Giorno della Memoria

Italia

Gli incontri a Monte San Savino e Civitella della Chiana

Per la prima volta, il comune di Monte San Savino e quello di Civitella della Chiana, hanno organizzato congiuntamente, in collaborazione con l’Associazione per la storia e le memorie della Repubblica, dal 27 al 29 gennaio, una serie di incontri e visite imperniati su luoghi di particolare rilevanza ebraica, quali la ex-sinagoga e il cimitero ebraico di Monte San Savino, l’ex campo di concentramento a Villa Oliveto (oggi Centro di documentazione e museo) e una fattoria in Chianti, utilizzata negli anni ’30 per l’achshara di halutzim europei.
Il convegno, presieduto dai sindaci Silvano Materazzi e Massimiliano Dindalini, è stato aperto con un messaggio augurale del presidente del Senato, Marcello Pera.
In presenza di un folto pubblico di studiosi provenienti da Italia, Israele, Belgio, Francia, Inghilterra, Polonia e Stati Uniti, il convegno, intitolato” Comunità ebraiche in tempi di crisi (1799-1944)”, coordinato da Leonardo Paggi, è stato arricchito da importanti interventi dello storico Roberto Salvadori, di Lionella Viterbo e Renato Giulietti sul soggetto della estinzione della comunita’ ebraica di Monte San Savino, come conseguenza del pogrom, ancora poco noto, scatenato dai moti del “Viva Maria” nel 1799.
Nicola Labanca ha parlato dei campi di concentramento per ebrei libici (alcuni dei quali, detenuti a Villa Oliveto, nel ’43 vennero di lì deportati a Bergen-Belsen). Haim Vittorio Luzzatti, da parte sua, ha ripercorso la storia dei giovani pionieri a Castellina in Chianti (accompagnata da una commovente mostra fotografica) e Tullio Sonnino ha raccontato la tragica storia di suo zio, il partigiano Enrico Calò, medaglia d’oro, ucciso nel ’44 dai nazisti a San Polo, a poca distanza dal luogo del convegno.
Su gentile concessione dell’autrice è stato proiettato il film “Moi Ivan, toi Abraham” della regista Yolande Zauberman, una elegia in yiddish con sorprendenti assonanze al tema trattato e con un altrettanto tragico finale. Infine gli architetti Renzo Funaro e Sergio Bianconcini hanno presentato materiale, rilievi e documenti riguardanti la storia, lo stato attuale e i progetti futuri rispettivamente del cimitero e della sinagoga.
Sabato sera, al teatro Verdi, prima dello spettacolo “Patrilineare” di Enrico Fink, Jack Arbib ha parlato del proprio impegno a salvare il piccolo cimitero, come ideale controparte del distrutto cimitero di Tripoli, dove riposavano i suoi padri. Per l’occasione, venticinque poeti hanno composto testi, raccolti in una elegante antologia a cura di Fausta Squatriti e presentati con una lettura presieduta da Leopoldo Paciscopi. Squatriti ha anche realizzato una installazione in memoria della Shoah, collocata nell’ edificio della ex-sinagoga.
Il punto saliente di queste tre giornate è stata la visita al cimitero, reso finalmente agibile dopo i lavori di pulizia realizzati dal Comune e diretti da Renzo Funaro, che ha anche letto il Kaddish in presenza di un numeroso minyan. Prima di abbandonare il sito, Joseph Mimun ha posto, a nome dell’ebraismo libico, una lapide in onore dei sepolti sul luogo e di quelli privati di sepoltura in Libia e il rabbino Mino Bahbout ha recitato preghiere.

