Il presidente israeliano Reuven Rivlin

Netanyahu, Gantz, Lieberman: radiografia politica di tre leader “miopi” e inconcludenti

Israele

di Aldo Baquis, da Tel Aviv

Non ci sono innocenti in questa querelle elettorale, tutti colpevoli di egocentrismo. È la più grave crisi istituzionale dello Stato d’Israele dalla sua fondazione: non era mai capitato che in meno di un anno si andasse alle elezioni tre volte, per l’incapacità dei leader politici
di formare un governo stabile. E mentre Israele viaggia ormai da mesi con il freno a mano tirato,
si guarda con impazienza al voto di marzo, sperando in un miracolo

All’inizio di dicembre, alla vista dell’incapacità dei leader politici di trovare un terreno di intesa per formare un governo stabile, al capo dello Stato Reuven Rivlin è tornata in mente la Canzone del quartiere di Haim Hefer, che esprimeva le inquietudini dei giovani sabra dei primi anni Sessanta. “Non vogliamo andare a dormire – cantavano allora, con un allegro tono di sfida. – Vogliamo impazzire. Faremo detonare il quartiere”. «Voi – ha detto adesso Rivlin rivolgendosi a Benyamin Netanyahu, Benny Gantz e Avigdor Lieberman – avete dormito per oltre due mesi. Volete impazzire, va bene, impazzite. Ma perché – si è chiesto – trascinare con voi tutto il popolo d’Israele?». Dopo le elezioni inconcludenti del 9 aprile e dopo quelle pure inconcludenti del 17 settembre, Israele tornerà per la terza volta alle urne ai primi di marzo. Saranno altri esami di riparazione per quei tre leader, già mostratisi inferiori ad ogni aspettativa.

Netanyahu – Dalle elezioni di settembre il Likud è uscito secondo, distanziato di un seggio da Blu-Bianco, il partito di Benny Gantz (32 il primo, 33 il secondo). Rivlin ha egualmente affidato a Netanyahu l’incarico di formare un governo: ma – come dopo le elezioni di aprile – il Likud non è riuscito a raccogliere i 61 seggi (in una Knesset di 120 deputati) che sono la quota minima per garantire la fiducia a un nuovo governo.
Il Likud era sostenuto da due partiti ortodossi (16 seggi) e da una lista nazional-religiosa (7). In tutto, 55 deputati. Il governo omogeneo di destra era a portata di mano: bastava solo che Lieberman (8 seggi) desse una mano. Ma la ciambella di salvataggio non è giunta, e “King Bibi” è andato a picco.
Quando è stata poi la volta di Gantz di cercare di formare un governo unitario, i numeri apparivano eloquenti: Blu-Bianco e Likud assieme disponevano di 65 seggi, perfettamente collocati al centro della area politica. Dunque non avrebbero avuto bisogno di favori da alcun altro partito.

La prova di forza di Netanyahu
Ma Netanyahu ha allora stabilito che lui al tavolo delle trattative non rappresentava solo i 32 deputati del Likud, ma tutti i 55 deputati delle svariate destre. Un espediente escogitato per impedire che Gantz si aggiudicasse per primo la carica di premier in un governo di alternanza, unitario e laico. Ma su quella astuzia sono naufragate le trattative successive.
Quando alla fine di novembre il procuratore generale dello Stato Avichay Mandelblit ha poi annunciato l’incriminazione di Netanyahu per corruzione, frode e abuso di ufficio in tre diverse vicende – indagate per anni dalla polizia, che almeno in teoria potrebbero prefigurare anni di reclusione – il premier ha reagito con un intervento televisivo al vetriolo in cui ha denunciato un “tentativo di golpe di potere”. «Ho molto rispetto per la magistratura, ma bisogna essere ciechi per non vedere che lì succede qualcosa di non buono. La gente – ha proseguito Netanyahu, trasformatosi all’istante da accusato in accusatore – ha perso fiducia nella polizia e nella magistratura. Contro di me sono state condotte indagini inquinate. Non cercavano la verità, cercavano me. Hanno creato dossier ad arte, su misura». Poi ha lanciato, alla base del partito, parole d’ordine pericolose: «La menzogna non vincerà. Bisogna indagare la magistratura e gli inquirenti».
La settimana successiva i seguaci del Likud (15 mila, secondo le stime del premier) si sono radunati davanti al museo di Tel Aviv da dove hanno scandito slogan di rabbiosa ostilità verso i media, la polizia e la magistratura. Un giornalista è stato aggredito, alcuni magistrati si spostano adesso con la scorta.
Il Netanyahu-statista, che frequenta i salotti dei potenti del mondo, in casa si è rivelato in questa circostanza un politico miope e vendicativo.

Benny GantzGantz – Nel suo primo anno nella politica attiva Benny Gantz, un ex capo di Stato maggiore, è riuscito ad ottenere la maggioranza relativa nella seconda tornata elettorale, ma ha fallito la missione principale: quella di formare un governo capace di ottenere la fiducia del Parlamento. Analisti ne hanno attribuito la colpa a sfavorevoli rapporti di forza in Parlamento. Ma finora la sua mancanza maggiore risulta essere piuttosto la vaghezza dei suoi progetti politici. Se avesse formato un governo, come avrebbe agito? «Siamo tutti affratellati dalla speranza di vedere una società compatta e unitaria. Vogliamo un governo unitario di riconciliazione», ha detto a novembre nel raduno di Tel Aviv in cui è stato commemorato il 24° anniversario dell’assassinio di Yitzhak Rabin.

