L’ultimo Esodo, l’Odissea degli ebrei libici raccontata per la prima volta da Gabbai e Meghnagi

Eventi

di Roberto Zadik

Seicento persone hanno partecipato il 6 giugno, al Cinema Orfeo, all’anteprima del docu-film “Libia. L’ultimo esodo” realizzato dal regista Ruggero Gabbai  assieme al Docente di Psicologia all’Università Roma Tre, studioso e saggista David Meghnagi, assessore alla Cultura dell’Ucei. Un grande successo per il primo lancio sul grande schermo della pellicola che ha raccontato intensamente e in maniera diretta e ben argomentata una pagina di storia del Novecento rimasta silenziosa per troppo tempo. Come era accaduto nelle altre due testimonianze filmate da Gabbai come quella degli ebrei di Rodi ne “Il viaggio più lungo” e in quella sugli ebrei egiziani dell’anno scorso.

Con l’aiuto di preziose fotografie e immagini storiche mischiate a interviste e narrazioni di ebrei libici ma non solo, che hanno fornito una ricca serie di aneddoti e di ricordi, alcuni gioiosi come le feste ebraiche e le sinagoghe strapiene a Tripoli e altri estremamente drammatici, i racconti dei pogrom e della folla inferocita che gridava “Morte agli ebrei” dopo la vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni, del 1967  il regista ci ha portato in un toccante viaggio nel tempo, in quella terra dimenticata e dolente la “Tripolitania” e la “Cirenaica” come venivano chiamate al tempo del fascismo approfondendo la città di Tripoli che era “colorata, profumata e estremamente multietnica” come ricordano gli intervistati ma che tramava minacce, future persecuzioni e massacri che avrebbero portato alla fuga il 15mila ebrei presenti prima della Guerra dei Sei Giorni.

Ma nel documentario si parla non solo degli ebrei ma anche dei tanti italiani di Libia, come l’ex Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri e Giovanna Ortu, che ricordano con nostalgia la Tripoli di un tempo e la paura e lo sgomento quando col Governo Gheddafi dovettero lasciare il Paese assieme ad altri 20mila connazionali. “L’esodo degli ebrei” ha ricordato emozionata la Ortu “fu per noi un campanello di allarme su quello che ci aspettava”.

Fra testimonianze, fotografie e memorie che alternano gioia e sofferenza la pellicola scorre senza intoppi o lungaggini di troppo. Il documentario è stato interamente dedicato al grande cantautore, poeta e disegnatore Herbert Pagani nato a Tripoli nel 1944 e scomparso a soli 44 anni nel 1988 e che si è distinto oltre che per la straordinaria e vulcanica creatività, per sionismo e forte identità ebraica che caratterizzano componimenti emozionanti e ancora oggi attuali come “Arringa per la mia terra” scritta da lui nel 1975.

La struttura del film

La narrazione comincia con una accurata ricostruzione dell’epoca fascista, col racconto prima del benessere di tanti ebrei che avevano aderito al regime e poi delle deportazioni, episodio assolutamente non noto fino a poco tempo fa, con alcuni intervistati che spiegano la storia inedita e straziante di ebrei portati in nave fino all’Italia, in campi di smistamento come Fossoli e poi deportati nei lager di Bergen Belsen esattamente come i correligionari ashkenaziti senza nessun riconoscimento del loro status di italiani. Molto toccante anche la parte dove si racconta che appena finita la Guerra ci furono pogrom e stragi alle quali però diversi ebrei opposero una fiera resistenza mentre molti altri, spinti dal fortissimo sionismo fecero Aliyah in massa verso Israele diventando uno dei gruppi etnici più numerosi nel neonato Stato ebraico.

Il filmato contiene gli interventi di numerose persone di origine ebreo-libica alcune delle quali divenute molto celebri o che si sono rifatte una vita a Milano o a Roma dopo le sofferenze del passato.  E’ il caso di Yoram Ortona che ha ricostruito la sua partenza dalla Libia nel 1967 a 14 anni quando la professoressa disse a lui e altri giovani ebrei di interrompere gli esami e di tornare a casa a causa dei disordini popolari in seguito alla vittoria di Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni.

