Il cercapersone e l’arte di pensare fuori dagli schemi: il Mossad secondo Michael Sfaradi

Libri

di Anna Balestrieri

In «Mossad – Il cercapersone. The Pager», il giornalista e scrittore trasforma l’operazione contro Hezbollah in un thriller sulla tecnologia, l’intelligence e le zone d’ombra della guerra contemporanea. Ma al centro della storia c’è anche il trauma del 7 ottobre.

C’è qualcosa di profondamente romanzesco nell’idea di trasformare un oggetto tecnologico quasi dimenticato in un’arma capace di raggiungere simultaneamente migliaia di persone. Il cercapersone, dispositivo appartenente a un’altra stagione della modernità, diventa così il protagonista inatteso di una delle operazioni d’intelligence più sorprendenti degli ultimi anni. È da questo rovesciamento che prende le mosse Mossad – Il cercapersone. The Pager, il romanzo di Michael Sfaradi, giornalista e scrittore che sceglie di confrontarsi con un episodio nel quale la realtà sembra aver già scritto la sceneggiatura di un thriller.

Nell’intervista con Paolo Salom, in occasione della presentazione del volume, Sfaradi insiste su un aspetto che costituisce anche la chiave narrativa del libro: la capacità di sottrarsi agli schemi consueti. L’operazione dei cercapersone non viene interpretata soltanto come una dimostrazione di superiorità tecnologica, ma come il risultato di un’intuizione capace di rovesciare le abitudini dell’avversario. Per rendere vulnerabile chi si affida a dispositivi digitali sempre più sofisticati, la soluzione immaginata nel romanzo consiste nel convincerlo a tornare a una tecnologia apparentemente più sicura, proprio perché superata.

È un paradosso che contiene una riflessione più ampia sulla guerra contemporanea: l’innovazione non coincide necessariamente con l’introduzione di strumenti sempre nuovi. Può consistere, al contrario, nel recuperare un oggetto familiare e trasformarlo in qualcosa che il suo utilizzatore non è più in grado di riconoscere. La superiorità, in questa prospettiva, non deriva soltanto dalla disponibilità di mezzi, ma dalla capacità di comprendere le aspettative dell’avversario e di sfruttarle contro di lui.

Il vero vantaggio strategico, suggerisce il romanzo, nasce quando qualcuno riesce a immaginare una possibilità che gli altri non hanno ancora preso in considerazione.

Dalla cronaca alla finzione

Il libro si colloca in uno spazio particolarmente delicato, quello in cui la cronaca internazionale incontra la narrativa d’intrattenimento. Sfaradi non nasconde il riferimento agli eventi che hanno ispirato la storia, ma sceglie la forma del romanzo per ricostruire passaggi, motivazioni e personaggi che non possono essere restituiti dalla sola successione delle notizie.

Nel dialogo con Salom, l’autore descrive un processo di pianificazione protratto per circa un anno e otto mesi, nel quale l’approvvigionamento dei dispositivi, il coinvolgimento di intermediari e la costruzione di una rete operativa diventano altrettanti elementi della trama. La narrazione si concentra così non soltanto sull’esito spettacolare dell’operazione, ma sul lavoro preparatorio che lo avrebbe reso possibile: la raccolta delle informazioni, la valutazione delle opportunità, il coordinamento e la necessità di mantenere segreto un progetto destinato a svilupparsi lontano dalla visibilità pubblica.

È proprio qui che il thriller d’intelligence trova una delle sue ragioni più solide. L’azione rappresenta soltanto la superficie di un processo nel quale l’attesa, l’analisi e la capacità di prevedere le reazioni altrui hanno un peso decisivo. Il lettore viene invitato a guardare dietro il gesto finale, verso quella complessa architettura di decisioni che trasforma un’intuizione in un’operazione.

Naturalmente, la ricostruzione romanzesca non coincide con una documentazione integrale dei fatti. Il valore del libro va cercato anche nella sua capacità di rendere narrativamente intelligibile un mondo per sua natura opaco, senza confondere la libertà dell’invenzione con la certezza della ricostruzione storica.

Il trauma del 7 ottobre

La genesi del romanzo, nelle parole di Sfaradi, è inseparabile dal 7 ottobre 2023. L’autore racconta di aver scritto il libro ancora sotto lo shock degli attacchi di Hamas, mentre il desiderio di vendetta attraversava la società israeliana. Nel corso della presentazione, collega esplicitamente la scelta del soggetto all’idea di una risposta contro Hezbollah, dopo mesi di attacchi contro il nord di Israele e l’evacuazione di decine di migliaia di residenti.

