di Nina Prenda
Il 5 ottobre nella sede del Senato è stato presentato La nuova accusa del sangue, il libro scritto da Yechiel Leiter, ambasciatore di Israele negli Stati Uniti.
Una guerra combattuta non soltanto sul campo, ma anche sul terreno delle parole, delle immagini e delle narrazioni. È questo il filo conduttore della presentazione di La nuova accusa del sangue, il libro scritto da Yechiel Leiter, ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, insieme al suo team, presentato il 5 ottobre nella sede del Senato di piazza Minerva 38, a Roma. L’evento è stato promosso dal senatore Giulio Terzi in collaborazione con il quotidiano Il Riformista.
Attraverso un’analisi rigorosa e un lucido esame dei fatti, questo libro dimostra come il linguaggio sullo Stato Ebraico sia stato distorto, le prove falsate e la versione dei fatti costruita per demonizzare lo Stato di Israele. Questo libro mira a restituire alle parole il loro significato, a mettere in discussione convinzioni ampiamente accertate e a fornire ai lettori strumenti per distinguere tra menzogna e verità, tra realtà e “accusa del sangue”.
Ad introdurre l’incontro è stato Matteo Angeli, Segretario Generale Global Commitee for the Rule of Law “Marco Pannella, che ha presentato il volume come uno strumento per fare chiarezza nella “marea di disinformazione” sul conflitto.
Il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata ha aperto l’incontro ponendo l’accento sul confronto tra dati, fatti e circostanze e su quella che ha definito una disparità di trattamento nei confronti di Israele e del mondo ebraico. Il senatore poi ha sottolineato che i dati forniti sono quelli che provengono dalle autorità palestinesi, ovvero da organizzazioni terroristiche. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo avuto da Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II nel processo di riconciliazione tra Chiesa cattolica ed ebraismo, definendo quello attuale un contesto di “aggressione ideologica e culturale”.
Tra i temi centrali dell’incontro, il rapporto tra informazione e accuse rivolte a Israele dopo il 7 ottobre. L’ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled ha sostenuto che Israele sia stato accusato di genocidio quando ancora non aveva terminato il conteggio delle proprie vittime. “Quella che stiamo vivendo è anche una guerra di parole”, ha affermato, citando tra gli esempi la vicenda dei presunti “giornalisti palestinesi” che, secondo quanto sostenuto dall’esercito israeliano, sono affiliati ad Hamas o alla Jihad islamica. “La narrativa non può sostituire i fatti”, ha aggiunto, rivolgendo il suo pensiero al figlio dell’ambasciatore Leiter rimasto ferito in un attacco terroristico.
Fiamma Nirenstein, editorialista Il Giornale e JNS, senior scholar JCFA, ha invece insistito sulla necessità di “restituire la verità”, raccontando anche la propria esperienza e il proprio legame con Israele. Nel suo intervento ha sostenuto che le procedure israeliane per decidere gli obiettivi militari tengano conto della tutela dei civili e ha denunciato quella che considera una progressiva sostituzione dei valori occidentali con il “palestinismo”. “L’antisemitismo è solo responsabilità degli antisemiti”, ha affermato, invitando a rispondere alla propaganda con la verità.
Sul tema dell’”accusa del sangue” è intervenuto anche Claudio Velardi, direttore de Il Riformista, che ha richiamato l’origine storica dell’accusa. Secondo Velardi, oggi quella stessa accusa verrebbe trasferita sullo Stato di Israele. “Le menzogne fanno rumore ma hanno il fiato corto”, ha affermato, ribadendo il sostegno alle ragioni israeliane.
Dalla dimensione politica a quella religiosa. Bonnie Rose, autrice del podcast cristiano “L’aquila in volo”, ha parlato della guerra di Gaza come di una “guerra mondiale di propaganda contro ebrei e Israele” e ha richiamato il legame storico tra il popolo ebraico e la terra d’Israele. Nel suo intervento ha inoltre ricordato le origini ebraiche di Gesù e sostenuto che Israele sia l’unico Paese del Medio Oriente nel quale la comunità cristiana sia in crescita.