J. S.

La storia: nel 1799 il pogrom di Monte San Savino

1796: i primi francesi giungono nell’aretino. Emerge subito un sentimento filo-asburgico forte e radicato. Nel contempo gli ebrei non si schierano apertamente a favore dei francesi eppure circola un volantino nelle campagne, nelle città: Ebrei maligni e maledetti, traditori delle armate imperiali. C’è chi fiuta il montante sentimento contro il proprio popolo: Salomone Fiorentino, il poeta ebreo-savinese, un poeta italiano, scrive alla comunità di Firenze accorati appelli.
I prodromi del Viva Maria intanto si manifestano: due ebrei che andavano a Castiglion Fiorentino con la loro mercanzia vengono pestati e gettati in un fosso dai villani. Nel 1799, si avranno i terribili sviluppi “dell’Insorgenza” che dalle coscienze trova modo per sfogare un’avversione covata a lungo.
Da Monte San Savino, gli ebrei scacciati dopo saccheggi e l’incendio della sinagoga, fuggono a Firenze, salvandosi la vita, e a Siena. Quando le bande del Viva Maria entrano in Siena e vengono a sapere che alcuni ebrei savinesi si rifugiano nel ghetto, scatenano la follia. Lasciamo parlare un documento dell’archivio ebraico di Siena letto da Lionella Viterbo della comunità ebraica di Firenze, redatto da chi conservava memoria dei fatti: quattro persone, tutte di Monte San Savino, tra esse lo zio di Salomone Fiorentino, Aron, sono uccise in sinagoga, distrutti gli arredi sacri e i rotoli della Torà. Vecchi settuagenari vengono pestati e trascinati nelle galere, una donna colpita a morte mentre si affaccia alla finestra, un povero barbiere nel suo negozio, due coniugi fanno in tempo a scambiarsi l’ultimo abbraccio. Un solerte cristiano scaccia un anziano ebreo, riparatosi nella chiesa della Madonna di Provenzano, e lo consegna alla ferocia della teppa, altri vengono condotti nella Piazza del Campo e bruciati, qualcuno ancora in vita.
Il Viva Maria, un ampio fenomeno che investe l’Italia centro-settentrionale, senza attecchire al sud per il semplice motivo che gli ebrei vi sono stati espulsi alla fine del Quattrocento. Altrimenti chissà cosa avrebbero subito dal fanatismo sanfedista guidato dal cardinale Ruffo di Calabria! Sono un’esigua minoranza nell’Italia di fine Settecento, 34.000 su 18.000.000 di abitanti, priva di sostanziale peso economico-politico, non certo una ricca e potente casta che trama contro la religione cristiana.
Nel Regno di Sardegna si susseguono le violenze, a Fossano, Cuneo, Saluzzo, Acqui, Carignano, ma è lo Stato Pontificio l’avanguardia della persecuzione: Pesaro, Urbino, Ancona, Lugo, l’assalto al ghetto di Roma del 1798 e un altro pogrom, quello del 18 giugno 1799 a Senigallia. Lo storico Roberto Salvadori prova a spiegare le radici di tale accanimento: gli ebrei sono i deicidi, avidi facoltosi che non esitano a schierarsi con i francesi all’arrivo di questi ultimi. Stereotipi che attecchiscono in una popolazione analfabeta per oltre il novanta per cento. Secoli di infatuazione, a partire dalla Controriforma, danno nell’occasione i loro frutti.
La popolazione è divisa in due classi: nobiltà e contadini. Contadini, l’ottantacinque per cento circa, che vivono in condizioni paurose, e aristocratici che saldano temporaneamente i loro interessi per scacciare i francesi e i presunti alleati ebrei. Da qui, gli apologeti del Viva Maria, traggono la conclusione che il movimento è un’anticipazione del nostro Risorgimento, una rivolta patriottica contro l’invasore straniero. In questa strana alleanza non rileva la coscienza nazionale, solo disperazione per fame e sentimento anti-ebraico figlio del pregiudizio.
I francesi, che si comportano in effetti da esercito occupante e razziatore, sono comunque figli del 1789: dell’Illuminismo, della Costituzione, della legge che ha abolito i privilegi e le servitù feudali, sono figli della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. La vicenda della Francia rivoluzionaria, dalla quale è nata l’Europa moderna, non solo qui non si verifica ma avviene esattamente l’opposto: con il Viva Maria è rinnegata. Trionfa la reazione. La Chiesa, all’epoca, vede nell’eredità dell’Illuminismo e negli “Immortali principi”, dei mortali nemici. In alcuni settori del cattolicesimo, questa è tutt’oggi reputata una scelta di fondo valida. E mette in campo le proprie armi, come le accade nei momenti di crisi e trapasso storico: conversioni forzate e soprattutto miracolismo. Le madonne in Italia piangono tutte, ad Arezzo una sbianca in una taverna. E i partecipanti al rogo senese, terminato l’eccidio, pensano bene di portare in processione l’immagine della Madonna del Conforto.

