David Parenzo

David Parenzo: “Una parte dell’Occidente odia se stesso”

Italia

di Nathan Greppi
«Chi non la pensa come il mainstream, chi non dice esattamente quello che alcuni vorrebbero che si dicesse, viene automaticamente iscritto tra gli “ebrei cattivi”». Così il giornalista, a Mosaico, dopo che ha dovuto spostare la location per la presentazione del suo libro su Israele per la protesta di 150 persone.

Ha fatto discutere il recente episodio avvenuto a Padova, dove il giornalista David Parenzo si è recato per presentare il suo libro Lo scandalo Israele. Inizialmente prevista nella sede della diocesi locale, la presentazione è stata spostata in un luogo segreto a causa del rischio di disordini. Oltre 150 persone avevano firmato una lettera indirizzata alla diocesi per contestare la decisione iniziale di ospitare l’evento.

Dopo il clima ostile incontrato nella sua città natale, Parenzo ha gentilmente concesso un’intervista a Mosaico per spiegare come vede la situazione in Italia.

Prima di questo episodio, nel marzo 2024 le era stato impedito di parlare all’Università La Sapienza di Roma. Quali analogie e differenze presenta il caso di Padova?

Dopo il 7 ottobre, sono abituato al fatto che spesso ci sono state proteste. Addirittura, alcuni festival hanno deciso di annullare la presentazione di questo libro perché giudicato troppo sconveniente. Quello di Padova secondo me è un fatto abbastanza clamoroso, perché ero stato invitato dall’Associazione Italia-Israele. Fin dall’inizio, per ragioni di sicurezza, si era detto di mandare la propria adesione tramite email, per controllare chi si iscrive.

E dopo cos’è successo?

La sala è stata ritirata perché è arrivata una lettera di 150 persone che protestavano contro la mia presenza, e quindi hanno tolto questa sala e se ne è trovata un’altra in periferia. Tuttavia, l’associazione che ha messo a disposizione la sala ha ritenuto opportuno per la propria incolumità di non dover pubblicizzare il luogo. Io ormai ci sono abituato, ma il problema è che in questo paese cambiano le dinamiche a seconda di chi parla d’Israele: se lo fa Francesca Albanese, ci sono certe dinamiche, se lo facciamo io o altri veniamo contestati o addirittura censurati. Alle presentazioni del mio libro ci dev’essere la polizia, a quelle della Albanese no. È una questione di democrazia, che in teoria dovrebbe interessare tutti.

In un’intervista rilasciata al “Secolo d’Italia”, ha sostenuto che nonostante il clima attuale, la situazione è comunque migliore rispetto agli anni ’70. Quali sono le differenze?

Negli anni ’70 c’era una violenza politica diffusa e stratificata nella società. Oggi, per fortuna, non c’è quel clima lì, però c’è una cosa che ci deve far pensare: in molti, prima di organizzare una presentazione di un libro come questo su Israele, ci pensano più volte perché hanno paura di avere delle ritorsioni. Quindi, da un lato oggi i violenti sono più identificabili, ad esempio con i centri sociali come Askatasuna, però dall’altro lato ci sono persone che non si schierano per paura.

Quindi, c’è un tentativo di emarginare le voci ebraiche e filoisraeliane in questo paese?

Sì, ed è già accaduto nei fatti, con Emanuele Fiano e altri. Chi non la pensa come il mainstream, chi non dice esattamente quello che alcuni vorrebbero che si dicesse, viene automaticamente iscritto tra gli “ebrei cattivi”. Io non penso in alcun modo che ci sia stato un genocidio; penso che Israele abbia fatto una guerra di difesa e non una guerra contro il mondo arabo, tantomeno una guerra contro i musulmani, ma una guerra contro Hamas, che è un’organizzazione terroristica riconosciuta come tale non solo dagli Stati Uniti, ma anche dall’Europa. Se tu dici questo, figuri nella lista degli “ebrei cattivi”. E allora, se è così, io sono un ebreo cattivo.

E di quelli che stanno dall’altra parte, cosa pensa?

Mi fa orrore che ci siano i cosiddetti “ebrei per la pace”. Io sono assolutamente per la pace, ma mi fa orrore il fatto che spesso nelle trasmissioni si citi sempre Moni Ovadia, dicendo “lui sì che è l’ebreo buono”. Questa è una cosa vergognosa. Io non difendo Israele perché sono ebreo; come difendo il diritto dell’Ucraina a difendersi, così difendo Israele per lo stesso motivo. Il fatto che io sia anche ebreo è una cosa in più, io difendo il principio: per me l’Ucraina e Israele combattono la stessa battaglia contro le autocrazie.

A proposito di battaglia contro le autocrazie, negli ultimi mesi non si è potuto fare a meno di notare il divario tra l’attenzione rivolta a Gaza e quella rivolta alle proteste in Iran. Lei vede un doppio standard da parte dei media?

Lo vedo da parte dei media e di un pezzo importante dell’opinione pubblica. A Roma, per organizzare una manifestazione sull’Iran hanno fatto un piccolo sit-in davanti al Campidoglio. Non abbiamo visto manifestazioni oceaniche né flotille. C’è chiaramente un doppio standard.

Qual è il motivo?

Quando c’è di mezzo l’Occidente, e Israele è Occidente, noi occidentali siamo molto più critici. C’è una parte dell’Occidente che sostanzialmente odia sé stesso, e non capisce che un conto è la critica a quello che alcuni governi fanno, e un conto è negare che l’Occidente è democrazia e libertà. Quindi, non si capisce che se da una parte hai l’Iran, dove ci sono studenti, ragazzi, artigiani e commercianti che scendono in piazza contro il regime, tu devi stare dalla parte di queste persone che sognano di diventare come noi, nel senso migliore del termine.

E invece…

Invece, in Occidente c’è una parte dell’opinione pubblica, e anche della politica, che pensa che l’Occidente sia sinonimo di colonialismo. E invece è sinonimo di democrazia, libertà e capitalismo. Tre cose inscindibili, perché se ne togli uno cade tutto.