Molto interessante fra le testimonianze anche quella del grande impresario musicale David Zard, soprannominato da giovane “l’Alain Delon di Tripoli” che ha raccontato sia attimi gioiosi come le manifestazioni musicali e cinematografiche che fin da ragazzo organizzava che i tanti momenti difficili e le tante asperità della vita nella città evidenziando di aver cercato di cancellare tutto dopo il suo arrivo in Italia e di essere finito in prigione per aver cercato di difendere la sua ragazza dopo che alcuni giovani arabi cercavano di importunarla.

Intervistati da Gabbai e Meghnagi, alcuni volti noti a livello comunitario, l’imprenditore e ex presidente comunitario Walker Meghnagi, Hamos Guetta che da anni si dedica alla cucina seguendo le ricette tripoline della sua famiglia, Dino Sembira che ha raccontato la reattività della sua famiglia che tirava lampadine e oggetti contro i libici che volevano picchiarli nelle sommosse popolari. Il materiale è stato girato fra Italia e Israele, vista l’impossibilità di girare in Libia come ha sottolineato Gabbai, con interviste ad alcuni personaggi molto espressivi come un anziano di ben 103 anni e altri due signori di una certa età che raccontano mischiando  ebraico e arabo la loro esperienza e l’estrema contentezza all’arrivo nello Stato ebraico.

Tanti i momenti di riflessione e di profonda ricostruzione storica, ebraica e emotiva del filmato. Da segnalare la parte del boom economico negli anni ’50 dell’economia libica e del petrolio quando la popolazione ebraica visse un periodo di straordinario benessere e prosperità con il governo del re Idris e dove le famiglie in uno stato di tolleranza apparente lavoravano e andavano al mare sul bellissimo lungomare della città. Ma già dalla metà del decennio la parola “Israele” non si poteva più pronunciare pubblicamente visto che la Libia era entrata nella Lega Araba e tutto sarebbe degenerato progressivamente. Come hanno detto vari interpellati, l’antisemitismo c’era ed è sempre esistito ma “facevamo finta di non vederlo e vivevamo molto uniti fra di noi.” In Libia nel 1940 c’erano 40mila ebrei, poi con la grande Aliyah in seguito ai pogrom e alla nascita di Israele ne rimasero 4mila e poi tutti partirono nel 1967 e nessuno fece mai più ritorno nel Paese e come in Algeria non ci sono più ebrei. Con l’avvento della dittatura di Gheddafi nel 1970 tutto quel mondo ebraico finì per sempre come è accaduto alla minoranza ebreo araba anche in altri Paesi e anche gli italiani di Libia dovettero andarsene espulsi dal regime.

La serata si è conclusa con gli interventi di Gabbai che ha ricordato “l’estrema difficoltà a realizzare questo film con un budget basso e montando pazientemente ore di interviste e di materiale” e le considerazioni di Meghnagi sulla situazione ebraica libica, entrambi intervistati dalla giornalista Fiona Diwan alla fine del film.

“Nonostante alcuni momenti di benessere” ha specificato l’assessore Ucei “ è molto surreale pensare a epoche d’oro ebraiche e a periodi magici e di perfetta integrazione come nel caso della Spagna andalusa del Medio Evo. In Libia abbiamo vissuto come in altri Paesi arabi in uno stato di sottomissione e di perenne assoggettamento alla società araba. Nonostante tutte le sofferenze che ci portiamo dentro, abbiamo vissuto il miracolo di pensare al futuro, di ricominciare a sognare e a sperare e a credere nella vita e nei nostri figli”. Gabbai invece ha espresso la sua soddisfazione riguardo al successo di questi suoi approfondimenti sugli ebrei: “stasera siamo 600 e mi sembra un ottimo risultato”. Interpellato dalla Diwan con una serie di domande, come sul tema delicato dell’immigrazione e sul rapporto con questi film, il regista ha detto: “come ebrei provenienti dal Mediterraneo come i profughi attuali dobbiamo cercare di essere ricettivi e sensibili a questo problema che anche noi abbiamo vissuto e mettere queste tematiche sul tavolo per lavorare tutti assieme su questo punto”.

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