La guerra delle vignette

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La guerra delle vignette, di cui si è lungamente dibattuto negli scorsi giorni, nasconde rischi e pericoli che possono essere facilmente identificati. Le masse islamiche, che di norma a Damasco e a Beirut non hanno l’occasione di leggere i quotidiani locali danesi, si lasciano però facilmente manovrare da leader senza scrupoli, pronti ad appigliarsi a qualunque pretesto pur di distogliere l’attenzione sulle malefatte dei loro regimi spietati e reazionari.
Condannare e opporsi con forza alle manifestazioni di intolleranza che hanno contrassegnato in tutto il mondo queste ultime settimane è quindi un’ovvietà. E altrettanto ovvio dovrebbe essere schierarsi nella più intransigente difesa della libera espressione.
Meno ovvia, meno facilmente identificabile, invece, è la posizione ebraica di fronte alla selvaggia reazione che ha fatto seguito a scoppio ritardato alla pubblicazione di alcune vignette su un quotidiano danese.
La reazione di scrittori, esponenti di primo piano, rabbini, testate giornalistiche e semplici cittadini ebrei, nella Diaspora e in Israele, infatti, ha cercato un equilibrio fra due valori che evidentemente ai nostri occhi meritano di essere tutelati. Da un lato la difesa della libertà d’espressione e dell’indipendenza dei mezzi di informazione. Dall’altra la nostra sensibilità nel tutelare la dignità dell’identità altrui, nell’evitare ogni offesa e ogni potenziale malinteso fra le culture, le religioni, le credenze nostre e quelle degli altri popoli della terra.
Non è facile pretendere che entrambi questi princìpi siano salvaguardati appieno, perché esiste evidentemente una zona di sovrapposizione.
Se infatti vogliamo difendere fino in fondo uno dei valori cardine della società libera e delle democrazie avanzate, la più totale libertà di espressione, di stampa, di diffusione delle idee; come possiamo pretendere con altrettanta forza che a chi fa satira sia impedito di criticare, ridicolizzare e anche offendere quello che c’è di più sacro per noi e per gli altri?
Offrendo nel corso di un colloquio la propria opinione sull’argomento, il rabbino capo di Milano rav Alfonso Arbib molto opportunamente sottolineava che dopo aver condannato la strumentalizzazione delle masse islamiche, l’intolleranza cieca e l’odio che ne derivano, bisogna anche affermare che la satira oggi ha assunto in maniera inquietante uno status di intoccabilità che non verrebbe conferito facilmente a nessuna pacata opinione espressa per esempio in un articolo di giornale. E’ certo vero e questa constatazione dovrebbe farci pensare a lungo.
Ma la soluzione dove sta?
Certo, l’ultimo dei desideri di un’identità ebraica compiuta può essere quello di offendere l’identità altrui. Abbiamo a lungo sopportato le più turpi ingiustizie, abbiamo assistito e assistiamo ancora allo strisciare di odiosi pregiudizi e talvolta non abbiamo reagito con tutto il vigore necessario forse proprio perché legati da questo nostro desiderio di rispettare l’altro.
Ma riservarsi di criticare la satira, respingerne civilmente i contenuti, non può mai in ogni caso significare proibire d’autorità la libera espressione di un vignettista, di buono o cattivo gisto che sia il risultato del suo lavoro, quando questo non incita all’odio, ma si limita ad esprimere una sua libera opinione.
Se dovessimo retrocedere anche solo di un passo dai princìpi della libertà di espressione, metteremmo a rischio tutti i valori delle società progredite e in particolare quelli che a noi sono cari e necessari per vivere liberamente.

G.V.

Ecco intanto la cronaca che rende conto di questi momenti difficili:

Si è trasformata in pochissimo tempo in una guerra incontrollabile. Dall’Afghanistan all’Iran, dalla Somalia al Libano. Dall’Irak alla Giordania, Algeria, Egitto, Malaysia, India. La rabbia nel mondo musulmano non si placa, e rischia di essere strumentalizzata per altri fini. Il presidente
egiziano Mubarak teme che il caso si tramuti in una “miccia per i terroristi”.
Non è bastata la fatwa di morte lanciata dal più influente predicatore islamico Youssef Qaradawi, fatwa che condanna a morte i vignettisti, i direttori di giornali e tutti quelli che si rendono complici dell’offesa al profeta Maometto. Il bersaglio non è piu solo la Danimarca dove sono state pubblicate le vignette su Maometto, ma l’Europa, Israele e Stati Uniti. E nessuno sembra avere ascoltato le parole pacificatrici del segretario generale dell’ONU Kofi Annan che aveva rivolto un appello ai musulmani esortandoli ad accettare le scuse che sono state fatte.