Un’opinione

Il Giorno della memoria, 27 gennaio, celebrato a Monte San Savino ha visto partecipare ebrei provenienti da Israele, Belgio, Stati Uniti e molte parti d’Italia. E da molti non ebrei che reputano l’insorgenza un momento negativo della storia locale e nazionale, non da non esaltare bensì da condannare. La targa che intitola una piazza del centro storico di Arezzo al Viva Maria stride infatti con il 27 gennaio e il ricordo del sacrificio incalcolabile di un popolo, sottoposto allo sterminio nazi-fascista ma anche a focolai di violenza che hanno percorso i secoli.
Non a caso le celebrazioni si intitolavano: “Momenti di crisi”. Non solo Shoah, “Momenti”, al plurale. Tra questi, il 1799. (…) Facciamo appello alle forze politiche laiche, agli uomini di cultura e anche ai tanti cattolici presenti ai vari incontri, comunque a chi abbia la forza di dare un segnale di civiltà. Semplicemente va rimossa.

Marco Caneschi

Una poesia letta durante le manifestazioni

E tutto divenne fumo
[Meleto di Graviglia – 4 luglio 1944]

Bruciavano le case
della quieta borgata.

Bruciavano
i vivi
e i morti.

Una nube nera
si alzava su Meleto.

Grida orrende
percorsero la vallata.

Poi tornò il silenzio.

Leopoldo Paciscopi

LA STORIA DI EUGENIO CALÒ

Scritta da Tullio Sonnino, suo nipote

La Storia di Eugenio Calò non è purtroppo molto conosciuta e quello che è stato scritto in passato non è sempre esatto. Molti anni sono passati da quei tristi tempi, e pochi testimoni sono rimasti che possano dire quello che sanno; uno di questi sono io.
La necessità di ricordare e di non far dimenticare è stata uno dei motivi della mia vita, ma solo ora ho trovato il tempo ed il coraggio di ricercare i fatti a me noti da memorie familiari e le persone ancora viventi che potessero confermarli. Questi ricordi legano me alla memoria di Eugenio e della sua famiglia, di sua moglie, la zia Lina, e dei suoi tre figli, che io ho conosciuto, e con i quali abbiamo vissuto insieme nella casa del nonno Alberto, a Cascia di Reggello i loro ultimi giorni prima che fossero arrestati e deportati.

Eugenio Calò 1906-1944

Eugenio era il terzo dei 4 figlioli di Alberto e Lidia Baquis, mia madre era la prima. Tutti nati a Pisa, egli nel 1906, 100 anni fa. La sua famiglia non era ricca né povera, era tradizionalmente legata all’Ebraismo e ne conosceva e rispettava i valori morali con un profondo e sacro rispetto per la vita umana. I genitori erano grandi lavoratori, il Padre dirigeva un’officina meccanica e la madre oltre alle cure della casa lavorava di cucito; ma è difficile immaginarsi la vita di una famiglia in Italia all’inizio del ‘900, addirittura prima della Grande Guerra del ’15-’18. Negli anni ’30 si trasferirono a Firenze.

