Gerusalemme

Israele: alle radici del cambiamento. La svolta politica, i nuovi scenari. La cover di Bet Magazine

Israele

di Avi Shalom, da Gerusalemme

Folle oceaniche sul Monte Meron. La passeggiata di Ben Gvir sulla Spianata e cinquantamila ebrei saliti sul Monte del Tempio nel 2022. Infine, un milione di israeliani affluiti al Kotel a ottobre, per Sukkot. Cifre record, mai viste. Frutto di una spinta redentiva e messianica come risposta a un’instabilità sociale sempre più acuta. Questo il terreno in cui affonda le radici il nuovo governo. Ma di che cosa parliamo quando diciamo “nuovo nazionalismo religioso”? Per capire, ascoltiamo le parole dei suoi stessi leader

Uno spirito nuovo aleggia in Israele negli ultimi anni, e di sicuro negli ultimi mesi. «Nei dieci giorni compresi fra il Capodanno e il digiuno del Kippur, un milione di fedeli sono affluiti al Muro del Pianto. Venivano da tutto il Paese. C’era chi proveniva da Kiryat Shmona, chi da Eilat. Hanno fatto anche quattro ore di viaggio in ciascuna direzione, pur di essere presenti alle cerimonie». In un colloquio dello scorso dicembre il rabbino del Muro del Pianto Shmuel Rabinovic era ancora pieno di meraviglia davanti a questa folla. «Una cifra da record. La stessa moltitudine si è ripresentata anche per Sukkot, ad ottobre». Il Muro del Pianto sembra peraltro avere una attrazione peculiare, sugli israeliani come sui turisti. «Nel 2003 i visitatori furono 3 milioni, che sono saliti a 12 milioni nel 2019, prima del Covid». Quest’anno si è tornati a questo livello.
Dalla finestra dell’elegante ufficio di Shmuel Rabinovic si ammira la Spianata antistante il Muro del Pianto. Volendo, si può quasi “toccare con mano” il Monte del Tempio, Har ha-Bait. Ossia anche la Spianata delle Moschee. Essendo ortodosso, il rabbino Rabinovic, che si trova a 200 metri di distanza, dice di non averci mai messo piede in vita sua. «Noi non possiamo entrarci, perché siamo impuri. Solo col Messia potremo purificarci», spiega, adducendo la posizione ufficiale e tradizionale del rabbinato israeliano.
Circa la visita sulla Spianata del Mini­stro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir (leader del partito di estrema destra Otzmà Yehudit, ossia Potenza ebraica), il rabbino Rabinovic si era detto contrario per principio. «Dal punto di vista della Halachà, io la trovo molto negativa. La visita di Ben Gvir non cambierà comunque lo status quo», aveva precisato. In ogni caso, aveva anche osservato, rispetto ai milioni di fedeli che tuttora pregano al Muro del Pianto, quelli che “salgono sul Monte” sono – a suo modo di vedere – una percentuale molto ristretta.
Ma secondo Makor Rishon, il giornale del sionismo religioso, “dopo decenni di letargo, il pubblico ebraico si risveglia”. Nel mese di ottobre, precisa, durante le feste solenni ebraiche, sono saliti sul Monte 7.384 ebrei religiosi. E nel corso dell’intero 2022 è stato raggiunto un record assoluto: 48.230 ebrei religiosi (su un totale di 300 mila visitatori che includono anche turisti ed escursionisti israeliani), contro i 14 mila del 2016. Più che triplicati. La tendenza è chiara, e le previsioni – secondo il giornale – lo sono altrettanto: “Il cambiamento è in corso di fronte ai nostri occhi meravigliati. Deriva dalla spinta interiore possente delle persone semplici che vi ascendono, nonostante le difficoltà frapposte dalle autorità. Altrimenti salirebbero sul Monte in centinaia di migliaia ogni anno, se non milioni”, scrive Makor Rishon.

