Aldo Liscia, 105 anni di coraggio, intelligenza e libertà. L’eredità di un padre

Necrologi

di Roberto Liscia

27 ottobre 2026
Oggi è morto mio padre, Aldo Liscia. Aveva 105 anni. Scrivere queste parole è più difficile di quanto avrei immaginato, anche dopo una vita tanto lunga. Quando una persona attraversa più di un secolo, ci si abitua quasi a considerarla una presenza permanente, un punto fermo che resiste al trascorrere del tempo. La ragione ci dice che nessuna vita è infinita. L’affetto, invece, continua a comportarsi come se quell’uomo ci dovesse essere sempre: pronto ad ascoltare, a osservare, a ragionare, a dare una risposta o a porre una domanda che non avevamo previsto.
Centocinque anni sono un’età eccezionale. Ma, nel caso di mio padre, il numero non racconta che una piccola parte della storia. Non è soltanto vissuto a lungo: ha vissuto intensamente, attraversando alcuni dei passaggi più drammatici del Novecento senza perdere la propria indipendenza di giudizio, la curiosità intellettuale, la determinazione e la fiducia nelle possibilità dell’uomo. Ha conosciuto la discriminazione e l’esilio, la guerra e l’incertezza, la fatica della ricostruzione e l’entusiasmo per il progresso scientifico. Ha conosciuto anche l’amore, la famiglia, il lavoro e la soddisfazione di vedere nuove generazioni crescere con valori ai quali aveva dedicato la propria esistenza.

Il dolore di oggi nasce da tutto questo. Perdiamo una persona amata, ma anche una testimonianza viva, una memoria capace di unire la storia collettiva alla vicenda concreta di una famiglia. E io perdo mio padre: un uomo del quale ho ammirato per tutta la vita la forza e l’intelligenza, ma dal quale ho ricevuto soprattutto un modo di stare al mondo.

Il ragazzo di Livorno e l’Italia che gli voltò le spalle
Mio padre era nato a Livorno il 23 gennaio 1921, a Villa Giulia, nella zona di Antignano. Quella casa affacciata sul mare era molto più di una bella dimora di famiglia. Era un luogo di appartenenza, di relazioni, di ricordi, il segno visibile di una storia ebraico-livornese profondamente intrecciata con la città. Livorno, con il suo porto, il commercio, le lingue e le tradizioni diverse, era stata per secoli uno spazio di incontro. Mio padre avrebbe conservato per tutta la vita questo legame con le proprie radici.
Da ragazzo studiava, aveva amici, faceva progetti. Immaginava, come tanti adolescenti, un futuro da costruire attraverso la scuola, il merito, l’impegno. Poi, nel 1938, arrivarono le leggi razziali. La violenza di quella svolta si può descrivere con le grandi parole della storia, ma per comprenderla davvero bisogna guardarla con gli occhi di un ragazzo. Mio padre raccontava di essere rientrato da una gita in bicicletta e di aver scoperto che, per lui, tornare a scuola non sarebbe stato più possibile. Era ebreo: improvvisamente, agli occhi dello Stato, questo contava più di tutto il resto.
Non aveva commesso alcuna colpa. Non era cambiato, nel giro di poche ore, né il suo talento né il suo carattere. Erano cambiate le regole di un Paese che aveva deciso di escluderlo. La scuola, che avrebbe dovuto riconoscere e coltivare le sue capacità, gli chiudeva la porta. È difficile immaginare un messaggio più crudele rivolto a un giovane: non importa chi sei, quanto vali, quanto desideri imparare; non hai più diritto di appartenere alla comunità in cui sei nato.
Aveva appena diciassette anni. Eppure quella frattura non riuscì a spezzare il suo rapporto con la conoscenza. La prima risposta non fu la resa. Fu una decisione: continuare a studiare, anche altrove, anche in condizioni infinitamente più difficili. È una delle prime lezioni che ricavo dalla sua vita. Nessuno può scegliere tutte le circostanze nelle quali nasce e si trova a vivere. Ma, anche quando lo spazio di libertà si restringe, rimane la possibilità di scegliere come reagire. Mio padre seppe farlo giovanissimo, quando la paura sarebbe stata una risposta del tutto comprensibile.

