Liliana Segre con il sindaco Giuseppe Sala e l'artista Gunther Demnig il 19 gennaio 2017 alla posa della pietra di inciampo per il padre Alberto Segre

Milano, il 19 e il 20 gennaio la posa di 26 nuove pietre di inciampo. Liliana Segre al Corsera: “Temo l’indifferenza”

Fra il 19 e il 20 di gennaio a Milano verranno poste 26 nuove pietre di inciampo in ricordo di ebrei e antifascisti uccidi durante la guerra. Il progetto delle pietre d’inciampo (Stolpersteine) ha preso il via nel 1993 per iniziativa dell’artista tedesco Gunther Demnig e finora in vari Paesi d’Europa ne sono state posate oltre 54mila con l’obiettivo di contribuire a riflettere su quanto è successo nel passato affinché non si ripeta nel futuro. Insomma, come le ha definite uno scolaro tedesco: “Le pietre d’inciampo non sono pericolose, perché si inciampa con la testa e con il cuore”. E sono anche un omaggio a chi è rimasto vittima delle persecuzioni: per leggerle, infatti, bisogna inchinarsi.

L’iniziativa è stata fortemente voluta dal Comitato milanese per le “Pietre di Inciampo” presieduto da Liliana Segre, che ha il patrocinio del Comune di Milano ed è promosso da diverse associazioni ed enti: dall’ANPI all’ANED, senza dimenticare la fondamentale partecipazione della Comunità Ebraica di Milano. La metà delle pietre posate infatti, saranno dedicate alla deportazione ebraica.

Dopo la posa delle prime nel capoluogo lombardo, nel gennaio del 2017, Milano onora la memoria di altre persone, portando avanti l’impegno di tramandare la memoria della Shoah e della Resistenza. Fra quelle posate, anche una per Alberto Segre, padre di Liliana Segre, morto ad Auschwitz dove fu deportato con la figlia tredicenne. (Nella foto Liliana Segre con il sindaco Giuseppe Sala e l’artista Gunther Demnig il 19 gennaio 2017 alla posa della pietra di inciampo per il padre Alberto Segre).

Liliana Segre sul Corriere: “Ho paura dell’indifferenza”

E proprio Liliana Segre sul Corriere della Sera del 6 gennaio si dice molto pessimista e timorosa sull’utilità di queste pietre. “Qual è il suo timore?”, le chiede la giornalista Paola D’Amico. «Che siano travolte dall’indifferenza e dall’ignoranza, perché nella vita si sta sempre sul carro dei vincitori, non dei perdenti, degli ultimi -, risponde -. Bisogna avere il coraggio delle proprie idee, se no si naufraga nell’indifferenza. È trent’anni che parlo di indifferenza, ricordando l’immane tragedia della Shoah. Una parola che troneggia a lettere cubitali anche all’ingresso del Memoriale della Shoah al Binario 21 della Stazione Centrale. E da trent’anni le mie sono soltanto parole di pace. Da quando ho conosciuto l’odio, ed ero poco più che una bambina. Da quando ho conosciuto la solitudine, lo “stupore per il male altrui” come scrisse Primo Levi. Sono sopravvissuta per miracolo e, dopo anni e anni di silenzio, di un tempo infinito per curare le mie ferite (che non si sono mai chiuse, del resto), ho cominciato da donna quasi vecchia a diventare testimone della Shoah. Ho sempre scelto, incontrando gli studenti e le persone che vengono ad ascoltarmi, di non parlare mai di odio e di vendetta, perché sono uscita viva dal lager senza essermi mai vendicata, scegliendo di essere una donna libera».

E alla domanda se è pessimista, risponde: «Sono molto pessimista. Quando leggo di quei barconi che si rovesciano nel Mediterraneo e muoiono centinaia di persone di cui non si saprà mai il nome, penso sempre che il mare della dimenticanza coprirà anche quei 6 milioni di morti per la colpa di essere nati. Man mano che noi testimoni ce ne andiamo, perché siamo vecchi, si fa strada sempre più quel negazionismo che fa comodo a tutti. C’è sempre qualche voce che nel giorno della Memoria dice “e basta con questi ebrei”».