«Per molti anni siamo saliti sul Monte in tre o quattro la settimana. Le ispezioni erano molto severe. Ci controllavano anche nelle tasche, perfino in bocca. Se in un anno salivamo in cento, era un miracolo», ha ricordato al settimanale nazional-religioso Be-Sheva il rabbino Yehuda Kreuser. Si tratta del rabbino che ha diretto il collegio Ha-Reayon ha-Yehudi (Il concetto ebraico) fondato dal rabbino oltranzista Meir Kahane, e che per decenni ha guidato spiritualmente Itamar Ben Gvir. «Oggi, ogni giorno, salgono in 200, recitano regolarmente Mincha e tengono lezioni di Torah».

La visita a sorpresa di Ben Gvir sul Monte del Tempio a gennaio, appena pochi giorni dopo la presentazione del governo, ha destato scalpore internazionale e forte preoccupazione da parte palestinese e di diversi Stati arabi, fra cui Giordania, Egitto, Emirati e Bahrein. Netanyahu ha assicurato che lo status quo non cambierà. Ma secondo il rabbino Kreuzer il concetto che deve ispirare Israele circa il Monte del Tempio è che la arrendevolezza è controproducente. «Quando noi diamo prova di forza – ha affermato – tutto poi si calma». E in prospettiva occorrerà, a suo parere, celebrare sacrifici pasquali sul Monte del Tempio. «In passato, per questa mia tesi, sono stato interrogato dalla polizia». Ma adesso che Ben Gvir è ministro e il figlio deputato alla Knesset, il rabbino Kreuzer spera che le cose cambieranno. «Dal punto di vista della Halachà – ha concluso – non c’è alcun problema per iniziare i sacrifici già domani».

Intanto, gli ebrei ortodossi mostrano di sentirsi sempre più consapevoli di aver conquistato un ruolo centrale nella società israeliana, dopo aver mantenuto per decenni uno status di marginalità. La demografia fa la sua parte: secondo dati diffusi di recente dall’Istituto israeliano per la democrazia (Idi) gli ebrei ortodossi sono oggi 1,28 milioni, il 13,5 per cento degli israeliani. Il loro tasso di crescita è del 4 per cento: il più elevato fra le diverse componenti del Paese. Entro la fine di questo decennio saranno il 16 per cento degli israeliani. Il loro peso specifico è inequivocabile. In occasioni particolari – come nei funerali di grandi rabbini o nei pellegrinaggi annuali sul Monte Meron, in Galilea – il loro fervore religioso si combina a una impressionante capacità logistica che consente, in poche ore, a decine di migliaia di persone, di convergere nello stesso posto, dando vita a vere fiumane umane.

Nei loro agglomerati urbani lo Stato laico di Israele si fa da parte. Può accadere (come a Beit Shemesh) di vedere marciapiedi separati per uomini e donne, o anche un divieto di transito alle donne nelle immediate vicinanze di un collegio rabbinico. Nei loro autobus gli uomini siedono davanti, le donne dietro.
Schematizzando molto: meno frequenti fra gli israeliani che orbitano su Tel Aviv, questi assestamenti profondi nella società israeliana riguardano piuttosto quanti fanno riferimento all’area geografica che spazia fra Gerusalemme e la Giudea-Samaria. In collegi rabbinici nazional-religiosi si insegna che la nascita dello Stato d’Israele – con il ritorno degli ebrei a Sion dopo 2000 anni nella Diaspora – rappresenta la realizzazione della profezia di Geremia e che si tratta di un evento storico talmente sconvolgente nella storia del popolo ebraico da poter essere accostato all’Esodo dall’Egitto. Si insegna anche che la Guerra dei Sei giorni – ossia “la liberazione della Giudea-Samaria” – era stata profetizzata da un importante rabbino di Gerusalemme e che essa stessa era espressione di una precisa volontà divina. In quei collegi rabbinici si discute di una “salvazione” (Gheulà) ritenuta già in atto, e di messianesimo. Si afferma che il sionismo laico, avendo esaurito il suo ruolo nella storia dell’ebraismo, è destinato ad uscire di scena e si polemizza anche con il mondo ortodosso, ritenuto troppo passivo. Si vagheggia anche una mahapechà emunit, una rivoluzione nella fede, che sarebbe adesso nell’aria.