Villa Giulia: quando il potere pretendeva anche la casa
La persecuzione non colpì soltanto la scuola e le prospettive individuali. Entrò nella vita familiare, nella sicurezza economica, nei luoghi più intimi. La vicenda di Villa Giulia ne è un esempio doloroso. La casa sul mare attirava da tempo l’interesse della famiglia Ciano: prima Costanzo, poi Galeazzo, il genero di Mussolini. Mio nonno si trovò a subire pressioni che, nel clima del fascismo e delle leggi razziali, non erano quelle di una normale trattativa tra privati. Dietro le richieste c’era il peso di un potere che sapeva di poter intimidire chi ormai era stato privato di diritti e protezioni.
Mio padre ricordava le minacce, l’impossibilità di opporsi liberamente, l’umiliazione di vedere una proprietà e una storia familiare trattate come qualcosa di cui altri potevano disporre. Era una forma molto concreta di persecuzione: trasformare una persona in qualcuno che non può più dire di no. La casa dovette essere lasciata alla disponibilità dei Ciano, in condizioni imposte. Soltanto dopo la guerra, al termine di una lunga battaglia giudiziaria, la famiglia riuscì a riottenerla.
Questo episodio gli rimase dentro per tutta la vita. Non soltanto per il valore della villa, ma per ciò che rappresentava. Una casa può essere fatta di muri, stanze e oggetti; in realtà contiene anche la dignità di chi l’ha costruita, le speranze di chi l’ha abitata e la memoria di coloro che vi sono cresciuti. Perdere ingiustamente quel luogo significava assistere all’arbitrio che invadeva perfino ciò che sembrava più stabile.

La Francia, la Svizzera e il diritto di continuare a imparare
L’Italia, nel 1938, smise di essere per lui il luogo in cui poteva immaginare il proprio futuro. La famiglia cercò una via di salvezza in Francia. Il trasferimento non fu una scelta di comodità, una di quelle esperienze internazionali che oggi associamo alla formazione dei giovani. Fu la conseguenza della persecuzione. Significò lasciare alle spalle la casa, gli amici, le abitudini, e affrontare il futuro senza sapere quali altre frontiere, materiali e morali, si sarebbero chiuse.
In Francia mio padre si rimise a studiare con una determinazione che, ancora oggi, mi colpisce. Riuscì a conseguire il baccalauréat in tempi straordinariamente brevi. Non era soltanto la dimostrazione di un’intelligenza fuori del comune. Era una dichiarazione di autonomia: se un Paese gli negava la scuola, non per questo avrebbe permesso che gli fosse negata l’istruzione. La conoscenza divenne il suo modo di non arrendersi, la risorsa che nessuna espulsione poteva cancellare.
Ma neppure la Francia offrì una sicurezza duratura. Con l’avanzare della guerra, la persecuzione degli ebrei e l’occupazione, il pericolo cambiò forma e intensità. La fuga verso la Svizzera non fu un passaggio lineare e tranquillo. Fu una prova dentro una sequenza di prove, una ricerca di protezione mentre l’Europa sembrava smarrire i principi elementari della convivenza civile. Mio padre conobbe la precarietà, la solitudine, le difficoltà economiche e la necessità di reinventare ogni volta un progetto di vita.
E proprio in quelle condizioni riuscì a trovare la forza per compiere un altro passo decisivo. A Ginevra ottenne un sostegno agli studi e si laureò nel 1946 in ingegneria chimica. Per mantenersi e andare avanti mise a frutto anche la conoscenza delle lingue, insegnando ad altri studenti. In seguito completò la propria formazione universitaria a Torino e orientò la sua attività verso l’ingegneria e la ricerca nucleare.

La scienza come orizzonte, il lavoro come responsabilità
Dopo la guerra, mio padre mise la propria preparazione al servizio di un settore che allora rappresentava una delle grandi frontiere del sapere: l’energia nucleare. Partecipò alla stagione della ricerca italiana, lavorando su questioni complesse legate ai reattori e ai combustibili nucleari. In seguito operò anche nel contesto internazionale dell’Agenzia per l’energia atomica a Vienna, confrontandosi con le sfide tecniche e scientifiche che accompagnavano lo sviluppo di quella tecnologia.

