Da sinistra, Beniamin Netanyahu, Reuven Rivlin e Benny Gantz

Caos Israele: il governo “del coronavirus” è allo sbando

Israele

di Avi Shalom
Tel Aviv – Varato a maggio nel tentativo di riunire le forze per combattere la pandemia, il “governo di emergenza e di riconciliazione” composto dal Likud, dai centristi di Blu-Bianco e delle liste ortodosse pare giunto al capolinea. A fine dicembre la Knesset discuterà lo scioglimento anticipato della legislatura. Uno sviluppo che, se confermato, significa che sfuma la alternanza alla carica di premier fra Benyamin Netanyahu ed il leader centrista Benny Gantz, fissata per il novembre 2021 e su cui si fondava l’intesa fra i due partiti principali. Con tutta probabilità il Paese tornerà al voto nel 2021: le quarte elezioni in due anni. La emergenza sanitaria e la crisi economica (avvertita in modo più acuto da 700 mila famiglie nei ceti medio-bassi, ossia da 2,4 milioni di persone) avrebbero dovuto forse indurre i dirigenti politici di Israele ad un atteggiamento più calcolato. Alla fine restano determinanti gli interessi settoriali ristretti.

Un governo pachidermico

Il governo-mammuth costruito da Netanyahu e Gantz era partito con un numero record di ministri (36). Fin dall’inizio faceva temere che sarebbe stato afflitto da liti interne continue, da estenuanti conflitti di potere e da una buona dose di inefficienza. Spesso le sedute di governo si sono protratte per giorni, per poi concludersi magari senza risoluzione alcuna. L’esempio più recente: un lockdown nazionale notturno per Hanukà, preannunciato a gran voce da diversi ministri, è stato annullato poche ore prima dell’inizio della festività quando il governo ha dovuto ammettere che comunque non avrebbe ridotto i contagi.

Altro esempio: le multe pesanti minacciate a chi teneva aperti istituti educativi in contravvenzione con le limitazioni delle autorità sanitarie, multe erose col tempo su pressione dei partiti ortodossi e poi peraltro mai imposte.

Nella lotta al coronavirus, hanno ripetuto esperti del ministero della sanità, è fondamentale ottenere la cooperazione attiva del pubblico. Perché essa si materializzi, occorre dar prova di una leadership determinata, proiettata verso obiettivi chiari. I continui zig-zag del governo (fra cui la chiusura di piccoli negozi per impedire i contagi, in giorni in cui partivano invece per il Dubai aerei affollati di escursionisti) hanno molto minato la fiducia degli israeliani.

Ma l’insuccesso maggiore del governo Netanyahu-Gantz è stato non aver varato in tempo utile la finanziaria per il 2021. Nel 2020 il governo di unità nazionale si è barcamenato alla meno peggio, avendo ereditato una situazione anomala dal precedente governo di transizione di Netanyahu. Nulla invece impediva che la situazione venisse ovviata per il 2021, alla luce delle necessità impellenti legate al coronavirus. Le risorse, alquanto ridotte, dovrebbero adesso essere destinate con precisione secondo le priorità emerse nei mesi della aspra lotta al coronavirus. Inoltre l’esercito richiede fondi importanti per un piano di potenziamento per i prossimi anni, previsto da tempo. Invece il ministro delle finanze Israel Katz (Likud) ha tergiversato da agosto a fino a dicembre, senza che la questione fosse portata avanti. In un gesto di sfiducia nei suoi confronti, tre dirigenti del suo ministero hanno gettato la spugna.

I Ministeri si sentono tagliati fuori da Bibi

La vicenda ha molto allarmato i vertici militari. Già a maggio erano stati colti di sorpresa dalla volontà di Netanyahu di annettere porzioni della Cisgiordania, senza che prima ne avesse discusso le implicazioni con loro. I responsabili alla difesa si sono sentiti tagliati fuori anche dagli accordi con gli Emirati (che pure includevano importanti forniture dagli Usa di aerei da combattimento F35). In seguito Netanyahu ha compiuto una visita segreta in Arabia Saudita, senza informare né il ministro della difesa Gantz, né il capo di Stato maggiore gen. Aviv Kochavi.

