Elezioni / Donne, dove siete?

Italia

di Laura Brazzo

"They're coming to get you, Barbara!" Ester Grossi, acrilico su tela, 2010

Le foto che sono circolate circa una settimana fa dall’ ultimo G8 di Camp David ci hanno mostrato le first ladies delle maggiori potenze al mondo alle prese con il giro della residenza presidenziale, compresi orto e cucina. Gli uomini in tenuta informale a discutere delle sorti del mondo, e le donne in tacchi alti e vestitini eleganti, a parlare della collezione di quadri, di coltivazioni biologiche e forse, chissà, anche di lotta all’obesità giovanile. Fra gli ospiti di Michelle Obama spiccava per la sua assenza il marito del primo ministro tedesco, Angela Merkel – segno forse che il protocollo prevede un “ruolo” per le first ladies ma non per i first gentlemen… Ma al di là di questi dettagli, quelle immagini colpiscono perché ci mostrano una donna da rivista bon ton degli anni ’50 – come se fosse quella l’unica immagine di donna da contrapporre alle nostre “veline”. D’altra parte, questo modo di interpretare l’universo femminile, ci fa capire anche perché non appena una donna esca da certi schemi, conquisti immediatamente le copertine dei giornali di mezzo mondo. Non è forse quello che è accaduto a Jill Abramson qualche mese fa, dopo la nomina a direttore del New York Times?

Le donne che raggiungono posti di potere fanno ancora notizia, destano meraviglia, perché rimangono casi stra-ordinari, fuori di quella “norma” che prevede un uomo alla guida del timone, qualunque esso sia, e la donna nelle retrovie. Siamo quasi certi, per esempio, che se alla presidenza della Comunità venisse eletta una donna, la notizia verrebbe trattata dai giornali con toni un po’ diversi da quelli con cui verrebbe trattata l’elezione di uno qualsiasi dei 28 candidati uomini. E i titoli dei giornali, più che sul nome della neoletta, punterebbero sul fatto che si tratta di una donna – “Una donna alla guida della Comunità di Milano”, “La Comunità ebraica di Milano ha un nuovo presidente ed è una donna” ed altre stucchevoli variazioni sul tema.

Già. Ma alle prossime elezioni di Milano ci sono donne candidate alla presidenza? Sì, no, forse.
Ciò che è certo oggi è solo il numero delle candidate: quattro. Quattro, su 32 candidati e 5 liste. Poche, pochissime, se si pensa che la popolazione femminile della Comunità rappresenta la metà, se non di più, degli iscritti; e se si pensa che alle elezioni del 2010 le donne candidate erano 14 (su 56 totali).
Alla luce di questi primi elementi, quali considerazioni si possono fare? Dobbiamo forse pensare che le donne milanesi siano ancora ingabbiate nel modello propostoci dalle immagini dell’ultimo G8 – uomini al comando e donne in cucina? Non ci pare… Più probabile che si tratti di una manifestazione di disaffezione femminile alla vita politica, in generale e a tutti i livelli. E se così fosse, perché? Da cosa nascerebbe tale disaffezione?

A sentire le candidate che si presentano a Milano alle elezioni del prossimo 10 giugno –  Vanessa Alazraky (38 anni, WelComUnity), Gabrielle Fellus (45 anni, Am-Im, candidata unica), Rosanna Supino (63 anni, Com.Unità), e Claudia Terracina (51 anni, Ken 2.0) – la ragione della  scarsa partecipazione femminile è da ricondursi innanzitutto ad un fattore “tempo”. Un tempo che si può declinare in vari modi: il tempo che manca per chi ha già una famiglia ed un lavoro; ma anche il tempo che, già ridotto al luminicino,  si percepisce come “sprecato”, se impiegato in lunghe e inconcludenti discussioni – come è accaduto negli ultimi anni, ci dice Rosanna Supino.

Il fattore “tempo”, certo, è essenziale se ci si vuole impegnare seriamente nelle attività di un Consiglio di Comunità. Ma è anche vero che il tempo manca oggi come mancava due, tre, quattro, cinque anni fa. Dunque? Quale altro è stato il deterrente?