Il passaggio dall’Europa delle persecuzioni all’Europa della cooperazione scientifica mi è sempre parso emblematico. Il ragazzo al quale era stato negato il diritto di studiare era diventato un uomo chiamato a lavorare oltre i confini nazionali, in un mondo in cui la circolazione delle competenze e il dialogo tra persone di Paesi diversi erano indispensabili. La sua biografia dimostrava, senza bisogno di proclami, quanto sia assurdo giudicare il valore di una persona dalla sua origine.
Per lui l’intelligenza non era una qualità da esibire. Era uno strumento da coltivare attraverso il rigore, il metodo, la precisione e la capacità di imparare. Soprattutto, non era separabile dal lavoro. Le competenze si costruiscono nel tempo, i risultati richiedono disciplina, gli ostacoli devono essere analizzati prima di essere affrontati. Era questa la sua idea di perseveranza: non una caparbietà cieca, ma la volontà di perseguire un obiettivo trovando ogni volta la strada più efficace per raggiungerlo.
Nell’arco della sua vita vide cambiamenti che per molti esseri umani appartengono a epoche differenti. Dalla guerra alla ricostruzione, dall’industria del dopoguerra all’era atomica, fino alla rivoluzione digitale. Eppure non smise di guardare al nuovo come a qualcosa da comprendere. La sua lungimiranza nasceva anche da qui: dalla convinzione che il passato dovesse aiutarci a capire, mai dispensarci dal pensare.

Marisa, Daniele, io: il centro della sua vita
C’è però un’altra storia, inseparabile da quella pubblica e professionale. È la storia di mio padre e di mia madre, Marisa. Le loro vite si incrociarono negli anni difficili dell’esilio in Francia, quando erano ancora giovani e il futuro era tutt’altro che certo. Si sposarono poi a Torino. Insieme costruirono una famiglia e, vivendo anche in Francia, crebbero mio fratello Daniele e me.

Quando penso alla loro storia, mi colpisce che la famiglia sia nata e sia cresciuta non dopo una vita facile, ma dopo una lunga esperienza di precarietà. Forse proprio per questo mio padre sapeva quanto contassero la stabilità degli affetti, la fedeltà agli impegni, la responsabilità nei confronti delle persone amate. Non erano idee teoriche. Erano beni preziosi, da proteggere e da far crescere con gesti quotidiani.

Per noi figli l’educazione non fu un insieme di frasi solenni ripetute a tavola. Fu soprattutto un esempio. Mio padre ci trasmise il rispetto per lo studio e per il lavoro, il valore dell’autonomia, l’importanza della parola data. Ci insegnò che non bisogna confondere le scorciatoie con i risultati, né il successo con il privilegio. Da lui abbiamo imparato che un obiettivo serio chiede costanza, che un problema va affrontato e non aggirato, che una decisione deve avere conseguenze delle quali siamo pronti ad assumerci la responsabilità.

Naturalmente, come accade in ogni famiglia, l’educazione si svolge anche fra caratteri diversi, discussioni, divergenze, momenti nei quali un figlio desidera affermare la propria strada. La forza dei suoi insegnamenti non dipendeva dall’assenza di contrasti. Dipendeva dalla loro coerenza. Anche quando si poteva non essere d’accordo con lui, era impossibile non riconoscere che prendeva sul serio ciò in cui credeva. Non chiedeva soltanto agli altri di essere rigorosi: lo era, anzitutto, con se stesso.

I valori che resistono al tempo
Se dovessi indicare ciò che mio padre ci ha lasciato, partirei da alcune parole: costanza, perseveranza, caparbietà, lungimiranza, impegno, moralità. Sembrano parole semplici, e in effetti possono esserlo quando restano scritte su un foglio. Nella vita di mio padre, invece, ciascuna aveva un contenuto preciso, verificato dai fatti.
La costanza era la capacità di ricominciare ogni giorno, anche quando il risultato sembrava lontano. La perseveranza era non lasciarsi definire da un ostacolo, per quanto grande. La caparbietà era quella forza che, nel 1938, spinse un ragazzo escluso dalla scuola a continuare gli studi in un altro Paese. La lungimiranza era guardare oltre l’emergenza, capire che ogni scelta costruisce o compromette il futuro. L’impegno era prendere sul serio il proprio lavoro e le proprie responsabilità. La moralità era sapere che non tutto ciò che si può ottenere è, per questo, giusto ottenere.

