Il Memoriale Italiano ad Auschwitz

L’8 maggio a Firenze riapre il Memoriale Italiano di Auschwitz: cronaca di una vicenda travagliata

Eventi

di Eirene Campagna
Dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’apertura dei campi della morte, Auschwitz è diventato, nella percezione collettiva, il paradigma della deportazione e della morte, ed è luogo cardine di produzione simbolica della coscienza collettiva europea e non solo.  Il 2 luglio 1947 il governo polacco varò una legge con la quale istituì il complesso di Auschwitz-Birkenau come monumento commemorativo statale, da quel momento si è provveduto all’organizzazione dell’archivio e della biblioteca e all’allestimento di una mostra nei blocchi di Auschwitz I.

Ma fin da subito si è compreso che Auschwitz non poteva essere solo il luogo del martirio della nazione polacca, e così negli anni Settanta furono realizzate le esposizioni delle varie nazionalità, prima fra tutte quella del blocco sovietico. A partire dalla fine degli anni Ottanta si è avviata una riflessione per rendere più attuali le esposizioni e dal 1990 sono stati rimodernati molti dei blocchi delle esposizioni nazionali.

Il Memoriale Italiano voluto dall’Aned

Ma ora veniamo allo specifico caso italiano: il Memorial in onore degli italiani caduti nei campi di concentramento nazista, che sorgeva nel blocco 21 del campo I di Auschwitz e che fu voluto, progettato e realizzato dall’Associazione Nazionale Ex Deportati (Aned).

Una volta ottenuto nel 1971 il consenso all’occupazione dello spazio da parte delle autorità polacche, la riunione del comitato esecutivo dell’associazione, che si è svolta nel febbraio 1972, poneva la questione del Memoriale nell’agenda delle cose da fare. Dopo una raccolta di fondi e la costituzione di un primo gruppo di lavoro, l’allora presidente dell’Aned Piero Caleffi illustrò ai membri dell’esecutivo una prima idea, proposta da Lodovico Belgiojoso. Successivamente, nel 1975, il gruppo BBPR (Belgiojoso, Banfi, Peressutti, Rogers) presenta il primo progetto concepito per il Memoriale italiano di Auschwitz.  

Qui era già definita l’idea architettonica del memoriale: la spirale ad elica all’interno della quale il visitatore camminava dall’inizio al termine del suo percorso, il nastro della spirale che avrebbe poi dovuto riprodurre una serie di immagini illustranti il fenomeno storico del fascismo e del nazismo, della Resistenza e della deportazione italiana, infine la scelta di utilizzare disegni o di pitture escludendo quasi del tutto gli ingrandimenti fotografici. La realizzazione del progetto rimase però ferma a causa della mancanza di fondi fino al 1978, quando Gianfranco Maris, nella sua funzione di presidente assunta dopo la morte di Caleffi, propose la creazione di un comitato operativo per la ricerca di nuovi contributi e per la realizzazione “visiva e documentaria” del Memoriale.

Nell’ottobre 1978 il comitato operativo si mise al lavoro ed era composto da Gianfranco Maris, Dario Segre, Bruno Vasari, Lodovico Belgiojoso, Emilio Foa, Teo Ducci e Primo Levi. Fin dall’inizio il comitato si pose come obiettivo la creazione di un memoriale dedicato non solo alle vittime di Auschwitz, ma a tutta la deportazione italiana. La proposta fatta dal comitato scartò l’ipotesi di una mostra documentaria e propose invece “una vera e propria opera d’arte”, e questa poliedricità del progetto era data anche dal coinvolgimento dello studio BBPR, di Primo Levi, del regista Nelo Risi, del pittore Mario Samonà e del musicista Luigi Nono.

Il 7 ottobre 1978 il comitato si riunì per la prima volta, presso la sede dell’Aned di Milano: dopo aver discusso le linee generali delle tematiche, fu incaricato Primo Levi per «redigere un testo sul quale proseguire le discussioni». Il 13 novembre dello stesso anno, in una seconda riunione dell’Aned a Torino, fu discusso il testo di Levi, e da quel momento in poi la sua voce diventò quella della deportazione italiana ad Auschwitz. Dal testo era chiaro che Primo Levi intendesse esprimere la sua precisa volontà di radicare la memoria della deportazione nella memoria del secondo conflitto mondiale e di far sentire la propria voce di testimone contro il rischio dell’imbalsamazione e della semplificazione delle due memorie.

Levi nel suo testo evocava gli scomparsi, i partigiani, i combattenti politici, fino ad arrivare alla specificità della deportazione ad Auschwitz, scandita dalla frase «la maggior parte fra noi erano ebrei…».  Utilizzò poi il pronome personale noi: un noi corale che ritornava più volte e che sapeva essere scrupolosamente distintivo o meravigliosamente inclusivo. Infine, la sua voce di testimone era rivolta al visitatore, esortandolo a non rendere vana la morte di sei milioni di ebrei.

Il testo di Levi fu approvato all’unanimità, ma furono riviste sia la parte iconografica del progetto e sia la scelta per l’impalcato su cui avrebbe camminato il visitatore (da traversine ferroviarie a traversine in legno). L’artista Mario Samonà fu invece incaricato di realizzare per il Memoriale un unico grande affresco, da riprodursi poi sulla tela della spirale. L’affresco sarebbe stato diviso in ventitré strisce in cui i corpi e i volti diventavano diafani e incorporei per poi lasciare intravedere la loro intima sofferenza, ma anche la loro grandezza morale. Samonà utilizzò sul nero del fascismo che rappresentava l’oscuro periodo della violenza, il rosso del socialismo, il bianco del movimento cattolico e il giallo che rinviava al mondo ebraico, proprio attraverso quel colore con cui si volle disprezzarlo. A conclusione del progetto venne contattato il musicista Luigi Nono, che concesse l’uso permanente del suo brano Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz.