Come spiega lo studioso Tomer Persico (autore del libro Un uomo ad immagine di Dio), notevoli evoluzioni sono in corso nello stesso sionismo religioso. In passato il cosiddetto Mizrahi era una forza sionista moderata, più colomba che falco, anche con venature di socialismo. Era una forza “modernizzatrice”, aperta al mondo laico e alle novità. Adesso al suo interno si è imposta una corrente più “rigorista” e rigida (‘Harda”l’, ossia con influenze degli haredim ortodossi) che vede con ostilità il liberalismo occidentale in varie forme: il femminismo, l’emancipazione del movimento Lgbt, l’individualismo, il concetto per Israele di uno “Stato di tutti i cittadini”. Sarebbe quindi la modernità occidentale quella da ridimensionare.

Uno dei personaggi emergenti nel nuovo governo Netanyahu è Amichay Shikly, dello schieramento nazional-religioso. Nelle elezioni precedenti era nel partito di Naftali Bennett, Yemina. Nel frattempo è approdato nel Likud ed è stato nominato Ministro per la Diaspora e per l’Eguaglianza sociale. In un discorso pronunciato nel marzo scorso, su invito di una organizzazione nazionalista, Shikly ha rilevato fra l’altro che, nel corso della Storia, il popolo ebraico ha dovuto misurarsi con imperi diversi. «Così avvenne con l’impero egizio, – ha detto testualmente – con gli Assiri e con i Babilonesi, con i Greci e con i Romani e, trascorso un lungo periodo – anche con l’impero della Germania nazista. Oggi – ha proseguito – ci confrontiamo con un altro impero, ma la lotta è diversa. Il popolo ebraico non ha ancora notato la lotta ingaggiata contro di lui dall’Impero occidentale. Esso non ci manda contro legioni armate e non intende distruggerci fisicamente. Ma quell’impero, mediante una forza morbida, vuole cancellare la nostra identità nazionale, destabilizzare la nostra sovranità politica, espellerci dai lembi della terra patria in Giudea-Samaria. In parole povere, vuole fare a pezzi l’impresa sionista».

Chi sono dunque i nuovi nemici che tramano contro Israele?
Sono i governi stranieri e Ong che finanziano attività sociali in Israele e fra i palestinesi, che sostengono la emancipazione politica della minoranza araba in Israele o che premiano libri o film di autori israeliani “liberali”. Queste attività avranno, prevedibilmente, spazi sempre più limitati in Israele, mentre in parallelo – secondo Shikly – nelle scuole e nei media crescerà la divulgazione sistematica e capillare dell’ebraismo. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche il viceministro Avi Maoz, leader del partito fondamentalista ebraico Noam, che ha avuto da Netanyahu l’incarico di costituire nell’ufficio del primo ministro una “Autorità per l’identità ebraica nazionale”. Finanziata con 150 milioni di shekel questa Autorità – secondo quanto anticipato da Maoz – cercherà di depurare i programmi scolastici da influenze “impure” provenienti dall’Occidente, che secondo lui mirano ad oscurare il carattere ebraico di Israele.
Di fronte a questi sviluppi una “colomba” nazional-religiosa, un politico che ha chiesto di non essere citato per nome, ha espresso apprensione: questo atteggiamento di confronto con l’Occidente e di ostilità ai suoi valori rischia di approfondire le lacerazioni interne in Israele, nonché di isolarlo sul piano internazionale. Inoltre, secondo la “colomba” nazional-religiosa, la linea intransigente dell’ortodossia ebraica, che accomuna il rabbino Rabinovic e Shikly, rischia di alienare le comunità ebraiche conservative e riformate negli Usa. Le sue, ha avvertito, sono comunque al momento posizioni di minoranza: non solo sul piano nazionale, ma anche nel salotto di casa sua.