di Paola Moscati
La mattina Paolo era sempre in classe quando, noi, che abitavamo lontano da scuola, facevamo il nostro ingresso alla spicciolata in aula.
Viveva nei paraggi della scuola, arrivava tranquillo in bicicletta, mai un ritardo, rare le assenze.
Nonostante fosse alto sedeva in prima fila (Al liceo classico eravamo così numerosi che di file ce n’erano due!).
Bravo studente, buon compagno di classe, persona leale e gentile, era appassionato di Storia: le sue interrogazioni ci lasciavano stupiti per la mole di dati e date che sciorinava con molta facilità. Aveva acquisito un buon metodo di studio e di conseguenza otteneva risultati scolastici positivi, io invece ero nel caos totale dell’adolescenza, capivo poco e faticavo ad arrivare alla sufficienza.
Abbiamo trascorso nella stessa classe i cinque anni del liceo,
Paolo era un giovane serio, ma allegro, mi prendeva spesso bonariamente in giro perché mi ostinavo ad indossare il grembiule nero, divisa ormai non più obbligatoria, era un tipo schivo, raramente parlava di sé.
Terminato il liceo ci siamo ritrovati in Università, alla Statale, lui iscritto a Lettere con indirizzo storico, io a Filosofia. Non seguivamo gli stessi corsi, ma incontrarlo ogni tanto negli spazi comuni mi faceva piacere: un volto amico in un mondo, che all’inizio mi risultava estraneo, così diverso da quello protettivo della nostra Scuola.
Come me Paolo ha frequentato per alcuni anni la Federazione giovanile ebraica italiana, ricordo gli incontri in via Eupili, le estenuanti discussioni su Israele e sull’Ebraismo e i brevi soggiorni in qualche città italiana per il congresso annuale della FGEI. Paolo spesso c’era e c’era alle feste, dove non mancava mai che ballassimo insieme almeno una volta: lui alto e allampanato, io piccola e poco agile.
Eravamo ridicoli, ma allegri e spensierati.
Poi l’ho perso di vista, io mi sono sposata, mi sono stabilita a Genova, nuova vita, nuove esperienze, nuove conoscenze, la nascita di una figlia, il lavoro … una vita.
Si arriva così ad avere superato i settanta anni e a leggere sul Bollettino che un tuo compagno di scuola non c’è più: una profonda tristezza e il desiderio di ricordarlo nel fiore degli anni.




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Paolo è mancato in luglio e l’ho saputo solo dopo l’estate. Non ci sentivamo da un po’ e me ne dispiacevo, perché era stato uno dei primi amici a Milano, quando, studentessa universitaria, avevo iniziato a collaborare al Bollettino nel 1983. Paolo lavorava all’Ufficio Personale della Comunità ma, appassionato di Storia e Letteratura, collaborava anche al nostro giornale, fin dai tempi della Redazione Giovani che aveva affiancato il direttore Raoul Elia, suo zio. Era la memoria storica della Comunità, sempre animato da spirito di servizio e amicizia e una vera idiosincrasia verso le ingiustizie, le malevolenze e le avversioni personali. Paolo era discendente, per via materna, di Prospero Moisè Loria, fondatore per lascito testamentario della Società Umanitaria e ne era orgoglioso: un profondo senso di giustizia e di attenzione ai più deboli lo animavano anche nel ricordo di questo personaggio acquisito, lui mantovano, alla Milano ebraica. Paolo amava la montagna e dopo la pensione viaggiava spesso verso le Prealpi lombarde, dove trovava serenità. Addio Paolo. Che la sua memoria sia benedizione