I miei primi ricordi di Eugenio e della sua famiglia, dei suoi figlioli, i miei cugini, sono antichi, di quando noi stavamo a Livorno; già allora durante i primi anni della guerra, nel 1940, ’41, ’42, la vita non era facile, ed Eugenio che abitava ad Arezzo, veniva a trovarci portandoci olio, farina, zucchero, quei prodotti che più facilmente lui trovava nelle campagne vicine e che per noi erano quasi introvabili in città.
Eugenio viveva ad Arezzo, in via Madonna del Prato, e aveva un’officina meccanica dove costruiva pompe irroratrici per dare il ramato alle viti, e altri attrezzi sempre legati alla produzione del vino, in gran parte poi vendute dal Padre suo, il mio nonno Alberto Calò che aveva un’Agenzia Enologica a Firenze, in Via Condotta.

Nel 1936 Eugenio sposa Carolina Lombroso, nata a Venezia nel 1912.
Matrimonio di Eugenio Calò e Carolina Lombroso

Bisogna a questo punto ricordare che noi già dall’estate del 1938, eravamo discriminati in quanto Ebrei e per legge impossibilitati ad esercitare professioni e soggetti ad altre limitazioni imposte dalle infami e famose leggi fasciste che separavano i cittadini italiani ebrei dal resto degli altri. Per esempio noi non potevamo andare alle Scuole Pubbliche, né mio padre poteva esercitare la sua professione di Ingegnere, o insegnare.
Però lavorare si poteva e dunque Eugenio lavorava, e suo padre teneva aperto il negozio.

Eugenio e la Zia Lina, ebbero tre figli, Elena nata nel 1937, Renzo nato nel 1939, e Albertino, nato nel 1942: sono questi i miei cugini. Nell’estate del 1942 i due maggiori furono da noi a Livorno, al mare.

Eravamo dunque discriminati ma non perseguitati, cittadini, anzi sudditi, di infima categoria, e anche se male e con difficoltà potevamo continuare a vivere nelle nostre case e nelle nostre città.

Il 28 giugno 1943 Livorno fu per la prima volta bombardata dagli Inglesi, e la Raffineria STANIC, che riforniva le benzine e gli oli all’Esercito Italiano, distrutta; una nave in porto carica di munizioni, colpita.
Come molti altri, fuggimmo, sfollati nella casa del nonno a Cascia di Reggello.
Dopo pochi giorni anche i cugini Calò da Arezzo si rifugiarono nella stessa casa.
Eugenio non era con noi, perché come gli altri uomimi della sua età avrebbe dovuto essere militare. Dopo l’8 settembre del 1943, dopo la caduta del fascismo e la presa di controllo dell’Italia da parte dei tedeschi, per noi ebrei la vita era divenuta solo una fuga per cercare di non essere presi e deportati. Essendo Eugenio già con i partigiani in Casentino la sua presenza sarebbe stata ancor più pericolosa per tutti noi.
Questo è un punto che devo sottolineare e per quanto possibile chiarire in quanto sono state scritte cose e date non esatte: durante l’autunno, inverno del 1943-44 nella casa del nonno Alberto Calò a Cascia di Reggello vivevamo noi Sonnino, mio Padre Enrico, mia Madre Clara, mia sorella Claudia di 5 anni ed io, insieme alla famiglia di Eugenio, la Zia Lina Lombroso, ed i figli Elena di 6 anni, Renzo di 4 e Albertino di meno di 2 anni.

Ma questo è molto importante, Eugenio non c’era; come uomo e uomo d’azione era con i partigiani sulle montagne sopra Arezzo, vice comandante della Divisione Partigiana Garibaldina “Pio Borri”, responsabile dell’organizzazione e dei collegamenti.
Non ci aveva abbandonato, e mentre mio padre dava alcune lezioni di matematica, Eugenio di volta in volta ci portava viveri e durante una di queste visite la Zia Lina rimase incinta. Così passammo l’inverno che fu molto rigido, io bambino di 7 anni e mezzo mi ricordo, la vasca nel giardino gelò.

Che uomo era Eugenio? mia madre lo ricordava, molto buono, generoso, impulsivo, uomo d’azione. Non aveva studiato, ma solo frequentato le scuole professionali e sin da giovane aveva collaborato col padre; cosa rara per quei tempi, aveva la patente e le macchine le guidava in modo impulsivo, spericolato, tanto che ebbe vari incidenti. Si sposò nel 1936 con Lina Lombroso che veniva da Alessandria, (ma era nata a Venezia), che amava molto, come si può capire anche da alcune di queste fotografie.