Con questi diversi linguaggi, nell’istallazione non si cercava solo il coinvolgimento emotivo del visitatore, né lo si spingeva verso un’identificazione con le vittime, ma lo si chiamava ad una consapevolezza della storia affinché il ricordo diventasse fonte di conoscenza.

L’opera venne realizzata a Milano nella primavera/estate 1979 dalla ditta Quadri, che si occupò anche del suo trasferimento e montaggio ad Auschwitz tra l’agosto e il settembre dello stesso anno.

La Polonia chiede la rimozione 

Ma ecco che nei primi anni del 2000 il direttore del museo statale di Auschwitz-Birkenau, Piotr M.A. Cywinski, reputava il memoriale italiano un’opera che non riusciva più a sviluppare e trasmettere il giusto valore educativo, motivo per cui sarebbe dovuta essere completamente rimossa, sostituita con un’altra installazione o modificata mediante integrazioni.

A questo proposito è bene ricordare che in genere le installazioni d’arte vengono rimosse dal sito originale per motivi strettamente legati allo stato di salute come il pericolo del crollo del luogo o le sue condizioni ambientali.  Quindi il memoriale avrebbe avuto lo stesso valore se fosse stato trasferito a Fossoli? O in un semplice spazio espositivo che non avesse niente a che fare con il nazismo?

È ovvio che il memoriale avesse un’unità di senso con lo spazio circostante, tuttavia non è facile capire quali siano stati i punti di attrito tra la politica museale lì condensata e il memoriale, dal momento che in linea di massima il memoriale non sembrava e non sembra ancora oggi un’opera poco attuale. Ciò nonostante sarebbero state opportune alcune operazioni di manutenzione: il ripristino dei danni all’impianto audio, alcune operazioni di pulitura, la traduzione del dépliant in varie lingue. Sebbene l’incuria e l’abbandono fossero evidenti, non lo erano abbastanza da far vacillare il significato dell’opera e tutti i valori di arte e testimonianza che conteneva.

Il 31 dicembre 2007 la Presidenza del Consiglio dei ministri presenta alla Camera dei Deputati il decreto legge “milleproroghe”. Nell’articolo 50, il Governo introduce l’emendamento 7 bis con cui si prevede lo stanziamento di 900.000 euro per il restauro del Blocco 11 di Auschwitz. Il 19 febbraio la Camera delibera il rinvio del testo alle Commissioni permanenti: il testo viene modificato e al blocco 11 si sostituisce il blocco 21. Il 20 febbraio il nuovo testo è approvato dalla Camera, il 28 dello stesso mese è approvato dal Senato e diventa legge il 29 febbraio 2008.

La vita del memoriale continua però ad essere tortuosa e travagliata, fino a quando l’8 maggio 2008 l’Aned accetta la proposta dell’Accademia di Brera e dell’Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea di avviare un cantiere di studio e lavoro per riportare il Memoriale alla sua bellezza originaria e per risvegliare nella collettività italiana la consapevolezza della specificità e originalità del Memoriale italiano del Blocco 21.

Ma la storia del memoriale va inserita nel contesto del “revisionismo” italiano, con una sinistra che stava affrontando la sua eclissi e una destra incapace allora come oggi di recidere i suoi legami storici e ideali con il fascismo, continuando a minare le radici repubblicane della Costituzione italiana nata dalla Resistenza.

Dunque il memoriale diventa simbolo del sentire comune, testimonianza dei testimoni, ma allo stesso tempo testimonianza dello scempio, valore di conflitto; in altre parole viene messo in discussione per una serie di motivi che meritano un esame attento, ma anche una ferma condanna.

Comunque il Gruppo 32 degli studenti di Brera, accompagnato dai loro docenti e dai collaboratori dell’Isrec di Bergamo si è recato ad Auschwitz dall’1 al 6 settembre 2008, e con l’appoggio della facoltà delle Belle Arti “Jan Mateiko” dell’Università di Cracovia, ha avviato un lavoro di documentazione e le prime operazioni di manutenzione. Al ritorno da Auschwitz il gruppo di lavoro ha preparato una mostra documentaria sul memoriale in occasione del 27 gennaio 2009, una mostra-convegno che si è svolta tra Milano e Bergamo.

Poteva sembrare che la storia del memoriale stesse per avere un lieto fine, quando sempre nel 2008 una delegazione del Cantiere blocco 21 ha incontrato il direttore del museo Cywinski a Varsavia e il primo consigliere dell’ambasciata italiana Giuseppe Cavagna. Infatti, in quell’occasione il confronto aveva portato a riconoscere le esigenze di rinnovamento dei padiglioni nazionali e comprendere la necessità della conservazione del memoriale in quanto testimonianza, documento e monumento prezioso della cultura italiana del Novecento.

Ma, a distanza di dieci anni quale sorte è realmente toccata al memoriale? Rimasto ad Auschwitz fino al 2015, è tornato in Italia e sarà installato l’8 maggio al termine dei lavori di ristrutturazione nel centro Ex3 di Firenze, dopo che il progetto ha avuto il via libera da parte della Giunta comunale fiorentina e il finanziamento da parte della regione.

Sembra essere la solita vicenda italiana, lunga e piena di ostacoli, ma in ogni caso c’è da dire che anche se l’Aned ha sempre sostenuto l’idea di lasciare l’opera ad Auschwitz, la scelta finale di trasferirla in Italia è servita almeno a salvarla, in un certo senso «è stato meglio perderci che non esserci mai incontrati».

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