“Dante è antisemita e va abolito dai programmi scolastici”. La proposta-choc dell’Associazione Gherush92

Italia

Lo scorso gennaio l’associazione Gherush92 – Comitato per i diritti umani, consulente speciale per il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani, risoluzione dei conflitti, razzismo, antisemitismo, islamofobia, ha pubblicato sul suo sito l’appello “Via la Divina Commedia dalle scuole”. Ora, a distanza di due mesi, la notizia di questo appello è stata ripresa dalle agenzie rimbalzando un pò ovunque, e accolta, a dir la verità, più che con accesi dibattiti, con molta diffidenza e anche un certo scherno. I commenti sulle pagine di facebook che hanno fatto circolare la notizia, da questo punto di vista, ne sono un chiaro specchio.
Il nocciolo della questione, secondo Gherush92, sta nella “cospicua presenza di contenuti antisemiti e razzisti nelle opere letterarie, artistiche, storiche e filosofiche” previste dai programmi ministeriali, adottati dalle scuole pubbliche come da quelle private, incluse quelle ebraiche ed islamiche. “Vengono insegnati testi antisemiti, sia nella forma che nel contenuto, sia nel lessico che nella sostanza, senza che vi sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all’antisemitismo e al razzismo. Un esempio emblematico è la Divina Commedia, caposaldo della letteratura italiana” si legge nell’appello.

Come esempio viene portato il canto XXXIV dell’Inferno di Dante:

“Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.

A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.

«Quell’anima là sù c’ha maggior pena»,
disse ’l maestro, «è Giuda Scariotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.”
(Inf. XXXIV, 54-63)

“Il canto XXXIV – spiegano quelli di Gherush92 – è una tappa obbligata di studio e gli allievi delle scuole ebraiche non sono certo esonerati dal programma. Il personaggio e il termine Giuda e giudeo sono parte integrante della cultura cristiana: “Giuda per antonomasia è persona falsa, traditore (da Giuda, nome dell’apostolo che tradì Gesù)”; “giudeo è termine comune dispregiativo secondo un antico pregiudizio antisemita che indica chi è avido di denaro, usuraio, persona infida, traditore” (De Mauro, Il dizionario della lingua italiana). Il significato negativo di giudeo è esteso a tutto il popolo ebraico. Il Giuda dantesco è la rappresentazione del Giuda dei Vangeli, fonte dell’antisemitismo. Studiando la Divina Commedia i giovani ebrei sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un’opera che calunnia il popolo ebraico; essi imparano a convalidarne il messaggio di condanna antisemita, reiterato ancora oggi nelle messe, nelle omelie, nei sermoni e nelle prediche e costato al popolo ebraico dolori e lutti.  Nel canto XXIII Dante punisce il Sinedrio che, secondo i cristiani, complottò contro Gesù; i cospiratori, Caifas sommo sacerdote, Anna e i Farisei, subiscono tutti la stessa pena, diversa però da quella del resto degli ipocriti: per contrappasso Caifas è nudo e crocefisso a terra, in modo che ogni altro dannato fra gli ipocriti lo calpesti. ‘Con Caifas, e puniti allo stesso modo, stanno in questa bolgia Anna, suocero di lui e pontefice, e tutti gli altri che ebbero parte in quel concilio, che fu mala sementa per gli ebrei, poiché né derivò, come giusta vendetta di dio, la distruzione di Gerusalemme compiuta da Tito e la dispersione e la rovina di tutto il popolo giudaico’ (N. Sapegno).”

La ragione di questo appello, che si conclude con la richiesta “al Ministro della Pubblica Istruzione, ai Rabbini e ai Presidi delle scuole ebraiche, islamiche ed altre di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o almeno di inserire i necessari commenti e chiarimenti” è motivata dal fatto che “la Divina Commedia,  pilastro della letteratura italiana e pietra miliare della formazione degli studenti italiani presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza e viene proposta senza che via sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all’antisemitismo e al razzismo”  ha detto Valentina Sereni, presidente di Gherush92, all’agenzia AdnKronos.