Eugenio era quindi coi partigiani, attivo nell’organizzazione e nei collegamenti. Antonio Curina nel suo libro “Fuochi sui monti dell’Appennino Toscano” lo definisce: “uomo intelligente e coraggioso…lavorò assiduamente…non guardò a rischi e privazioni di ogni specie.”
Nella primavera del 1944, i partigiani si erano organizzati, avevano un ospedale da campo e un campo di concetrazione per i soldati tedeschi prigionieri che avevano catturato. Tra i partigiani c’erano naturalmente quelli che volevano vendicarsi delle stragi fatte dei tedeschi e anche ucciderli. Noi sappiamo da testimonianze di compagni di Eugenio che lui sempre si oppose a questo, anzi Eugenio, il cui nome significa la BUONA VITA, con due partigiani, Luigi Valentini che è ancora vivo, e Angelo Recapito, all’inizio del Luglio portarono un gruppo di prigionieri tedeschi a Cortona dove già si trovava il comando dell’esercito alleato.
Trascrivo la testimonianza dell’Avvocato Luigi Valentini di Arezzo, come data a me nel luglio del 2005: “Eugenio io l’ho conosciuto bene, siamo stati …insieme sulle montagne del Casentino; Eugenio portava un fucile, ma per quel che ne so io, non ha mai sparato a nessuno.”
Adesso da Arezzo a Cortona ci si arriva in poco tempo, ma allora per i sentieri delle montagne con una trentina di tedeschi e traversando le linee del fronte, non fu certo cosa facile. Luigi Valentini ce l’ha raccontato brevemente. Arrivarono a Cortona e consegnati i prigionieri sarebbero stati quindi liberi, anche se i loro compagni partigiani erano di là dal fronte in territorio controllato dai tedeschi.
Eugenio aveva saputo che la sua famiglia, i suoi 3 figlioli e la Zia Lina erano stati arrestati nel febbraio e da Cascia portati a Firenze al carcere delle Murate. Anche questo ci è stato confermato da Gigi Valentini.

Noi, il mio babbo, la mia mamma, mia sorella di 6 anni ed io che ne avevo meno di 8 fuggimmo dalla casa di Cascia di notte a piedi sotto la pioggia. Eravamo stati avvisati dal Maresciallo dei Carabinieri, ed io ne conosco ora il nome, che aveva avuto ordine di arrestarci. La mia mamma fece molte pressioni alla zia Lina perché fuggisse con noi, perché ci desse per lo meno i bambini, ma lei era incinta, e pensava che nessuno avrebbe voluto fare del male né a lei né ai bambini. Invece l’indomani furono tutti arrestati.

Qui devo aprire una parentesi e riportare una testimonianza di Gino Monechi, di Cascia di Reggello, testimone oculare di quando la Zia Lina ed i suoi figlioli furono portati via nel febbraio 1944: “Noi ragazzi, come succede nei piccoli paesi, andammo a vedere quando vennero a prendere la Signora ed i bambini con una macchina di piazza. Le vicine”, sono le parole di Gino ” le portarono dei doni”, probabilmente cibarie per un viaggio verso l’ignoto. La testimonianza è stata data a me nell’ottobre del 2005.

Eugenio tentò di contattarla e forse anche di liberarli, invano, a Firenze c’erano ancora i tedeschi. Nel maggio furono poi trasportati ad Auschiwtz, e uccisi all’arrivo.
Carolina Lombroso, la Zia Lina la moglie di Eugenio Calò partorì il loro quarto figlio durante il trasporto da Fossili ad Auschwitz che durò 8 giorni.
Eugenio sulle montagne del Casentino non poteva pensare che i suoi cari fossero già stati uccisi in particolare la moglie incinta. Da una lettera di un compagno di Eugenio alla Madre, la mia nonna, sappiamo che Eugenio pensava molto ai suoi bambini e che il suo più grande desiderio sarebbe stato, finita la guerra, di riabbracciarli.

