Emergenza coronavirus in Israele

Coronavirus, l’editorialista del JPost: “Israele è sopravvissuto a guerre e missili, è pronto per superare anche questo”

Israele

di Roberto Zadik
È un periodo decisamente tormentato per il mondo e per Israele e in questi giorni, massimo impegno governativo e sanitario, dalla politica alla medicina, per contrastare questa pandemia da Coronavirus, che sembra inarrestabile nella sua diffusione e nel crescente numero di contagi anche nello Stato ebraico.  In tema di cifre “israeliane” alcuni media, come Ynet Haaretz, attestano, riportando gli aggiornamenti forniti dal Ministero della Salute, oltre 200 contagi raggiunti, quasi raddoppiati rispetto ai 109 di giovedì sera e ai 164 di sabato.  Giorni di precauzioni e restrizioni, di chiusura totale di scuole, musei e negozi, cinema come sottolinea il Times of Israel e Netanyahu, che invita la popolazione a “abituarsi a un nuovo stile di vita”.

In tutto questo, sul Jerusalem Post domenica 15 marzo è uscito un editoriale dell’autorevole giornalista ebreo americano naturalizzato israeliano Herb Keinon che si è approfonditamente espresso sull’attuale emergenza sanitaria. “Israele è sopravvissuto a guerre e missili, è pronto per superare anche questo” ha esordito il cronista che ha ricordato alcune importanti considerazioni. “Stiamo testimoniando un fondamentale cambiamento nelle nostre vite” ha aggiunto Keinon “rinunciando ad alcune abitudini come contatti sociali, viaggi, scuola, lavoro e preghiere, che sono state sospese”. Con questo virus che secondo Keinon tutto è cambiato e  “da giorni le nostre conversazioni, i nostri pensieri e perfino i sogni sono dominati da questa nuvola pesante che oscura tutto quanto”.

L'editorialista del JPost Herb Keinon

L’editorialista del JPost Herb Keinon

Nel testo del suo intervento egli ha evidenziato come “forse ci vorrà la scoperta di un vaccino o l’arrivo di un’estate umida e rovente per far scomparire questa piaga”. In tema delle peculiarità di Israele rispetto alle società occidentali, il Paese , “avendo passato varie crisi nel  suo passato, Israele e i suoi cittadini sono maggiormente preparati alle emergenze rispetto alle società occidentali che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non sono state più costrette a queste restrizioni Draconiane”.

Un editoriale lucido e schietto dove egli ha ricordato vari momenti di tensione della storia israeliana, la Guerra del Golfo del 1991 in cui il dittatore Saddam Huissein ordinava di lanciare i missili Scud e la gente viveva con maschere a gas, asserragliati nelle loro abitazioni tenendo i figli lontani dalle scuole e dagli asili.  Il giornalista ha evidenziato però come, mentre a quei tempi, Nachman Shai, portavoce dell’esercito, cercava di tranquillizzare gli animi, l’attuale Ministro della Salute, Moshe Bar Siman Tov, invece alza il livello di tensione enfatizzando le misure preventive, la distanza di due metri fra le persone, il regolare lavaggio delle mani e la permanenza a casa quanto più tempo possibile. Nonostante questo ha elogiato l’impegno del Ministero e del sistema sanitario che sta cercando di “contrastare al meglio questa emergenza, evitando il collasso ospedaliero che porterebbe al disastro nazionale”.

Nella sua analisi ha ricordato altre fasi difficili del Paese come la Seconda Intifada e i terrificanti attacchi suicidi  ma lì “la gente veniva incoraggiata a continuare con le loro vite e le attività commerciali e le strutture rimanevano aperti nonostante tutto”. Successivamente Keinon ha puntualizzato come “qui si tratta di qualcosa di completamente diverso”. “Quello che rende più difficile tutto quanto” ha affermato “ è l’imprevedibilità di questo virus, brutale, nascosto e spietato che sta alterando le nostre vite come se fossimo in un film di fantascienza” anche se “forse la disciplina e la solidarietà mostrare nei momenti difficili possano aiutarci a superare questo momento”.

 

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