È una dichiarazione che sposta il baricentro della lettura. Il cercapersone non è più soltanto un dispositivo narrativo ingegnoso, né l’oggetto di una dimostrazione di abilità operativa: diventa il simbolo di una risposta a un trauma ancora aperto. Sfaradi parla di vendetta senza cercare di nasconderne il peso emotivo, e ricorda le persone che ha perso il 7 ottobre. La dedica del libro, spiega, è legata a quei luoghi e a quelle vite.

La scelta ha una conseguenza letteraria significativa. Il romanzo nasce da una partecipazione personale che ne alimenta l’urgenza, ma che inevitabilmente ne orienta anche lo sguardo. La guerra viene osservata dalla prospettiva di chi percepisce la propria comunità come minacciata e considera la capacità di reagire una condizione di sopravvivenza. È una posizione che il lettore può comprendere senza essere obbligato a condividerne ogni conclusione.

La questione, del resto, non è marginale per qualsiasi narrativa che affronti conflitti in corso: quanto spazio rimane alla distanza critica quando la materia raccontata coincide con una ferita ancora viva? La risposta non può essere univoca. La prossimità agli eventi può restituire una forza emotiva difficilmente raggiungibile dalla ricostruzione retrospettiva; nello stesso tempo, rende ancora più importante distinguere il racconto di una parte dalla rappresentazione complessiva del conflitto.

I professionisti e le loro fragilità

La conversazione con Salom rivela tuttavia che The Pager non si esaurisce nella dimensione tecnico-operativa. Sfaradi insiste sui personaggi, sulle loro relazioni e sulle contraddizioni che li rendono qualcosa di più di semplici ingranaggi di una macchina clandestina.

Fra questi compare una giovane donna che, dopo essere stata allontanata dall’esercito, si ritrova a lavorare in una cella frigorifera di un supermercato. La sua vicenda si intreccia con quella di un ambiente professionale nel quale la capacità di ragionare in modo non convenzionale può fare la differenza. Altri personaggi devono invece confrontarsi con l’amicizia, la solitudine e la possibilità di costruire una relazione sentimentale. Persino chi opera in un mondo dominato dal segreto e dal controllo rimane esposto alle fragilità ordinarie dell’esistenza.

È un contrappunto importante. Il thriller rischierebbe altrimenti di ridurre l’intelligence a una successione di trovate e successi, cancellando gli individui che rendono possibili le operazioni. La dimensione privata introduce invece un elemento di imprevedibilità diverso da quello strategico: gli uomini e le donne non sono interamente definiti dalla funzione che svolgono.

Anche la scelta di affidare un ruolo centrale all’intuizione individuale si lega a questo aspetto. L’intelligenza non è presentata soltanto come disponibilità di dati o padronanza degli strumenti, ma come capacità di leggere una situazione da una prospettiva inattesa. È un tema che attraversa tanto la costruzione dei personaggi quanto la rappresentazione dell’apparato d’intelligence.

 

La libertà di raccontare

C’è infine una questione editoriale che accompagna il libro. Sfaradi ha scelto di autopubblicarsi su Amazon dopo aver lavorato con case editrici tradizionali, rivendicando la possibilità di mantenere il controllo sul testo e sulle proprie scelte narrative. Nell’intervista racconta di aver curato l’editing insieme alla moglie e di aver organizzato autonomamente le diverse fasi della pubblicazione.

Non si tratta soltanto di una vicenda professionale. La scelta si collega alla sua idea di libertà creativa: poter consegnare ai lettori il testo nella forma che ritiene propria, senza dover negoziare ogni passaggio con un editore. È una posizione che solleva interrogativi familiari al mondo del libro contemporaneo, dove l’autonomia dell’autore si confronta con il valore dell’editing, della selezione editoriale e della mediazione culturale.

La libertà di pubblicare, naturalmente, non garantisce da sola la qualità di un’opera; consente però di osservare più chiaramente il rapporto fra chi scrive e chi legge, soprattutto quando la materia affrontata è controversa e politicamente sensibile.

In Mossad – Il cercapersone. The Pager, la posta in gioco è dunque duplice. Da una parte c’è il fascino di una vicenda nella quale tecnologia, segretezza e capacità d’invenzione si intrecciano; dall’altra, il tentativo di dare forma narrativa a un’esperienza collettiva ancora dolorosa. Il libro si muove fra questi due poli, quello dell’ingegno operativo e quello della memoria, senza che l’uno possa essere completamente separato dall’altro.

È forse questa la sua tensione più interessante: raccontare una guerra significa anche interrogarsi su ciò che rende possibile combatterla, sulle idee che la alimentano e sulle emozioni che ne accompagnano le conseguenze. Il cercapersone diventa così più di un oggetto al centro di un’operazione: è il punto di partenza per una storia in cui la capacità di sorprendere l’avversario si misura, inevitabilmente, con la difficoltà di comprendere fino in fondo il mondo nel quale quella sorpresa diventa possibile.