Eugenio dunque fu a Cortona e consegnò i prigionieri tedeschi al comando degli eserciti Alleati; per quello che so io da memorie familiari, fu proprio il Generale Clark, comandante delle Forze Americane, che richiese due volontari per prendere contatto con i partigiani per l’imminente liberazione di Arezzo che avrebbe dovuto avvenire il 14 luglio. Eugenio ed Angelo Recapito furono quelli scelti e accettarono, come il nostro amico l’avvocato, Luigi, anzi Gigi Valentini ci ha raccontato. Eugenio gli lasciò un biglietto, in cui scrisse di prendere il comando degli uomini, che si sarebbero rincontrati ad Arezzo e gli lasciò 10.000 lire .
Nella notte dal 13 al 14 luglio, Eugenio e Angelo, si trovavano stremati dalla fatica del ritorno da Cortona a Mulin dei Falchi, vicino ad Arezzo, dove si erano concentrati molti partigiani, in attesa della liberazione di Arezzo, e molti civili sfollati. Con questi c’era anche un altro gruppo di prigionieri tedeschi catturati dai partigiani.
Cosa sia esattamente successo non è chiaro, non si sa, forse un prigioniero fuggito, forse una spiata di fascisti, fatto sta che i tedeschi attaccarono, dall’alto e dal basso. Ci fu una dura battaglia, molti partigiani morirono, alcuni si salvarono, ma la maggior parte furono catturati. I tedeschi uccisero uomini, donne e bambini durante il tragitto da Mulin dei Falchi fino a San Polo. I particolari della strage sono noti, i partigiani furono picchiati, barbaramente torturati, perché parlassero, particolarmente Eugenio e Angelo; individuati come comandanti dei partigiani, furono obbligati a scavarsi la fossa, furono sepolti vivi carichi di dinamite e furono uccisi insieme ai civili, 48 solo a San Polo.
I tedeschi impedirono che alle salme fosse data sepoltura.
È questo l’eccidio di S. Polo avvenuto il 14 luglio 1944, e la memoria di quei giorni e dei martiri è ancor viva nei loro discendenti e nei superstiti; ogni anno una cerimonia li ricorda.
Esiste una completa documentazione degli inglesi all’Imperial War Museum, di testimonianze scritte di sopravvissuti e un film terribile di quando arrivati gli inglesi due giorni dopo fu finalmente possibile dare ai martiri una degna sepoltura.

Arezzo fu liberata il 16 luglio.
Gli alleati arrivarono con due giorni di ritardo.
A Eugenio è stata data la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Brevetto attestante la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria di di Eugenio Calò, si noti la firma di De Gasperi.

La Zia Lina e i quattro figlioli di Eugenio furono uccisi all’arrivo ad Auschwitz.

Qui appresso il foglio della transportliste del 16 maggio 1944 da Fossoli ad Auschwitz.
I numeri 46, 49 e 51 sono i miei cugini, i figli di Eugenio. La data di nascita di Alberto è errata, era nato il 17 giugno del 1942.
La Zia Carolina Lombroso Calò è il n. 48.

Io e mia sorella ci siamo salvati, rifugiati al Collegio delle Suore del Sacro Cuore di Gesù al Varlungo, vicino a Firenze, anche mia madre si è salvata, mio padre invece fu arrestato a Poppi, quando cercava di raggiungere Eugenio e i partigiani, imprigionato a Firenze, poi da Fossoli con lo stesso convoglio della Zia Lina deportato anche lui ad Auschwitz. Non fu ucciso subito, ma non è ritornato.

Eugenio e Angelo hanno dato la vita per aver salvato quella degli altri, dei loro nemici, ed è questa l’insostenibile semplicità dell’eroismo.

Questa è la storia di Eugenio Calò e della sua famiglia.

Scritto a Rehovot, Israele nel gennaio 2006

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