Perché nessuno alza un dito se la Siria è in fiamme

Israele

di Renato Coen

Un esercito debole e asservito. Un dittatore sanguinario, incapace di gestire il cambiamento. Migliaia di morti nelle piazze. Eppure nessun paese occidentale interviene. A prevalere è il timore di un nuovo regime governato dai Fratelli musulmani che rafforzerebbe l’asse con Teheran e Beirut

La Siria non potrà più tornare indietro. Lo dicono i dissidenti siriani all’estero, gli esperti di affari internazionali, sembra lo stiano capendo anche alcuni membri del regime.

Ma come andranno a finire le rivolte che hanno infiammato le strade di Deraa, Homs, Damasco, Banias, Latakiya nessuno lo sa.

Le rivoluzioni vere forse sono proprio quelle imprevedibili. Le grandi svolte storiche che cambiano il mondo sono spesso riconosciute tali solo dopo che avvengono, prima e durante sono inaspettate e poco intellegibili e docodificabili.

E così il mondo si scopre ancora una volta totalmente impreparato a relazionarsi a quello che sta avvenendo in Siria. Dopo essere stati tutti sorpresi dalla caduta di Ben Alì e Mubarak, dopo aver visto la Libia spaccarsi in due in appena due settimane ed essere quindi intervenuti in una guerra dagli esiti incerti, i principali attori della comunità internazionale sembrano quasi imbambolati, inermi di fonte alla crisi del regime di Damasco e alla sua violentissima reazione.

Bashar el Assad, il giovane rais andato al potere quasi per caso dopo la morte del padre Hafez e la fine prematura di suo fratello, era stato salutato da molti all’inizio come l’esempio del nuovo corso riformista arabo. L’occidente sperava di aver trovato in lui un leader illuminato e pragmatico. Col passare degli anni in molti hanno rivisto questo giudizio, ma non è cessato verso di lui un atteggiamento sostanzialmente bonario. “Lui non è cattivo ma è il suo entourage che gli impedisce di cambiare politica”, dicevano in molti. “Chi comanda in Siria sono suo cognato e il fratello minore, Bashar non ha grande carisma” aggiungevano altri analisti.

Ed anche ora che le sue milizie uccidono gli oppositori a centinaia, l’esercito spara con i cannoni sulla folla, i cecchini uccidono a sangue freddo i civili per strada e migliaia di attivisti vengono rinchiusi e torturati, molti politici europei e americani insistono nel nutrire speranze verso il presidente siriano. “Ci auguriamo che ascolti le istanze di libertà della gente, che apra alla democrazia”, dicono in imbarazzate dichiarazioni. E permane sempre una certa percentuale di analisti che reputa Assad un povero e mite inetto nelle mani di parenti estremisti che ordinano le repressioni.

Se non fosse tragico, sarebbe quasi comico. Ci immaginiamo un Bashar disperato che non sa come fare per dimostrare di essere cattivo sul serio. Non bastano quasi 1000 manifestanti uccisi e migliaia di feriti ed arrestati, no, il mondo non vuole proprio concedergli di essere un dittatore sanguinario. Europa e Stati Uniti neanche gli hanno comminato le sanzioni economiche che hanno riservato al fratello e ad altri 12 membri del regime.

Il problema vero è che le diplomazie occidentali non sembrano avere i necessari strumenti di conoscenza  per poter prendere una posizione netta ed influire in qualche modo sugli eventi siriani.

Nessuno sa a cosa porterebbe un’eventuale fine del regime alawita degli Assad. Certamente la maggioranza sunnita prenderebbe il potere. E chi prevarrebbe? I Fratelli musulmani, come sempre ben organizzati? Un regime democratico su modello turco? Altri gruppi estremisti? E che atteggiamento avrebbe l’eventuale nuova Siria nei confronti del Libano, di Israele, del conflitto mediorientale? Come si distanzierebbe dall’Iran?

Sangue e repressione

Sono questi i quesiti che osservatori e opinionisti israeliani si stanno ponendo in queste settimane dalle colonne di quotidiani ai dibattiti televisivi. Domande simili a quelle che ci si è posti, ed ancora ci si pone a proposito dell’Egitto, ma tra i due paesi c’è una differenza importante. In Egitto, il garante del cambiamento, e della continuità è stato l’esercito, che ancora detiene in maniera temporanea il potere. Sono state le forze armate a dominare la scena con Mubarak, e sempre loro a costringere il rais alle dimissioni. L’esercito ha sempre goduto di grande rispetto tra la popolazione egiziana. I soldati sono i figli di tutti, non hanno sparato sui giovani di piazza Tahrir, non sono espressione di un’oligarchia religiosa al potere. In Siria invece l’esercito non può assicurare continuità col passato. Un eventuale caduta del regime travolgerebbe anche le forze armate siriane, almeno nella loro attuale natura. L’esercito è la colonna portante del potere della minoranza alawita che governa il paese da 41 anni. Probabile quindi che non costituirebbe un elemento di stabilità e continuità in grado di gestire una transizione.

Che cosa fare quindi? A fronte di una simile repressione nei confronti di civili inermi il mondo libero non dovrebbe avere dubbi a cercare di fermare un tale massacro. Ma sembra quasi che Europa e Stati Uniti mostrino di sentirsi in qualche modo garantiti da Assad. Sì, è un alleato strettissimo dell’Iran, aiuta Hezbollah in Libano, ma allo stesso tempo ha anche aperto alla possibilità di una pace con Israele ed aveva iniziato un percorso (ora interrotto da Bruxelles), di collaborazione economica con l’Unione europea.

Anche Israele non sembra avere grande fretta di vedere la fine di Assad. Un governo sunnita guidato dai Fratelli musulmani potrebbe risultare molto più pericoloso per lo Stato ebraico. Nessuno in Siria guarda con simpatia ad Israele e alla sua conquista del Golan, in molti ricordano le guerre del ‘67 e del ‘73 e una Siria democratica non sarebbe certo filo sionista. Meglio quindi aspettare e vedere quel che accade. A Gerusalemme però gli addetti alla sicurezza hanno paura che salga la tensione al confine. Lo Stato ebraico teme di essere usato come diversivo da Damasco che potrebbe avere interesse ad uno scontro armato per far cessare le proteste in nome dell’unità nazionale. Per questo è stato alzato il livello di allerta in Golan e in tutto il confine nord orientale del paese.

Tutti in Israele rimangono quindi col fiato sospeso, spettatori di una rivolta che, più la si reprime brutalmente, più mostra di rafforzarsi. Mentre i ragazzi arabi di Tunisia, Egitto, Libia, ed ora Siria lo hanno ripetuto più volte: vogliono più libertà, più democrazia, meno corruzione. Sono stufi di vedere uomini di affari multimilionari imparentati con dittatori e governanti che continuano ad accumulare denaro mentre gran parte della popolazione è poverissima. Sono stufi gli universitari, i blogger, i professionisti di essere ignorati da regimi abituati alle grandi masse arabe prive di istruzione di decenni fa. Molti degli arabi che animano le rivolte contro i loro regimi sognano di vivere liberi come gli occidentali con i quali ormai interagiscono su internet, non vogliono rinunciare alla loro identità ma aggiornarla al XXI secolo. In Siria i ragazzi guardano alla vicina Turchia come modello di democrazia musulmana. E mostrano quindi sorpresa quando proprio i governi dei paesi liberi balbettano mentre Assad li fa massacrare, e quando la polizia turca rispedisce indietro, nelle mani delle guardie armate, i civili siriani che avevano cercato di scappare sul suo territorio.

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