“Premesso che la presenza delle donne è un indice di effettiva parità – non rispetto a percentuali numeriche fini a se stesse, ma alla valutazione delle persone e delle loro competenze – e che è difficile esprimere valutazioni senza un’analisi accurata del fenomeno”, ci dice Claudia Terracina, “azzardo delle considerazioni generali (anche col rischio di banalizzazione che ciò comporta). Si potrebbe dire che, oltre al fattore tempo gioca come con-causa il fattore ‘tradizione’, il ruolo cioè che la tradizione ebraica assegna normalmente alle donne – che è poi quello della responsabilità della famiglia. Questo ruolo resiste e si mantiene, mentre potrebbe essere riequilibrato nell’operatività quotidiana senza con questo andare ad intaccare la sostanza della nostra tradizione. Ed è probabile – continua Terracina – che le difficoltà dell’attuale crisi ricadano maggiormente sulle donne con una crescente difficoltà a conciliare tutte gli impegni e le responsabilità. La stessa organizzazione della scuola, per certi aspetti non aiuta: una scuola che dal punto di vista logistico non prevede il tempo pieno e che richiede, anche talvolta giustamente, una presenza importante delle famiglie, non può andare incontro alle donne, anzi le pone non di rado di fronte a scelte talvolta obbligate come quella fra il ruolo di madre e quella della realizzazione professionale”.

Gabrielle Fellus, che si presenta come candidata unica per la lista Am-Im con un’idea di cambiamento radicale nella gestione della Comunità – l’idea di base è quella della “rete d’impresa” – ha tentato, ci dice, la creazione di una lista al femminile, ma senza successo. “Le molte amiche e conoscenti con cui ho parlato del mio progetto, e che ora mi sostengono, sono pronte ad impegnarsi in prima persona per la sua realizzazione, ma non a presentarsi in una lista elettorale.” In questa scelta, ci spiega, gioca senz’altro il peso già importante degli impegni famigliari e professionali che già ricadono su di loro, “ma gioca anche, – aggiunge Fellus – la sensazione di non essere pronte ad affrontare un impegno e un ruolo come quello richiesto dalla partecipazione attiva nel Consiglio della Comunità”. Oltre a questo però “in generale”, osserva ancora Fellus,  “ho percepito una certa sfiducia nelle possibilità effettive di un intervento e cambiamento della situazione”. “Le donne sono pragmatiche, hanno idee e progetti e vogliono vederli realizzati.  L’alto tasso di litigiosità che ha caratterizzato il Consiglio in questi ultimi anni e che ne ha bloccato spesso anche le attività, è stato per molte un deterrente”.

Della stessa opinione è Rosanna Supino, candidata per la lista Com.Unità. “La disaffezione che le donne hanno dimostrato scegliendo di non candidarsi, deriva, a mio avviso, da una sfiducia di fondo. C’è come la sensazione che il ‘fare’, l’impegnarsi, alla fine non serva a nulla, non porti a nulla”. E poi ancora la sensazione che manchi la possibilità di un agire concreto che vada oltre il semplice discutere e confrontarsi, come se alla fine non si arrivasse mai al dunque, all’essere operativi: “Le donne, se hanno degli obiettivi, vogliono raggiungerli e possibilmente anche in tempi rapidi – non hanno tempo da perdere…”. Che è “il contrario di quel che accaduto finora…”. Secondo Supino “per una donna, doversi confrontare con un mondo, composto in maggioranza di uomini, che si blocca ad ogni passo in discussioni e litigi, ha un effetto respingente, le fa stare alla larga”. “Per me poi, come donna” aggiunge ancora Supino, “è importante che la Comunità pensi e guardi al dopo-domani, al futuro dei nostri nipoti, mentre finora l’attenzione si è focalizzata sullo stretto presente, al più sul domani dei nostri figli”.

Pare di capire che ciò che allontana le donne sia non solo o non tanto il timore di non avere tempo a sufficienza da dedicare alle attività per una partecipazione seria alla gestione della Comunità ma, in certo modo, anche il timore di doversi confrontare con un mondo prevalentemente maschile che si è dimostrato, specie negli ultimi tempi, particolarmente aggressivo, volto più ad imporsi che a trovare soluzioni.

