di Anna Balestrieri
La parola judío, «ebreo» in spagnolo nel dizionario della Real Academia Española (RAE) continua a comparire anche come sinonimo di «avaro» o «usuraio». Ma alle richieste di modificare la voce, la RAE difende il fatto che registrare un’espressione non significa approvarla, così come documentare un insulto non equivale a legittimarlo. La domanda però è: fino a che punto un dizionario deve registrare i pregiudizi della società, e quando invece rischia di contribuire alla loro sopravvivenza?
Le parole conservano la memoria di chi le ha pronunciate, ma talvolta anche quella dei pregiudizi che le hanno accompagnate nei secoli. È il caso di judío, «ebreo» in spagnolo, che nel dizionario della Real Academia Española (RAE) continua a comparire anche come sinonimo di «avaro» o «usuraio». Una definizione che resiste non soltanto alle proteste delle organizzazioni ebraiche, ma persino a un provvedimento giudiziario che, due anni fa, ne aveva ordinato la rimozione.
La controversia, riemersa nell’ottobre 2026, investe una delle istituzioni linguistiche più autorevoli del mondo ispanofono e solleva una questione che va ben oltre il destino di una singola voce lessicale: fino a che punto un dizionario deve registrare i pregiudizi della società, e quando invece rischia di contribuire alla loro sopravvivenza?
Una parola, cinque significati

Fondata a Madrid nel 1713, la Real Academia Española custodisce e documenta l’evoluzione della lingua spagnola, collaborando con altre ventidue accademie, prevalentemente latinoamericane. Il suo Diccionario de la lengua española attribuisce al termine judío cinque accezioni. Le prime quattro rimandano all’appartenenza religiosa, culturale o geografica: ebreo, professante l’ebraismo, originario della Giudea o relativo al popolo ebraico. La quinta introduce invece un significato di tutt’altra natura, associando la parola all’avarizia e all’usura.
È il sedimento linguistico di un’antica ostilità. L’identificazione dell’ebreo con il denaro, l’avidità e il prestito a interesse attraversa secoli di cultura europea, sedimentandosi nell’immaginario collettivo e nella letteratura. Basti pensare a Shylock, il mercante ebreo shakespeariano, divenuto una delle rappresentazioni più riconoscibili di questo stereotipo, per quanto il personaggio sia assai più complesso della caricatura alla quale è stato spesso ridotto.
Dal 2021 l’Accademia accompagna l’accezione controversa con un’avvertenza che ne segnala il carattere offensivo o discriminatorio. Una precisazione che, agli occhi delle organizzazioni ebraiche, non basta a neutralizzare il problema.
La sentenza argentina e il silenzio di Madrid
Nel settembre 2024 un giudice federale argentino ordinò la rimozione della definizione contestata. Il provvedimento seguiva una denuncia presentata dal Congresso ebraico latinoamericano (CJL) e dalla DAIA, principale organizzazione rappresentativa della comunità ebraica argentina, nei confronti del direttore della RAE, Santiago Muñoz Machado, e di altri responsabili dell’istituzione, accusati di fomentare l’odio attraverso una formulazione discriminatoria.
La decisione giudiziaria, tuttavia, non aveva efficacia esecutiva in Spagna. Muñoz Machado dichiarò all’agenzia EFE di volerla esaminare con il massimo rispetto, anche in considerazione del coinvolgimento del Congresso ebraico mondiale, ma ribadì una posizione già espressa nel 2023: un dizionario non crea i significati delle parole, li registra.
A distanza di due anni, la definizione è ancora al suo posto.
Per Ariel Siedler, esponente del CJL impegnato nel monitoraggio della discriminazione online, il problema risiede precisamente nella duplice funzione del dizionario. È vero che esso documenta l’uso linguistico, ma è altrettanto vero che costituisce uno strumento di apprendimento. Conservare un’accezione offensiva, osserva Siedler, può dunque contribuire a perpetuare la discriminazione che si vorrebbe semplicemente descrivere.
Il dizionario non è un tribunale
La difesa dell’Accademia poggia su un principio fondamentale della lessicografia: distinguere tra descrizione e prescrizione. Registrare un’espressione non significa approvarla, così come documentare un insulto non equivale a legittimarlo.
Lo scrittore Arturo Pérez-Reverte, membro della RAE, intervenne nel dibattito nel 2024 sostenendo che privare il dizionario dei significati scomodi renderebbe più difficile comprendere i testi del passato e del presente. Il lessicografo, nella sua prospettiva, non è un censore incaricato di sorvegliare la correttezza morale della lingua, ma un testimone chiamato a documentarne gli usi.
È una distinzione tutt’altro che irrilevante. Anche numerosi dizionari inglesi conservano accezioni antisemite della parola Jew, segnalandone esplicitamente il carattere offensivo.
Eppure, proprio qui si apre il nodo più delicato. Se il dizionario è lo specchio della lingua, non è uno specchio neutrale agli occhi di chi lo consulta. La sua autorevolezza istituzionale può trasformare la semplice registrazione di un uso in una forma implicita di riconoscimento. Per chi apprende una lingua, il confine tra ciò che viene documentato e ciò che viene considerato accettabile non è sempre evidente.
Un precedente che divide
La rigidità della RAE appare tanto più significativa alla luce di un precedente recente. Nel 2023 l’avvocato spagnolo Borja Luján Lago ottenne una modifica della voce abogado, che comprendeva riferimenti al carattere loquace o chiacchierone attribuito alla professione.
Il risultato spinse la comunità ebraica di Panama a coinvolgerlo nella battaglia contro l’accezione discriminatoria di judío. All’iniziativa aderirono più di venti organizzazioni ebraiche degli Stati Uniti e dell’America Latina.
Il confronto tra i due casi alimenta un interrogativo inevitabile: se il significato di una parola può essere modificato per evitare una rappresentazione svalutativa di una professione, perché la medesima sensibilità non dovrebbe applicarsi a uno stereotipo che riguarda un’intera comunità?
La risposta dell’Accademia rimane ancorata alla funzione documentaria del dizionario. Ma la possibilità stessa di intervenire sulle definizioni dimostra quanto la selezione dei significati, la loro classificazione e le avvertenze che li accompagnano siano il risultato di scelte editoriali.
La responsabilità di 636 milioni di parlanti
La questione assume una dimensione particolare considerando la diffusione dello spagnolo. Secondo il rapporto 2025 dell’Instituto Cervantes, circa 636 milioni di persone nel mondo parlano questa lingua. Le decisioni della Real Academia Española hanno dunque una risonanza culturale che supera ampiamente i confini della penisola iberica.
Non si tratta necessariamente di cancellare le tracce di un passato discriminatorio. Quelle tracce appartengono alla storia della lingua e, come tali, meritano di essere conosciute. La domanda riguarda piuttosto il modo in cui vengono presentate, contestualizzate e trasmesse.
La memoria del pregiudizio non coincide con la sua legittimazione, ma neppure la semplice conservazione garantisce una distanza critica. Tra la fedeltà alla storia delle parole e la responsabilità verso i loro parlanti si colloca il difficile compito della lessicografia contemporanea.
Il caso di judío mostra quanto un dizionario, apparentemente immobile nella successione alfabetica delle sue voci, sia in realtà attraversato dalle tensioni del proprio tempo. Perché le parole non si limitano a descrivere il mondo: contribuiscono anche a costruire il modo in cui lo guardiamo.



