte che sono accadute. È un impegno, una memoria dinamica, non statica, che si muove e va verso il futuro».