Credo che quest’ultima lezione sia particolarmente importante. Mio padre aveva conosciuto persone che disponevano di un potere enorme e lo avevano utilizzato per umiliare chi non poteva difendersi. Da una simile esperienza si può uscire con l’idea che conti soltanto essere dalla parte dei forti. Lui ci ha insegnato l’opposto: la qualità di una persona si vede anche da come esercita il potere che possiede, da quanto rispetta gli altri, da quali limiti sa imporsi.

Ci ha trasmesso anche una fiducia esigente nel merito. La sua vita dimostrava che studiare e prepararsi possono aprire strade insospettate; ma dimostrava altrettanto chiaramente che nessun talento è sufficiente se le istituzioni negano a qualcuno la possibilità di farlo valere. Per questo, nella sua storia, merito e giustizia non sono parole in contraddizione. Il merito ha bisogno della libertà. E la libertà ha bisogno di regole che valgano per tutti.
Non so se mio padre avrebbe desiderato essere definito un eroe. Forse avrebbe preferito l’immagine di una persona che, trovandosi davanti a problemi concreti, ha cercato di risolverli uno per uno. Ma è proprio questa concretezza a rendere straordinaria la sua testimonianza. Non parlava di virtù astratte: mostrava cosa significasse praticarle nel corso di una vita intera.

Custodire la memoria, senza vivere di nostalgia
Negli anni mio padre dedicò attenzione crescente alle proprie radici, alla storia della famiglia e alla cultura ebraico-livornese. Scrisse di Villa Giulia e dei suoi abitanti; ricostruì vicende familiari; coltivò la memoria di un mondo fatto di persone, luoghi, parole e abitudini che il tempo rischiava di cancellare. Si interessò anche al bagitto, quella parlata della comunità ebraica livornese nella quale si incontravano il vernacolo della città e parole di origini differenti.
Ne parlava con la curiosità di chi si accorge che perfino un’espressione ascoltata da bambino in famiglia racchiude secoli di incontri tra culture. Ricordava le parole usate da sua madre, cresciuta nel quartiere della Venezia, e vedeva nella lingua una traccia della vita quotidiana dei suoi antenati. Anche questo è un tratto che amo della sua personalità: lo stesso uomo che aveva lavorato nel mondo altamente specializzato dell’ingegneria nucleare trovava motivo di studio e di piacere nelle parole della propria infanzia.

Non c’era contraddizione. Per lui capire significava tenere insieme passato e futuro. La memoria non era un museo chiuso, così come la scienza non era una promessa automatica di progresso. Entrambe richiedevano attenzione, domande, capacità di distinguere. Raccontare una tradizione, conservare un ricordo, mettere ordine in una storia familiare voleva dire impedire che le generazioni successive partissero da zero.
La vicenda di mio padre appartiene alla memoria ebraica, a quella livornese, a quella italiana ed europea. Ma non appartiene soltanto a queste comunità. Parla a chiunque voglia comprendere che cosa accade quando un potere politico decide che alcuni cittadini valgono meno di altri. E parla a chiunque cerchi un esempio di come si possa ricostruire un’esistenza dopo avere subito un’ingiustizia radicale.

Il vuoto che lascia
Oggi mi rendo conto che non si è mai abbastanza preparati a perdere un padre. Si può conoscere la sua età, comprendere la fragilità della vita, aver riflettuto molte volte sul momento del distacco. Poi quel momento arriva, e le considerazioni razionali non bastano. Resta un vuoto che non ha a che fare con la sorpresa, ma con la profondità del legame.