Particolarmente personale è stato l’intervento di Roy Berger, advisor dell’ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, che ha raccontato la propria esperienza del 7 ottobre, citando due compagni di riserva colpiti da disturbo da stress post-traumatico. Berger ha ricordato i combattimenti nei giorni successivi all’attacco e le persone che il suo gruppo ha salvato. Ha quindi denunciato il rapido passaggio dall’attacco del 7 ottobre alle accuse rivolte a Israele di genocidio. “L’obiettivo di questo libro è fornire fatti e prove”, ha affermato, collegando la diffusione dell’antisemitismo alla costruzione di un sistema di convinzioni volto a legittimare l’odio contro gli ebrei.
A intervenire è stato poi Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della Sera, che ha concentrato il proprio discorso sul rapporto tra Israele, Occidente e sicurezza. Secondo il giornalista, l’esistenza stessa di Israele risulterebbe “insopportabile” perché costringe l’Occidente a confrontarsi con una realtà che preferirebbe non vedere. Galli della Loggia ha criticato quella che considera un’illusione pacifista occidentale e ha sostenuto che la democrazia, per poter essere difesa, non possa prescindere dalla forza.
Cristina Franco, avvocato e presidente dell’Associazione Italia-Israele di Savona, ha affrontato invece la trasformazione della causa palestinese in uno strumento di conflitto sul piano internazionale. Ha sostenuto che, non potendo essere sconfitto Israele militarmente, il conflitto sarebbe stato trasferito nelle istituzioni internazionali, dove si starebbero affermando anche interpretazioni del termine “genocidio” che considera revisioniste.
Un altro tema affrontato durante l’incontro è stato quello della disinformazione digitale e dell’intelligenza artificiale. Monique Sasson, vice presidente Unione delle comunità ebraiche italiane, ha messo in guardia dall’affidabilità dei sistemi di IA, sottolineando come le correzioni degli errori arrivino spesso successivamente. Ha citato come esempi la Finlandia, che ha sviluppato programmi di alfabetizzazione mediatica, e la Francia, dove è stata introdotta una formazione sull’intelligenza artificiale per alcuni studenti.
Marco Carrai, console onorario di Israele, ha richiamato invece la velocità con cui oggi circolano le informazioni e l’importanza di contrastare gli slogan, sottolineando ciò che la storia ebraica ci ha insegnato: “Una persecuzione non inizia con la violenza, inizia con le parole”, ha affermato, ricordando la necessità di difendere Israele.
Sul clima vissuto dalle comunità ebraiche italiane ha parlato David Meghnagi, psicanalista e autore, che ha descritto l’attuale situazione come una “psicosi di massa” e ha richiamato la presenza dei presidi di sicurezza davanti alle scuole ebraiche. “Eppure sono bambini italiani”, ha osservato.
La giurista e fondatrice di Politics Olimpia Galimberti ha affrontato il tema del rapporto tra verità, propaganda e formazione. Ha ricordato come, già nelle ore successive al 7 ottobre, circolassero accuse secondo cui le notizie sulla strage fossero false e ha richiamato il procedimento avviato dal Sudafrica, neanche due mesi dopo il massacro, davanti alla Corte internazionale di giustizia. Il suo interrogativo è stato quindi come trasformare la documentazione dei fatti in uno strumento di formazione culturale.
Benedetto Sacerdoti, già portavoce del forum delle famiglie degli ostaggi, ha condiviso la definizione del 7 ottobre come la peggiore strage contro il popolo ebraico dalla Seconda guerra mondiale. “Se noi rapportassimo le 1200 vittime israeliane alla popolazione italiana, parleremo di oltre 7000 vittime in Italia. Questo contesto, riportato nel libro di Sharon Nizza, chiarisce la portata dell’evento”, ha affermato il relatore. Ha inoltre sostenuto che l’accusa di genocidio rivolta a Israele immediatamente dopo il 7 ottobre rischierebbe di creare un parallelismo con i genocidi del passato, il che finirebbe per svuotare di significato gli altri genocidi. Ha voluto poi ricordare due persone rimaste vittime di Hamas.
L’incontro si è concluso con altri interventi dedicati alla crescita dell’antisemitismo. Bruno Spinazzola, direttore associazione Chenàbura Sardos pro Israele, ha descritto la presenza della causa palestinese nel dibattito pubblico in Sardegna come pervasiva, centrale e con poche voci discordanti.
Aldo Torchiaro, editorialista de Il Riformista, ha infine parlato di una sorta di “pronto soccorso” dell’antisemitismo, riferendosi al numero crescente di segnalazioni ricevute. Il giornalista ha sottolineato la necessità di continuare a ricordare il 7 ottobre e il massacro compiuto da Hamas.



