Al Noam, per Kesher, “Peace to prosperity” – il piano Trump per la soluzione del conflitto israelo-palestinese

Israele

di Michael Soncin
“Peace to prosperity” – il piano Trump per la soluzione del conflitto israelo-palestinese
Durante la serata del 18 febbraio, organizzata da Kesher presso la sede del Noam, si è parlato del piano di Donald Trump, un documento di 181 pagine, che affronta attraverso un nuovo punto di vista la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Tra i presenti all’evento c’erano l’esperto di comunicazione Raffaele Turiel, ad introdurre l’evento, Davide Romano giornalista di Repubblica, in veste di moderatore, con l’intervento di Renato Coen di SkyTg24 e Stefano Magni dell’Università degli Studi di Milano.

“Si tratta di un documento – introduce Raffaele Turiel – di 181 pagine, ben articolato, mi ha colpito che per una volta a questa presentazione ci fosse più di qualche capo di Stato arabo, e non è detto che tale fatto non abbia mosso positivamente qualcosa nelle acque del Medio Oriente”.

“Sicuramente – afferma Davide Romano – questo piano e com’è stato presentato sui giornali, coincide con una frase di Mark Twain, ‘Se non hai letto il giornale, sei disinformato. Se l’hai letto sei male informato’. Questo per dire che si fa fatica a distinguere tra l’ideologia politica che giudica il piano Trump, spesso senza averlo letto, ed è altrettanto faticoso trovare in mezzo alle opinioni qualche dato reale che riguarda il progetto”.
Davide Romano spiega che si dovrebbe guardare a questo piano da un’ottica diversa, poiché è innovativo e ha qualcosa di diverso rispetto al passato; osservando il contesto è ben evidente che Trump ha preso delle posizioni di amicizia verso Netanyahu, ad esempio spostando l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, promessa non mantenuta invece dai precedenti presidenti degli Stati Uniti, oltre ad aver chiuso a Washington l’ambasciata dell’Autorità Palestinese.

LA RATIO DEL PROGETTO TRUMPIANO

Il 27 novembre del 2007 – spiega Renato Coen -, ci fu la conferenza di Annapolis, ed è stato l’ultimo evento nel quale nel mondo in generale e anche nel Medio Oriente, anche tra i palestinesi e gli israeliani si era parlato di un possibile accordo di pace; e durante questi tredici anni da allora non è successo nulla”.
Coen evidenza che il contesto storico – da Ehud Olmert a Netanyahu -, ci porta a leggere le mosse di Trump come di rottura rispetto al passato, come ad esempio il riconoscimento del Golan, dove il conflitto israelo-palestinese era andato in secondo piano, ricordando che nel frattempo c’erano state le primavere arabe, il Medio Oriente era esploso, con mezzo milione di morti in Siria, la guerra in Yemen e non ultimo il terrorismo dell’Isis; motivo per il quale, evidenza il giornalista di Sky, gli stessi governi arabi a tutto pensavano tranne che alla risoluzione di questo conflitto, che tornava nelle prime pagine dei media solamente in virtù delle mosse di Trump che scioccavano il mondo. “La ratio fondamentale del piano di Trump – continua Coen – risiede nel fatto che in precedenza non sono mai riusciti a trovare un accordo, perché erano affidati invece che alla realtà sul campo, all’ideologia, senza guardare, la composizione sociale ed etnica e religiosa delle singole regioni che costituiscono i territori contesi, ma se invece cerchiamo di rendere la vita lì percorribile e vivibile rinunciando a tutte le strutture ideologiche sarà forse possibile ottenere qualcosa, il problema è che il conflitto stesso israelo-palestinese e frutto di una sovra-struttura ideologica”.

“Il risultato è che in passato anche i media – afferma Stefano Magni – hanno incoraggiato gli arabi a dire no alla risoluzione del conflitto ed ora si sta assistendo ad un atteggiamento molto simile dove vi è un tale schieramento mediatico da parte di Trump, qualsiasi cosa faccia e dica, ritenuto da molti un gioco elettorale, di Netanyahu compreso, dove nessuno prende in considerazione la serietà del programma, ciò nonostante lo scenario nel medio-oriente rispetto a prima è più positivo del solito”.
Lo stesso Magni evidenzia che il successo o l’insuccesso del piano potrebbe dipendere dalla predisposizione positiva o negativa che sia, non tanto da parte del mondo islamico ma del mondo arabo, nel vedere se per loro le condizioni sono favorevoli o meno. “Purtroppo, sottolinea lo studioso, la storia ci insegna che quando – sia le monarchie sia i regimi nazionalisti arabi – sono i più deboli, sono più disponibili a scender a compromessi, come fu nel 1993 con il trattato di Oslo, che segue di soli due anni la guerra del golfo del 1991, queste situazioni fecero sì che il mondo arabo scaricasse la causa palestinese, arrivando a firmare un accordo”. Mentre ricorda Magni, che il clima politico e culturale del 2000, durante l’era Clinton quando i paesi arabi chiedevano un’equiparazione del sionismo col razzismo, era ben diverso; in seguito passando dall’Isis all’attualissima espansione dell’Iran, vi sono presupposti che ribaltano nuovamente la situazione, spingendo in direzione di un possibile compromesso.

UNA PRECLUSIONE PER L’ACCORDO? IL BOICOTTAGGIO

Davide Romano chiarisce che si tratta di un piano alternativo, perché in questo, non vi è un approccio prettamente cartografico – terra in cambio di pace – come nel passato, dove si pensava fosse il presupposto di una pace automatica, non fu così, e lo dimostra il ritiro di Israele da Gaza che al contrario peggiorò la situazione.

“Il piano, chiarisce Coen, non parte dal passato ma dalla situazione di adesso e dice che nessuno deve spostarsi – mostrando ad esempio dalla cartina le oltre 380,000 persone che vivono oltre la linea verde in agglomerati urbani importanti e significativi, come alcuni sobborghi di Gerusalemme – da casa propria, né arabi né ebrei, questo lo specifica anche Trump stesso, la volontà è di creare una situazione di continuità territoriale per tutti i territori dell’area in mano all’Autorità Nazionale Palestinese, che dovrebbero costituire lo Stato Palestinese, utilizzando infrastrutture, e trovando la strada più breve che collega la striscia di Gaza con la parte sud della Cisgiordania, per consentire ai futuri cittadini di muoversi liberamente tra le due aree”.

Renato Coen sottolinea che l’elemento significativo di questo piano è “isolare” territorialmente lo Stato palestinese, eccetto Gaza, l’unica con un confine esterno, infatti lo Stato Palestinese, nel piano di Trump, ad oriente, avrebbe la Valle del Giordano, sotto il controllo israeliano, impedendo eventualmente ai gruppi miliziani di avere un approvvigionamento semplice dal territorio giordano di armi, questa è la base da un punto di vista territoriale.

Una prima innovazione culturale del piano, secondo il docente Stefano Magni, risiede nel piano di sviluppo previsto, dove non viene elargito loro direttamente del denaro, ma sta nel dare loro prestiti a tassi molto agevolati affinché possano svilupparsi, il tutto unito ad un completo sistema di sviluppo. “La seconda grande innovazione culturale, tocca dei tabù, come il boicottaggio, da parte dei paesi arabi e non solo, in quanto, il boicottaggio stesso è visto come preclusione per un accordo, senza dimenticare l’educazione all’odio, poiché un’altra delle condizioni – conclude Magni – è rivederne il sistema educativo, che gli Europei hanno sempre fatto finta di non vedere”.

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