di Nathan Greppi
Nel corso del ‘900, la principale azienda petrolchimica italiana ha quasi sempre respinto ogni proposta di collaborazione con Israele per mantenere buoni rapporti con i paesi arabi. Ad oggi, non molto è cambiato. Una storia complessa che abbiamo ricostruito consultando la documentazione dell’Archivio Storico dell’Eni
«Non abbiamo mai preso in considerazione la ricerca di petrolio in Israele, e le relazioni con quel paese non sono un affare che deve riguardare i giornalisti» (Enrico Mattei, 1962).
In un supplemento dell’estate 1990 di Ecos, rivista pubblicata dall’Eni fino al 2002, a ridosso dell’inizio della prima guerra del Golfo veniva fatto il punto della situazione sulle principali attività in Medio Oriente della multinazionale italiana dell’energia. Guardando una mappa della regione, non si poteva fare a meno di notare che gli unici paesi in cui l’Eni non era presente in quel momento erano Israele, Libano e Turchia.
Ciò non dovrebbe stupire: nel corso del ‘900, la principale azienda petrolchimica italiana ha quasi sempre respinto ogni proposta di collaborazione con Israele per mantenere buoni rapporti con i paesi arabi, salvo mostrare delle crescenti aperture in anni più recenti, che sono state tuttavia compromesse dalla situazione post-7 ottobre. Una storia complessa, come abbiamo potuto constatare consultando la documentazione dell’Archivio Storico dell’Eni.
Il periodo Mattei

A suo tempo, Enrico Mattei fu sempre molto vicino alle istanze degli arabi, tanto che durante la guerra d’indipendenza algerina appoggiò gli indipendentisti dell’FLN. Questa sua posizione si tradusse anche in una certa freddezza nei confronti d’Israele, nonostante tra i suoi più stretti collaboratori vi fossero anche ebrei come il giornalista Mario Pirani.
Il 20 settembre 1961, Mattei inviò una lettera al segretario della Lega Araba per rassicurarlo sul fatto che l’Eni non aveva mai fornito petrolio a Israele, smentendo delle tesi diffuse al riguardo dal bollettino dell’Ufficio Informazione Tedesco del Petrolio.
Mattei ribadì le sue posizioni durante un incontro con giornalisti stranieri del 14 febbraio 1962 presso il Foreign Press Club di Roma. Secondo una trascrizione dell’incontro ritrovata dal ricercatore Gaetano Di Tommaso e conservata negli Stati Uniti dal NARA (National Archives and Record Administration), un corrispondente della radio israeliana gli chiese se, qualora in Israele fossero stati trovati giacimenti petroliferi, sarebbe cambiato il suo atteggiamento nei confronti degli Stati arabi. Mattei rispose che non avevano mai preso in considerazione la ricerca di petrolio in Israele, e che le relazioni con il paese non erano un affare che li riguardava.
A dispetto di ciò, già allora non mancarono le proposte da parte d’Israele per una cooperazione con l’azienda energetica italiana. Il 5 novembre 1960, Mattei ricevette un promemoria del diplomatico Renato Bova Scoppa, il quale gli disse che due rappresentanti del governo israeliano, incluso il direttore generale degli affari economici del Ministero degli Esteri, erano interessati ad una eventuale collaborazione con l’Eni. Spiegavano che, sapendo degli stretti rapporti dell’Eni con i paesi arabi, erano disposti a collaborare anche di nascosto, magari creando una società fittizia che facesse da tramite per salvare le apparenze.
Purtroppo, nel complesso quel periodo fu caratterizzato perlopiù da situazioni cariche di tensione: quando, dal 1956 al 1957, Israele occupò per un breve periodo il Sinai dopo la Crisi di Suez, ciò fu fonte di attriti con l’Eni, alla quale il governo israeliano dovette pagare dei risarcimenti per i danni subiti dagli impianti petroliferi dell’azienda italiana presenti in zona durante la guerra con l’Egitto.
Parallelamente, l’azienda ha comunque monitorato la situazione dell’industria energetica e petrolchimica israeliana. Nel febbraio 1960, l’allora rivista mensile dell’Eni Il Gatto Selvatico riportò la notizia della scoperta di un giacimento di gas naturale vicino al Lago di Tiberiade.
