Quattro soldati rimasti ucci nel sud del Libano. Ripetuti lanci di missili balistici dall’Iran verso il centro di Israele. Le sirene hanno suonato in tutto il Paese, inclusa Gerusalemme. Qualche ferito, di cui due bambini gravi. Ma, nonostante la pressione militare, il messaggio che emerge è quello di un Paese che continua a funzionare. Aspettando la festa di Pesach.
La giornata di mercoledì 1 aprile 2026 si apre con il dolore per i combattimenti di ieri nel sud del Libano. È stata autorizzata la pubblicazione dei nomi di quattro soldati dell’IDF caduti in battaglia: il capitano Noam Madmoni, 22 anni, di Sderot; il sergente maggiore Ben Cohen, 21 anni, di Lehavim; il sergente maggiore Maksim Entis, 21 anni, di Bat Yam; il sergente maggiore Gilad Harel, 21 anni, di Modiin Maccabim-Reut.
I militari della brigata Nahal erano impegnati in un’operazione nel sud del Libano quando hanno incontrato terroristi a distanza ravvicinata. Durante l’evacuazione dei feriti, è stato lanciato un missile anticarro, mentre le forze israeliane hanno risposto con carri armati e attacchi aerei.
A queste perdite si aggiunge quella del giovane sergente Moshe Yitzchak HaCohen Katz, 22 anni, combattente della brigata paracadutisti e ole hadash dal Connecticut. Il giovane israelo-americano è caduto sabato 28 marzo in Libano, a poche settimane dal completamento del suo addestramento.
Mattina sotto attacco: missili iraniani e feriti a Bnei Brak
La mattina del 1° aprile è stata segnata da ripetuti lanci di missili balistici dall’Iran verso il centro di Israele. Le sirene hanno suonato in tutto il Paese, inclusa Gerusalemme.
L’episodio più grave si è verificato a Bnei Brak, dove un attacco con submunizioni ha colpito un’area urbana. Almeno 14 persone sono rimaste ferite, tra cui una bambina in condizioni critiche ed un altro bambino gravemente ferito.
Nei lanci successivi, invece, i sistemi di difesa israeliani hanno intercettato i missili o li hanno fatti cadere in aree aperte, evitando ulteriori vittime.
Risposta militare: attacchi in Iran e avanzata verso il Litani
Nel corso delle ultime 24 ore, l’IDF ha intensificato le operazioni. Oltre 150 caccia hanno colpito Teheran, prendendo di mira infrastrutture militari e siti di produzione di armi. Attacchi mirati hanno causato blackout energetici nella capitale iraniana e sono state colpite strutture legate ai Pasdaran, inclusi centri di ricerca e sviluppo
Secondo le valutazioni, uno degli attacchi precedenti a Isfahan avrebbe utilizzato bombe bunker-buster da 900 kg per colpire una “città missilistica” sotterranea.
Sul fronte nord, Israele sta consolidando la propria presenza. Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che l’IDF si posizionerà in una zona di sicurezza all’interno del Libano fino al fiume Litani, con controllo operativo sull’area.
Anche il primo ministro Benjamin Netanyahu ha confermato la volontà di ampliare la fascia di sicurezza e cambiare radicalmente la situazione lungo il confine.
Operazioni contro Hezbollah e Hamas
Le forze israeliane hanno continuato le operazioni offensive. La brigata Givati ha eliminato terroristi di Hezbollah che tentavano di piazzare ordigni e lanciare mortai. Sono stati sequestrati missili anticarro e materiali esplosivi.
L’IDF ha colpito cellule operative travestite da paramedici, mentre a Gaza sono stati eliminati terroristi di Hamas.
La strategia è chiara: neutralizzare le capacità operative dei proxy iraniani su tutti i fronti.
Decisioni interne: approvata la pena di morte per terrorismo
Sul piano interno, il Parlamento israeliano ha approvato una legge che introduce la pena di morte per i terroristi responsabili di attacchi mortali.
La misura, sostenuta dal governo, rappresenta un cambiamento significativo nella politica giudiziaria israeliana e arriva in un momento di guerra aperta, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la deterrenza.
Tensioni diplomatiche e sicurezza
Non sono mancate le polemiche internazionali, in particolare dopo le restrizioni all’accesso alla Chiesa del Santo Sepolcro. Diversi Paesi europei hanno criticato la decisione.
Israele ha risposto chiarendo che si tratta esclusivamente di misure di sicurezza, legate al rischio concreto di attacchi missilistici nella Città Vecchia, e ha annunciato un piano per consentire l’accesso nei prossimi giorni.
Un Paese sotto attacco che continua a vivere alla vigilia di Pesach
Nonostante la pressione militare, il messaggio che emerge è quello di un Paese che continua a funzionare.
Missili, sirene e, poche ore dopo, persone che tornano nelle strade, nei bar, nella vita quotidiana.
È questa la realtà israeliana: vivere, reagire e andare avanti anche sotto il fuoco.
Questa giornata si chiude mentre Israele entra in Pesach, la festa della libertà.
Tra lutto, guerra e resilienza, il Paese si prepara a celebrare Pesach con la consapevolezza del prezzo pagato e della determinazione a difendersi.