Gantz, “il nuovo Rabin”
In quella e in altre occasioni Gantz è stato presentato come “il nuovo Rabin”, l’ex militare di carriera lanciatosi nella politica per forgiare il futuro del Paese. In alcuni poster gli occhi di Rabin sono stati addirittura dipinti di azzurro per renderli simili a quelli di Gantz. Ma mentre il Rabin vero parlava fuori dai denti, il suo epigono si sforza di non infastidire mai nessuno, di non prendere posizioni nette.
Sulla politica da mantenere verso Gaza, ha criticato la decisione di Netanyahu di autorizzare trasferimenti mensili di milioni di dollari dal Qatar a Hamas, a beneficio della popolazione della Striscia. Una volta al potere, Blu Bianco userebbe verso Hamas un “bastone” ben più potente – ha avvertito – prima di pensare ad eventuali “carote”.
Sul futuro degli insediamenti, Gantz è rimasto evasivo, anche perché uno dei leader del partito (Moshe Yaalon, ex ministro della difesa del Likud) è favorevole alla loro espansione, sia per motivi tattici sia per ragioni di principio. Anche sulla estensione della legge israeliana alla Valle del Giordano – che negli ultimi tempi sta molto a cuore a Netanyahu, e che ha destato il massimo allarme a Ramallah e ad Amman – Blu Bianco ha espresso posizioni possibiliste.
Se Gantz e compagni si sono fissati una missione precisa, in alternativa al Likud, una volta giunti al potere, l’israeliano della strada – che pure ha dato loro oltre un milione di voti – ignora quale essa possa essere con esattezza.

Lieberman – L’uomo politico che si vanta di essere sempre coerente con se stesso («Un uomo di parola») in questa fase si è adoperato per un governo “unitario liberale” che doveva comprendere Likud, Blu Bianco e il suo partito Israel Beitenu. In ripetute occasioni si è scagliato contro “i messianici” nazional-religiosi e contro gli ebrei ortodossi che, a suo parere, dissipano colpevolmente le risorse del Paese senza contribuire né alla sua difesa né alla sua ricchezza.
Non ha peraltro dimenticato di qualificare la minoranza araba in Israele come una “quinta colonna” in agguato, pronta a venire allo scoperto se Israele si trovasse un giorno in stato di difficoltà.
In passato Lieberman aveva cavalcato l’onda della protesta della estrema destra (quando il soldato Elor Azaria fu processato per aver ucciso a Hebron un attentatore palestinese che giaceva a terra ferito), per poi assumere la carica di Ministro della Difesa nel governo di Netanyahu. Aveva avuto lunghi periodi di collaborazione con i nazional-religiosi (che adesso schernisce come “messianici”) e con i partiti ortodossi (a cui ora affibbia l’epiteto di “ricattatori”).

“Che cosa vuole Lieberman?”
Dopo le elezioni di settembre Lieberman avrebbe facilmente ottenuto la carica di vicepremier, da dove avrebbe potuto attendere con comodo gli sviluppi delle traversie giudiziarie di Netanyahu. Invece, ha puntato i piedi e si è rifiutato di entrare in un governo omogeneo di destra. Ma cosa vuole in definitiva questo Lieberman?, si chiedono alla Knesset.
Una possibile risposta è stata suggerita su Israel ha-Yom (un giornale molto ben disposto verso Netanyahu) in un articolo a tutta pagina intitolato: “Lieberman: l’agente del caos”. Dopo aver ricostruito i suoi 30 anni di zig-zag politici, l’editorialista ha maturato la sensazione che “la continua destabilizzazione è divenuta per lui un metodo, raggiungendo l’apice nel settembre 2019”. Dopo le elezioni del 2009, ha ricordato, “andò all’estero e interruppe i contatti”. Lieberman è originario della Moldavia, parla russo e mantiene legami di amicizia in molte capitali dell’Est Europa.
Anche dopo il voto dell’aprile 2019, Lieberman sparì dalla circolazione in alcuni giorni critici. “Cosa fece esattamente là – si è domandato il giornale – in Bielorussia e in Austria?”. Per prudenza il giornale non ha fatto nomi espliciti, ma nel mondo politico israeliano la mappa dei legami esteri di Lieberman è piuttosto nota. E così ha concluso il giornale: “Non si sfugge al pensiero che Lieberman preferisca il caos a ogni iniziativa politica razionale, di destra o di sinistra. Quando si esamina il suo inspiegabile itinerario (politico), difficile non chiedersi se e quale interesse estraneo lo sospinga”.

Israele in stallo
Da un anno, la politica e l’economia di Israele viaggiano col freno a mano tirato. La Knesset ha cessato di legiferare. In assenza della finanziaria per il 2020, i ministeri si avviano verso una graduale paralisi. Progetti nazionali si arenano. Dal sistema sanitario giungono con crescente frequenza segnali di allarme. Il traffico nelle strade è sempre più convulso. Per sbrogliare la matassa occorre adesso attendere i risultati delle elezioni di marzo. Ma nei sondaggi appaiono confermati, nella sostanza, i rapporti di forza emersi a settembre. Il futuro del Paese sarà allora affidato di nuovo a tre dirigenti che al capo dello Stato Rivlin hanno già dimostrato in maniera convincente di essere al di sotto di ogni aspettativa.

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