Gli anni successivi
Anche dopo la misteriosa morte di Mattei nel disastro aereo del 1962, per almeno due decenni i rapporti tra l’Eni e Israele non registrarono cambiamenti significativi. Nel 1969, i dirigenti dell’azienda scrissero all’Ufficio Boicottaggio contro Israele in Libano per rassicurare i libanesi sul fatto che la loro nave petroliera “Cortemaggiore” non era mai passata per acque territoriali israeliane né aveva mai trasportato greggio proveniente dallo Stato Ebraico.
Al tempo stesso, hanno continuato a respingere le richieste di collaborare con Israele: nel marzo 1963, l’Ambasciata italiana a Tel Aviv inviò all’Eni un messaggio in cui venivano illustrate le prospettive dell’industria petrolchimica israeliana. Tuttavia, la risposta fu che l’Eni non era interessata.
Questa situazione ha coinvolto anche altri settori oltre a quello energetico: nel marzo 1965, il Ministero delle Partecipazioni Statali italiano (abolito nel 1994) chiese un parere all’Eni in merito ad un progetto dell’Alfa Romeo di costruire uno stabilimento di montaggio di automobili in Israele, temendo che ciò avrebbe portato ad un boicottaggio dell’azienda automobilistica da parte dei paesi arabi. Il dirigente Raffaele Girotti rispose che, secondo lui, l’apertura di uno stabilimento in Israele avrebbe avuto ripercussioni negative non solo sull’Alfa Romeo, ma anche su altre aziende italiane.
Alle posizioni ostili dettate da interessi economici, gradualmente si affiancarono anche posizioni politiche filopalestinesi. Nell’ottobre 1973, a ridosso della Guerra del Kippur, la rivista aziendale Ecos polemizzò sul fatto che un “Phantom costa circa due miliardi, e due milioni di profughi palestinesi ‘vivono’ con un sussidio giornaliero di 60 lire a testa”. Aggiunse che nel “rispetto del diritto all’esistenza di tutti gli Stati del Vicino Oriente, una pace duratura potrà essere ristabilita nella zona attuando la risoluzione dell’ONU del ’67 e avviando a giusta soluzione il problema dei profughi”.
La speranza degli Accordi di Oslo
Le relazioni hanno iniziato a cambiare nei primi anni ’90, sull’onda della speranza che accompagnava il processo di pace e gli Accordi di Oslo. Tra il 1993 e il 1995, su Ecos uscirono diversi articoli che esprimevano un certo ottimismo in merito alla pace tra israeliani e palestinesi. Tra l’altro, già nel numero bimestrale di ottobre-novembre 1993 si metteva in guardia sulla minaccia rappresentata dal crescente peso politico di Hamas a discapito dell’OLP.
Sempre su Ecos, all’inizio del 1994 venne reso noto che l’Eni era interessata alle opportunità economiche sorte dopo la stretta di mano tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat. Tra queste, spiccava in particolare il progetto di un gasdotto che dal Delta del Nilo passasse per Gaza, Haifa e nella migliore delle ipotesi arrivasse fino in Libano.
Nel 1995 la stessa rivista riportò che, in quel periodo, la Fondazione Eni Enrico Mattei aveva patrocinato due incontri a Roma tra intellettuali israeliani e palestinesi, organizzati dal Gruppo Martin Buber, sul ruolo della cultura e dell’economia per arrivare alla pace. Tra i partecipanti, spiccava ad esempio lo scrittore israeliano Yoram Kaniuk.
Il nuovo millennio
Nonostante il fallimento di Oslo, la riconciliazione tra l’Eni e Israele è continuata anche per un altro motivo: rispetto agli anni ’50 e ’60, i rapporti dello Stato Ebraico con i paesi arabi sono mutati profondamente. Inoltre, da diversi anni Israele è diventato un esportatore di gas naturale, soprattutto verso paesi arabi con cui ha relazioni diplomatiche come l’Egitto.
Nell’ottobre 2015, l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi ha incontrato a Gerusalemme il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l’allora Ministro delle Infrastrutture israeliano Yuval Steinitz. “Durante l’incontro”, si legge in un comunicato stampa dell’azienda, “l’AD di Eni ha illustrato le importanti sinergie di un potenziale sviluppo congiunto del gas naturale nel Mediterraneo orientale”.