Mi mancherà sapere che c’è. Mi mancherà poter condividere con lui una notizia, una riflessione, una preoccupazione. Mi mancherà quella presenza di intelligenza e di affetto che ha accompagnato la mia vita fin dall’inizio e che, anche negli ultimi anni, continuava a essere viva. Mi mancherà la possibilità stessa del confronto, quel rapporto unico nel quale un figlio può essere ormai anziano, avere i propri figli e nipoti, le proprie responsabilità, e rimanere comunque figlio davanti a suo padre.
Con Daniele perdiamo una parte della nostra storia comune, la persona che ne custodiva tanti capitoli precedenti persino alla nostra nascita. Con lui se ne va anche un testimone diretto dei racconti, delle scelte e delle prove che hanno reso possibile la vita che abbiamo avuto. Ci restano le sue parole, i documenti, le fotografie e le storie narrate tante volte. Ma sappiamo che un archivio, per quanto prezioso, non può sostituire una voce. E che nessuna ricostruzione può riprodurre completamente la presenza di una persona amata.

C’è poi un dolore più difficile da dire. Mio padre aveva superato prove dalle quali sarebbe stato comprensibile uscire sfiduciati. Aveva incontrato la crudeltà della storia e aveva continuato a credere nello studio, nel lavoro, nella famiglia. Era un esempio di forza non perché fosse invulnerabile, ma perché sapeva andare avanti. Perdere una persona così significa avvertire, all’improvviso, quanto siano rare certe combinazioni di carattere, esperienza e umanità.
Non voglio trasformare il ricordo in una rappresentazione perfetta. Nessun uomo lo è e nessun rapporto tra padre e figlio può essere ridotto a un elogio senza sfumature. Ma ci sono persone la cui statura emerge proprio guardando l’insieme di una vita, con le difficoltà affrontate, le scelte compiute, le responsabilità assunte e gli affetti costruiti. Mio padre è una di queste persone. Un uomo come lui è difficile ritrovarlo.

Grazie, papà
Oggi, 27 ottobre 2026, si chiude una vita lunghissima. Ma non si chiude il significato di quella vita. La storia di Aldo Liscia continuerà a essere raccontata perché parla di coraggio e di libertà, di persecuzione e di riscatto, di conoscenza e di responsabilità. Continuerà soprattutto a vivere nella nostra famiglia, nelle scelte di Daniele e nelle mie, nell’educazione che abbiamo ricevuto e in quella che cerchiamo di trasmettere.

Se ripenso al secolo che ha attraversato, vedo un uomo che non si è lasciato definire dalle ingiustizie subite. Se ripenso al suo lavoro, vedo il valore dello studio e della competenza. Se ripenso al nostro rapporto, vedo la presenza costante di un padre che ci ha dato strumenti per affrontare il mondo. E se penso a oggi, sento quanto sia grande il dolore di non poter più contare sul suo sguardo, sulla sua intelligenza, sul suo affetto.

Avrei ancora tante cose da chiedergli e da raccontargli. È questo, forse, il segno più semplice e più vero di ciò che lascia: dopo 105 anni, il dialogo con lui non sembrava affatto concluso. È la morte a interromperlo, non la mancanza di pensieri, di domande, di legami.

Papà, sei stato un uomo straordinario. Non perché la tua vita sia stata facile, ma perché hai saputo affrontarne le prove senza perdere la dignità, la volontà e la capacità di amare. Hai attraversato il secolo e ci hai insegnato a guardare avanti. Hai conosciuto l’odio e ci hai insegnato il rispetto. Hai dovuto abbandonare la tua casa e il tuo Paese, e hai costruito una famiglia nella quale abbiamo imparato che cosa significhino impegno e responsabilità. Hai conosciuto la paura e non hai smesso di avere progetti.

Il vuoto che lasci è immenso. La gratitudine lo è altrettanto. E se oggi il dolore è più forte di tutto, so che nel tempo sarà anche il tuo esempio ad aiutarci ad attraversarlo. Come hai fatto tu davanti a tante difficoltà: senza dimenticare, senza arrendersi, continuando a cercare la strada.
Grazie, papà. Per la tua vita, per il tuo amore, per ciò che ci hai insegnato. E per tutto quello che, grazie a te, continuerà in noi.

 

Il cordoglio della Comunità
La Comunità ebraica di Milano, il presidente Walker Meghnagi e il Consiglio di cui Roberto Liscia  ha fatto parte, il Rabbino Capo Rav Alfonso Arbib, l’UCEI con il suo vicepresidente Milo Hasbani, esprimono alla famiglia Liscia le più sincere e affettuose condoglianze nel ricordo di una personalità unica e straordinaria.
Baruch Dayan Haemet, che la sua memoria sia benedizione.