Degli accordi col Marocco, Gantz e il ministro degli esteri Gavy Ashkenazi avevano avuto sentore dall’amministrazione Trump, mentre Netanyahu li aveva tenuti all’oscuro. Durante la visita del segretario di Stato Mike Pompeo, nella residenza ufficiale di Gerusalemme il premier Netanyahu ha voluto al suo fianco non il ‘premier alternato’ Gantz, bensì il suo figlio maggiore, Yair.

Da parte sua il ministero degli esteri si è visto tagliato fuori anche dai negoziati col Libano sul ‘confine marittimo’ fra i due Paesi: Netanyahu ha preferito affidare il dossier al ministro dell’energia Yuval Steinitz, suo fedele alleato nel Likud. Forte incertezza si avverte da tempo anche ai vertici della polizia (da due anni affidata ad un comandante ‘temporaneo’) e nel ministero della giustizia: è oggetto di continui attacchi da parte dell’entourage di Netanyahu, il quale si sente ingiustamente incriminato per corruzione e frode, e vittima di trame oscure.

In questa situazione di caos permanente, la classe politica ha aggiunto dosi abbondanti di acrimonia. La Lista araba unita è vicina ad una scissione, il glorioso partito laburista sta per estinguersi per sempre, le formazioni del nazionalismo religioso sono impigliate in un intrico di rivalità la cui natura è comprensibile solo a loro, e all’orizzonte si profila come nuovo astro nascente l’ex capo di stato maggiore Gady Eisenkot: come se in politica i suoi ex-colleghi Moshe Yaalon, Benny Gantz e Gaby Ashkenazi non avessero già ingoiato abbastanza bocconi amari. In questo contesto all’inizio di dicembre è maturata così una clamorosa frattura ai vertici del Likud, il partito che governa Israele (con alcune interruzioni) dal 1977.

Gideon Saar si separa

‘’Non posso più sostenere un governo guidato da Netanyahu né posso più sostenere il Likud se alla sua guida c’è Netanyahu’’ ha detto alla Nazione Gideon Saar. Ex ministro degli interni e dell’istruzione, Saar è cresciuto nella Destra ideologica più radicale. Nelle ultime primarie del Likud è stato uno dei più votati. Ma fra lui e il premier c’è ruggine. ‘’Negli ultimi anni – ha incalzato Saar – il Likud ha cambiato la propria fisionomia in maniera drammatica ed accelerata. E’ divenuto uno strumento a beneficio degli interessi del premier, inclusi quelli legati al suo processo’’. ‘’La fedeltà alla linea politica – ha proseguito – è stata sostituita da un culto della Persona’’. ‘’Da due anni – ha argomentato – siamo in una crisi politica prolungata, la più grave della nostra Storia. Le divisioni nel popolo si approfondiscono, il dibattito interno si è fatto sempre più velenoso, la fiducia del popolo nel sistema politico è in calo. La gestione del governo della pandemia di coronavirus è stata fallimentare’’. Quindi la conclusione inevitabile: ‘’Oggi Israele ha bisogno di unità e di stabilità. Netanyahu non può garantire né l’una né l’altra. E’ impellente sostituire il potere di Netanyahu’’.

Una descrizione a tinte fosche, non molto dissimile da quella scandita da mesi nelle piazze di Israele da folle di dimostranti delle ‘Bandiere Nere’. Solo che questa volta l’attacco era sferrato da una figura politica di primo piano cresciuta nella ‘Fortezza Zeev’, sede storica del Likud che troneggia sulla via King George di Tel Aviv.

Adesso i partiti tornano ad affilare le armi. L’elettorato di Destra sembra in posizione di forza. Oltre a Netanyahu se ne contendono i favori Saar, Avigdor Lieberman (Israel Beitenu) e Naftali Bennett (Yemina). Al Centro ci sono rivalità e dissensi fra Gantz e Yair Lapid (Yesh Atid). La Sinistra appare allo sbando, dopo il trauma patito alle ultime elezioni quando il laburista Amir Peretz – che pure aveva preannunciato una opposizione ferrea al ‘’corrotto’’ Netanyahu – e’ poi entrato nel suo governo in cambio di un incarico secondario.

Al momento, all’orizzonte, non si staglia alcun rivale che possa impensierire davvero Benyamin Netanyahu.

 

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