La rabbia provata da molti musulmani a seguito della pubblicazione delle vignette che considerano un insulto alla religione non può, ha detto
Kofi Annan, giustificare la violenza e ancor meno gli attacchi contro persone innocenti. Nuove accuse sono state lanciate da Condoleezza Rice contro Iran e Siria, colpevoli secondo il segretario di Stato americano di aver fomentato le violenze. Ma Teheran nega, ”una menzogna priva di fondamento” ha dichiarato il vice presidente iraniano Mashaee.
Scontri violenti, 12 vittime, ambasciate bruciate, assalti alle diplomazie europee. A Beirut migliaia di violenti manifestanti musulmani danno fuoco alla sede diplomatica danese nella capitale del Libano. A Teheran è stata assaltata l’ambasciata danese, pietre e molotov contro la rappresentanza austriaca. Spari sui danesi in Iraq. L’omicidio di don Santoro in Turchia da parte di Ouzhan Akdil, 16 anni, è stato deciso in una riunione di un piccolo gruppo nazional-religioso; lo sostiene un giornale turco Vatan.
Per il Washington Post lo scontro di civiltà tra occidente e mondo musulmano è l’ambizione più grande di Al Qaeda, dei Talebani e di altre organizzazioni terroristiche, dalla Gran Bretagna all’Indonesia, ma è anche un rifugio per regimi autoritari che sperano così di resistere alle crescenti pressioni per una liberalizzazione politica del Medio Oriente.
Oggi le autorità yemenite hanno chiuso un altro giornale che ha pubblicato le controverse caricature del profeta Maometto. Lo ha reso noto un funzionario del ministero dell’informazione. Dopo la chiusura dello Yemen Observer, è stato chiuso il giornale in lingua araba Al-Hurriya. Il direttore responsabile è stato arrestato con l’accusa di aver offeso l’Islam e il profeta. In Malaysia le autorità hanno sospeso il quotidiano Sarawak Tribune che aveva pubblicato le caricature.
Intanto la missione degli osservatori europei a Hebron, in Cisgiordania, ha deciso di abbandonare temporaneamente la città dopo le violente proteste. Ali Khamenei, leader della Repubblica Islamica dell’Iran ha dichiarato durante una manifestazione che le caricature sono una cospirazione dei sionisti che sono infuriati per la vittoria di Hamas e che
vogliono provocare tensioni tra cristiani e musulmani. E il presidente dell’Iran indice un concorso di barzellette sull’olocausto.

In questo scenario esplosivo l’Europa fa un appello al dialogo dinanzi all’aumentare delle violenze. Il cancelliere austriaco Wolfgang Schuessel ha condannato duramente l’invito di organi musulmani ad organizzare un concorso di caricature sull’olocausto. Né le caricature denigratorie di Maometto né la negazione dell’olocausto o barzellette vergognose su di esso si addicono a un mondo caratterizzato dalla convivenza delle culture e delle religioni.

Molte personalità del mondo ebraico hanno criticato la pubblicazione delle vignette: il gran rabbino di Francia Joseph Sitruk ha dichiarato nei giorni scorsi di capire la rabbia dei musulmani. “Un grave errore offendere gli Islamici”, questo il parere rilasciato al Corriere della Sera dal direttore di Haaretz David Landau e per lo scrittore Abraham Yehoshua è stata una inutile provocazione. Il premio nobel egiziano per la letteratura Naguib Mahfouz ha condannato le pubblicazioni delle vignette che rafforzano gli argomenti degli estremisti e indeboliscono i moderati musulmani. E intanto dall’Afghanistan arriva la notizia che grazie alla pubblicazione delle vignette sono stati reclutati 100 nuovi kamikaze. Chi ucciderà i disegnatori delle vignette sarà premiato con 100 chilogrammi d’oro.

A.W.

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