Questa cooperazione ha coinvolto anche singole società affiliate al gruppo Eni. Come riportato nell’ottobre 2020 dal sito Formiche.net, in occasione di una visita in Israele dell’allora Ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio, la Snam ha firmato degli accordi con tre aziende israeliane (Delek Drilling, Dan, H2Pro). Tuttavia, un portavoce della Snam spiega a Bet Magazine–Mosaico che i «Memorandum of Understanding firmati nel 2020 non hanno avuto alcun seguito a livello operativo, e non ne sono stati firmati ulteriori. Ad oggi, il coinvolgimento di Snam nell’area è, pertanto, esclusivamente nella sua qualità di azionista, attraverso la partecipazione del 25% nel gasdotto EMG che trasporta gas dai giacimenti israeliani di Leviathan e Tamar verso l’Egitto».
Discorso simile anche per la Saipem, che nel 2020 ha firmato un contratto relativo alla realizzazione di un impianto di ammoniaca nell’area di Haifa. «Il progetto, avviato nel 2021, ha previsto lo svolgimento di attività di ingegneria, approvvigionamento, costruzione e messa in servizio dell’impianto ed è ora nella fase finale di commissioning dell’impianto, ovvero quella in cui l’impianto viene testato e progressivamente avviato per verificarne il corretto funzionamento prima dell’entrata in esercizio», spiega a Bet Magazine l’ufficio stampa della Saipem.
Dopo il 7 ottobre
Con lo scoppio della guerra dopo il 7 ottobre 2023, anche la cooperazione tra lo Stato Ebraico e la multinazionale italiana è stata presa di mira dagli attivisti propal. In particolare, proprio in quel periodo l’Eni si era unita ad un consorzio per l’esplorazione di gas naturale assieme all’azienda israeliana Ratio e alla britannica Dana Petroleum. Tuttavia, come riportato nel marzo 2026 dal quotidiano economico israeliano Globes, già nell’ottobre 2025 l’Eni ha annunciato al Ministero dell’Energia israeliano la sua decisione di ritirarsi dal consorzio. In precedenza, l’azienda era stata presa di mira da siti e movimenti pro-Palestina che l’hanno accusata di cercare gas in “acque palestinesi” vicino a Gaza. A tal proposito, un portavoce dell’azienda spiega a Bet Magazine le loro motivazioni: “Il ritiro di Eni dal consorzio aggiudicatario del Blocco G è stato deciso nel quadro della razionalizzazione e diversificazione strategica delle proprie attività Upstream. La fase del mercato e le condizioni straordinarie imposte dalle crisi di questi anni, ripetute e senza precedenti, impongono sia una particolare selettività nelle scelte di investimento sia una differenziazione dei rischi, in modo da mantenere il profilo di produzione anche a fronte di possibili eventi esterni critici. La crisi di Hormuz conferma la necessità – per una compagnia globale – di tenere conto dei vincoli geografici e dei rischi non operativi”.
Conclusioni
Talvolta le posizioni filoarabe di Mattei sono state strumentalizzate da chi sostiene che appoggiare Israele sia incompatibile con gli interessi nazionali italiani. Alcuni, come l’accademico Claudio Moffa (noto per aver invitato nel 2007 il negazionista della Shoah francese Robert Faurisson a parlare all’Università di Teramo), si sono spinti anche oltre, veicolando teorie complottiste secondo le quali sarebbero stati proprio gli israeliani ad uccidere Mattei.
Nonostante la situazione, il percorso avviato dall’incontro del 2015 tra Descalzi e Netanyahu non si è bloccato del tutto. Come ci spiega il loro portavoce, l’Eni «conduce le proprie operazioni, e definisce le attività e le relazioni con controparti internazionali, nel pieno rispetto dei contesti normativi internazionali e geopolitici in cui è presente, mantenendo un approccio improntato a responsabilità e minimizzazione del rischio. L’interruzione delle ostilità nell’area è auspicabile anzitutto per ragioni umanitarie e favorirebbe l’intensificazione di forme di collaborazione energetica nel Mediterraneo orientale».