L’articolo di Paolo di Stefano sul Corriere della Sera di oggi, 13 marzo, bolla semplicemente come, “sciocca”, “insensata e anacronistica” la richiesta avanzata da Gherush92, anche perchè, scrive, “se dovessimo estendere i nostri criteri del politicamente corretto a tutta la letteratura del passato, pochissimo si salverebbe”. Il fatto è, conclude Di Stefano, che “la richiesta di Gherush92 rivela la pochissima fiducia negli insegnanti”, incapaci a quanto si può intuire “di comunicare una banalità: la distanza che ci separa dalla cultura del passato. Avvicinare Dante a noi, depurandolo, sarebbe un imperdonabile peccato di antropofobia”.

“Il Giornale”, nell’articolo di Luigi Mascheroni, usa toni, se si vuole più duri, parlando di “cultura del piagnisteo” – “la cultura del piagnisteo non conosce limiti, né senso del pudore, nè della critica” – di “delirio del politically correct” – “dalla stucchevole moda del politicamente corretto alla letale dittatura dell’ignoranza, il passo è (stato) fatto”.

Sulla questione sollevata da Gherush92 numerosi sono stati gli interventi anche di critici e intellettuali, riportati in larga misura dall’articolo dell’Adnkronos. Maurizio Cucchi, per esempio, poeta, critico letterario e traduttore, ha detto: “I vantaggi che si possono trarre dalla lettura e dallo studio della Divina Commedia sono così tanti che affermazioni di questo genere sono soltanto ridicole. Se non si capiscono i vantaggi che un poema come la Divina Commedia, che forse è il più grande di tutti i tempi e di tutte le letterature, è in grado di dare, siamo davvero di fronte alla dittatura dell’ignoranza”.

Giulio Ferroni, storico della letteratura, critico letterario e scrittore, professore ordinario di letteratura italiana alla Sapienza di Roma, ha affermato: “La Divina Commedia va letta nel suo contesto storico. Ci si potrà pure mettere qualche nota in più – prosegue Ferroni – ma sarebbe follia rinunciare allo studio di un capolavoro che ha contribuito a costruire l’immagine dell’umanità, pur partendo dai suoi ovvi limiti storici. La Divina Commedia ha anzi aperto la via al progresso, al riconoscimento dell’altro”.

Più comprensivo è parso Giorgio Rembaudo, presidente dell’Associazione nazionale dirigenti e alte professionalità della scuola (Anp), secondo il quale l’abolizione dello studio della Divina Commedia “non avrebbe senso”; diversamente, ha detto, “può averne corredare l’apparato critico che l’accompagna in materia di razzismo, omofobia, islamofobia e simili, tenendo comunque presente che l’opera di Dante non può certo essere giudicata con i criteri di oggi”.

Anche un attore di teatro come Gigi Proietti è intervenuto nel dibattito, esprimendo a sua volta perplessità e anche una certa incredulità. “La Divina Commedia l’ho studiata a scuola, come tutti e con i limiti di tutti – ha detto – l’ho riletta da adulto rivalutandola e poi l’ho interpretata da attore e non mi pare proprio di essere diventato razzista né omofobico. E poi per gli italiani Dante è l’Italia, in qualche modo la rappresenta”. ”Che Dante sia una colonna portante della nostra cultura, della nostra lingua, non c’è certo bisogno che lo dica io. E’ ridicolo giudicarlo con il metro di oggi e poi io diffido sempre di coloro che dicono che bisogna eliminare qualcosa”.

“Ma è uno scherzo?” ha chiesto Edoardo Nesi, scrittore, Premio Strega nel 2011.  “Il nostro passato non si cancella. La Divina Commedia fa parte della storia della letteratura mondiale: bisognerà che questa idea revisionista che gira per il mondo si plachi prima o poi. E che qualcuno rientri nel senso comune”. ”E’ come se si volesse raddrizzare la Torre di Pisa – aggiunge lo scrittore – come se il passato dovesse essere piegato alle esigenze più bizzarre del presente. Sono del tutto contrario a queste proposte”.

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