La ricerca delle soluzioni invece, è proprio quel che le donne vogliono e sanno fare meglio, ci dice Vanessa Alazraky, candidata per la lista WelComUnity. “Se gli uomini pensano, progettano, per certi aspetti ‘guardano lontano’, le donne realizzano, sanno come rendere materia concreta quelle idee”. “Le donne, -spiega – sono quelle operative, quelle che di fronte ai problemi (magari individuati dagli uomini), sanno come risolverli. In fondo per noi, trovare soluzioni, grandi o piccole, a casa come nel lavoro, è materia di tutti i giorni, è la nostra quotidianità”. “Negli ultimi anni il tempo dedicato a questa ‘ricerca’ è stato sacrificato in lunghe e sfiancanti discussioni che hanno portato al nulla di fatto”.

Visto in questa prospettiva, il dis-impegno delle donne, in questa tornata elettorale, si fa per certi aspetti comprensibile, per altri più difficile da accettare. Se l’approccio femminile, alla vita di tutti giorni come alla politica, è “fortemente realistico, votato più alla soluzione dei problemi che alle discussioni” come hanno sottolineato Supino e Alazraky, perché allora, in una situazione di difficoltà come quella attuale – in cui grande sarebbe il bisogno di realismo, concretezza e soluzioni alternative – le donne non si sono presentate numerose a proporre la “loro” via d’uscita?

Al dunque, il nodo, pare di capire,  sta non tanto nella volontà o meno  di mettere a disposizione della Comunità le proprie competenze ed energie, quanto piuttosto nel timore di trovarsi coinvolte in discussioni, con un alto tasso di aggressività, che inficiano lo spirito della discussione e del sano confronto delle idee – e che le donne in generale rifuggono – e per di più, sterili.
Che sia stato così o meno, alla fine ha un’ importanza relativa – gli elenchi delle cose realizzate e di quelle non realizzate dagli ultimi Consigli, sono materia di pubblico dominio su cui tutti possono confrontarsi. Ciò che invece è da rilevare è l’immagine che questi ultimi consigli hanno trasmesso agli elettori; e proprio da questa immagine, forse, chi verrà eletto il prossimo 10 giugno, dovrà ripartire per trovare condizioni di lavoro e collaborazione efficaci – oltre che l’appoggio dell’intera Comunità.

Ma, al di là di tutto, su queste candidature femminili, arrivate col contagocce, rimane una considerazione da fare: alle donne è mancato il coraggio, il coraggio di lanciarsi; di voler mostrare  quel senso pratico e risolutivo di cui sono dotate e che fa sì che, di fronte ad un problema, si rimbocchino le maniche anziché arretrare, in attesa che qualcun altro lo risolva per loro. Gabrielle Fellus, da questo punto di vista, rappresenta un’eccezione. Ma un’eccezione che purtroppo, in questo caso conferma la regola.
Il generale arretramento delle donne registrato per queste elezioni stupisce ancora di più se si pensa che uno dei temi chiave all’ordine del giorno – e su cui si discute da anni – è quello della scuola. Sulla scuola le donne potrebbero (o avrebbero potuto!) dire e fare molto, perché la conoscono e la vivono quotidianamente e perché le tocca molto da vicino – visto quel che essa rappresenta in termini di continuità della cultura e della tradizione ebraica (oltre che di bilanci famigliari). Eppure…

L’esperienza, (la mancanza di esperienza) come, ciascuna a proprio modo, hanno sottolineato tutte e quattro le nostre candidate, è un elemento importante e determinante nel proporsi a dirigere ( o contribuire a dirigere) una Comunità – non ci si lancia alla cieca in un’avventura di cui si sa poco o nulla. Per certo versi, questa cautela è comprensibile e, aggiungiamo, tipicamente femminile. Per altri, però, lo è un pò meno. Forse un atteggiamento più propositivo e positivo; un pizzico di voglia in più di dimostrare che le cose potrebbero andare diversamente se affrontate con un approccio diverso –  magari al femminile, come è stato detto; ecco, forse, tutto questo avrebbe giovato. Sarebbe stato, da parte delle donne, un segnale concreto di presenza, partecipazione e cura per la Comunità. Anche il segno che la Comunità può essere pensata come una grande (e complicata) famiglia in crisi, e non solo come un’azienda in cerca di un nuovo manager.

Per (ri)prendere coraggio, del resto, le donne ebree italiane hanno il privilegio di avere di fronte a sé uno straordinario modello, Tullia Zevi – prima e unica donna presidente dell’Unione delle Comunità, che tutti, uomini e donne, ricordiamo con orgoglio per il suo equilibrio, per la sua fermezza e perché no, per la sua indiscutibile eleganza.

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